Kamixlo

Cicatriz

2020 (PAN) | post-industrial, latin-tronica

È un'arte di profondi contrasti, un'estetica segnata da gravi scissioni, quella proposta da Kamixlo, uno dei grandi pionieri della nuova elettronica latina, tra i primi a intuire le potenzialità ricombinanti di un sound che sposasse le tradizioni locali e le consuetudini proprie del vastissimo continuum latinoamericano alla luce delle (allora) recenti innovazioni post-, costruendo nell'arco di un binomio di Ep (“Demonico” del 2015, “Angélico” dell'anno successivo) una precisa mitologia personale. Quattro anni dopo, e con la scena latin-electro a essere letteralmente esplosa (da Kelman Duran a DJ Python, passando per un'altra madrina quale Elysia Crampton, Florentino e Bomba Estéreo, le strade che ha intrapreso il macro-filone sono state delle più disparate), il nome di Camilo Alejandro Padilla non ha forse più la stessa dirompente freschezza delle prime prove, ma un album quale “Cicatriz” ribadisce, anche con un pizzico di diluizione, la pregnanza di un linguaggio fieramente eversivo, più ispido e industriale che mai, che le tragiche esperienze del proprio vissuto drammatizzano ulteriormente. C'è ancora tanto da raccontare.
 
Manovrando le composizioni con un pugno di velluto, che disciplina o accarezza a seconda delle necessità, il primo full-length del producer elabora i concetti di lutto e perdita e li innesta in un progetto dal destabilizzante impatto emotivo, tanto pronto nel presentare un determinato mood quanto rapido nello sconfessarlo e nel sovvertirne i parametri, andando in direzione opposta. L'attitudine industrial, secca e opprimente, certamente aiuta in questo senso, spariglia le carte infiltrandosi dentro ai fraseggi caraibici (“The Burning Hammer Bop”, tra le più letali manovre di chiusura del wrestling, sa come far coesistere tracciati dembow e la più profonda angoscia attraverso un passo di acciaio), sa come rendere perturbante anche la più spaziosa delle atmosfere (la title track con le sue asimmetrie ritmiche e il suo tocco ambient-bass, che progredisce man mano di intensità). È in queste cupe, dolorose compenetrazioni che “Cicatriz” dà il meglio di sé, mostra la natura vitale del progetto, più che capace di risultare alienante e intenso. Più ci si sposta verso gli estremi, più il discorso perde di fascino.
 
Se “Azucar” si propone come finale più gentile, a suo modo sensuale, per una raccolta decisamente più minacciosa, il suo tocco, per quanto coinvolgente, non va troppo oltre certe ibridazioni reggaeton (spesso ben più terrificanti) incrociate in lungo e largo nel corso delle peregrinazioni latin-troniche degli ultimi anni. E così “Untitled”, con le sue cornici gotiche in scia horror, non fa poi più di tanto per non sembrare un interludio di un album di ordinario darksynth. Meglio, insomma, la buona via media, quella che sa come trarre il meglio dagli elementi scelti per l'occasione e unirli nella più luciferina delle combinazioni (il taglio feroce di “Demonico Y”, con i campioni vocali a fungere da severo portante ritmico), sposando istinto ballabile e trepidazione emotiva in un'unica, indissolubile stretta.
Indubbiamente il messaggio sotteso all'album giunge senza filtri di sorta, e chi ha dalla sua conoscenze in materia di wrestling non farà fatica a riscontrare i vari riferimenti qui inseriti, resta però la sensazione di un lavoro che avrebbe potuto alzare ulteriormente la posta in gioco e dare il via a nuove, eccitanti, commistioni latin-electroniche. Sarà per il prossimo giro.

(19/01/2021)

  • Tracklist
  1. The Coldest Hello (live from the Russian Spiral)
  2. Sick
  3. The Burning Hammer Hop
  4. DKD Lethal
  5. Cicatriz
  6. Cicatriz X
  7. Poison
  8. Demonic Y (ft. Felix Lee)
  9. Destruction
  10. Untitled
  11. Azucar (ft. Woesum)




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