Let It Come Down

Songs We Sang In Our Dreams

2020 (Shimmy Disc/Joyful Noise) | slowcore, dream-pop

Artista dotato di una personalità poliedrica e geniale, musicista artefice, sotto il nome Bongwater, di pagine audaci e temerarie, degne di stare al fianco della discografia di Captain Beefheart o, perché no, dei Jefferson Airplane, Mark Kramer (vero nome Stephen Michael Bonner) merita un posto di rilievo nel panorama della musica alternativa genuinamente in contrasto con le logiche dell’industria musicale.
Vulcanico talento creativo, capace di conciliare il ruolo di estroso e irriverente musicista con quello di scopritore di talenti nonché responsabile dell’etichetta Shimmy Disc, Kramer ha portato alla ribalta artisti come Low, Half Japanese, Galaxie 500 e Ween, un curriculum che lo colloca come punto di riferimento nell’evoluzione della musica rock a cavallo tra gli anni 80 e 90, ma anche per chiunque voglia solo per un attimo confrontarsi con la funzione dell’artista nel mondo contemporaneo.

Difficile poter dimenticare la stralunata saga psych-noise di “Double Bummer” o le sgangherate assonanze con gli Slap Happy in “Too Sleep” (due titoli del breve catalogo a nome Bongwater), o la monumentale celebrazione dell’arte psichedelica come forma d’avanguardia capace di travalicare i confini espressivi, accordate nel geniale “The Guilt Trip”, un disco pubblicato a nome Kramer, artefice di un lessico fondamentale per tenere in vita le acrobazie e i riff del rock e la forza onirica del minimalismo applicato al pop. Frequentatore di musicisti poco raccomandabili (Hugh Hopper, David Allen, Jad Fair, Butthole Surfers, John Zorn, Will Oldham), Kramer è stato di recente chiamato alla corte della Joyful Noise per rimettere in piedi l’etichetta Shimmy Disc.

Il primo parto della rinata label è frutto del matrimonio artistico tra lo stesso Kramer e la cantante inglese Xan Tyler (o Xanthe), popsinger già autrice insieme a Kate Holmes del poco fortunato album dei Technique (“Pop Phylosophy”) – progetto che aprì le porte al successo dell’electroclash dei Client (sempre Holmes ma con Sarah Blackwood) e dei Ladytron – e di un Ep (“Into The Blue”) già scomparso dagli annali discografici.
Per l’esordio dei Let It Come Down, Kramer mette a disposizione i canoni più raffinati del dream-pop e dello slowcore, con un tocco sapiente e colto che demarca con autorevolezza il confine tra revivalisti e autentici protagonisti dell’ancora stimolante scena artistica.
Kramer non teme il confronto con le atmosfere più morbide e debolmente sovversive di questa nuova creatura, giocherellando con il fascino ambiguo ed etereo della voce di Xan Tyler e affiancandole una scrittura solida e un brillante campionario di suoni e arrangiamenti, per una colta lezione di classe e creatività.

Le dodici tracce di “Songs We Sang In Our Dreams” rendono merito al titolo: le suggestioni si susseguono come in gioco di specchi e di rifrazioni sonore, ampiamente ispirate ai Low e ai Galaxie 500, ma con una consapevolezza che nessun artista moderno potrebbe mettere in campo. E’ un labirinto ricco di emozioni, quello dei Let It Come Down, tra insolite e sghembe canzoni pop alla Peter Blegvad (“Forget”), groove tribal-dark-gothic degni dei Dead Can Dance (“Moonlight”), delicati arpeggi folk (“Vicky”) e scampoli di quell’irriverenza che rese nobili le gesta passate (le voci recitanti in “Four Hands”, “Three Wishes”, “One Moon”), che sottolineano la diversa finalità artistica della musica odierna di Kramer, non più associata allo sberleffo e al sorriso crudele, quanto all’introspezione e alla sofferenza (“Tomorrrow”).

Nel tentativo di descrivere sventure e solitudine, i Let It Come Down catturano gli ultimi residui di bellezza e poesia che ancora agitano i sogni dei perdenti, con modalità che possono perfino apparire scomposte, disgiunte, finemente psichedeliche, nel folk-slowcore di “Monday”, ed estaticamente esotiche nella lussuosa bossa nova in chiave lounge di “Fingers”, due mondi sonori in collisione che in “Songs We Sang In Our Dreams” trovano una sinergia inedita.

La mano dell’ineffabile Kramer ha colpito ancora: pur nella sua espressione meno acre e disturbante, resta un musicista geniale come pochi, che merita di essere rivalutato e riscoperto, a partire da questo inatteso comeback album.            

(23/08/2020)



  • Tracklist
  1. Moonlight 
  2. Monday
  3. One Moon
  4. Forget
  5. Pennies
  6. Two Dreams
  7. Vicky
  8. Fingers
  9. Three Wishes
  10. Tomorrrow
  11. Uh-Oh
  12. Four Hands






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