Khost

Buried Steel

2020 (Cold Spring) | industrial, doom metal

I Khost sono un duo inglese proveniente da Birmingham, formato da Andy Swan e Damian Bennett, e caratterizzato da un suono che fonde musica industriale e movimenti pachidermici e opprimenti di matrice doom metal. Se la descrizione fatta finora vi ricorda i concittadini Godflesh, la cosa non è casuale; non solo i Nostri hanno molti elementi stilistici in comune con la band di Justin Broadrick e G. C. Green, ma hanno anche condiviso il palco insieme, e collaborato nel disco "Needles Into The Ground". Quest'ultimo infatti, non è altro che una reinterpretazione da parte dei padrini dell'industrial metal del suono dei Khost in una chiave ancora più noise e dissonante.
Detto questo, non bisogna però pensare a dei cloni senza merito: i Khost presentano aspetti ancora più sperimentali, con un largo uso di componenti dark-ambient, lo-fi e noise, collaborando anche con lo storico progetto inglese Satori, e atmosfere malate e lisergiche vicine a certo sludge americano dal sapore estremo e sporco. Si pensi, insomma, a una versione molto rallentata e atmosferica dei Lord Mantis, con innesti industriali marcati e strutture dilatate dove le vocals diventano spettri che gorgogliano nelle nebbie sonore.

La band torna ora, sempre per la fidata etichetta inglese Cold Spring, con il quarto album "Buried Steel", che arriva dopo il precedente "Governance" del 2017: un disco epico e allo stesso tempo distopico e tetro, perfetta rappresentazione di una profonda disillusione esistenziale. Il nuovo lavoro non si discosta certo da queste tematiche, fondamento d'altronde di tutta la carriera dei Khost, e non rinuncia certo all'uso di suoni pesanti e claustrofobici, così come a parti alienanti. Troviamo però una certa rifinitura e maestranza nell'organizzare spazi che possiamo definire eterei, oasi malinconiche che però accentuano spesso il senso di “minaccia” che caratterizza tutta l'opera.
Se il brano d'apertura "We Will Win" mette in gioco suoni abrasivi che sembrano pervertire la lezione dei Black Sabbath in chiave post-apocalittica, con tanto di sospiri gutturali che non stonerebbero in una traccia funeral doom, la successiva "Blood Gutters 6x4x1" sembra quasi un suo proseguimento ancora più cacofonico e dissonante, dominato da suoni decisamente lo-fi e da improvvise incursioni noise.

"Yellow Light" è uno degli intermezzi ambientali del disco, un episodio dove sample vocali, che sembrano tracce rimaste da un mondo distrutto, vengono organizzate su droni spettrali e sommessi, in un'atmosfera cinematografica che rimanda a certi filmscore cari tanto alla coppia Trent Reznor & Atticus Ross, quanto a Hildur Guðnadóttir. Esso ci conduce alle orchestrazioni stridenti e infernali di "Last Furnace", che parte come un pastiche noise-rock, salendo poi d'intensità con riff baritonali e percussioni rituali. Vengono richiamati suoni quasi death-industrial, tra nomi come Trepaneringsritualen ed Mz.412, ma mantennedo una forte componente doom metal.
La natura più sperimentale dei Khost viene nuovamente alla luce in episodi come "Judgement Is Infallible" e "Kent House": una strumentale dai tratti noise/drone e dai fiati stridenti la prima, unita a sottofondi meccanici, e un ennesimo pastiche ambient la seconda, tra dialoghi femminili ed effetti spettrali. "December Bureau" è invece una perfetta rappresentazione del loro industrial-metal ossessivo e monolitico, tra loop di chitarra distorta e ritmiche opprimenti, sormontate da versi gutturali e deviate da ingerenze noise.

"Buried Steel" è un'opera che allo stesso tempo conferma e dà un'ulteriore crescita al suono dei Khost, creando un'atmosfera unica, dove la pesantezza della loro matrice doom/industrial viene non mitigata, bensì organizzata da intermezzi carichi di atmosfere rarefatte e malinconiche. Il risultato è una convincente rappresentazione di un vuoto esistenziale, di un horror vacui che non ci aggredisce all'improvviso, bensì ci logora lentamente, tra schegge di rimpianti e tristezza. Un ascolto, insomma, che è tutto fuorché facile: tutta una scuola di “negatività in musica” viene declinata con forte intento e capacità nello scolpire paesaggi interiori fatti di rovine e macerie. 

(26/05/2020)



  • Tracklist
  1. We Will Win
  2. Blood Gutters 6x4x1
  3. Intravener
  4. Yellow Light
  5. Last Furnace
  6. Night Air
  7. Judgement Is Infallible
  8. Kent House
  9. December Bureau
  10. Vandals
  11. Dog Unit
  12. Two
  13. A Non Temporal Crawlspace
  14. Intravener In Dub (Mothboy Remix)
 






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