Pat Keen

Cells Remain

2020 (Break World) | alt-folk, jazz

Eu Claire, Wisconsin: è questo il luogo dove Pat Keen ha mosso i primi passi, per poi farsi le ossa collaborando con Guerilla Toss, Ryan Power, Ian Sweet, Humbird e Wei Zhongle, trovando infine nella città di Minneapolis la base logistica per la propria carriera di musicista. Un percorso ricco di varianti stilistiche che non trovano tregua neppure nel nuovo album “Cell Remains”, progetto che vede il musicista svincolarsi definitivamente dal rock, per abbracciare un folk dalle decise connotazioni jazz e sperimentali. Questa svolta prende altresì le mosse dagli studi e dalla laurea conseguita presso il prestigioso New England Conservatory di Boston. Keen ne recupera lo spirito avventuroso, mettendo a punto uno stile più definito e avvincente, di quello sperimentato nelle prime due prove da solista.

Gli accordi di “Cell Remains” sgorgano con timbriche cristalline, sottolineate da un sapiente fingerpicking e dal tratto sicuro delle melodie, spesso straniate dall’atonale progressione armonica, con sonorità che stimolano un fantasioso e profondo dialogo con il subconscio. Tutte le tracce sono animate da un lieve flusso onirico e da una cascata di pregiati accordi: ora cristallini e naturalmente organici, ora più oscuri e avviluppati.
Le canzoni sono come bozzetti che diventano canzoni compiute, bruchi che diventano farfalla, emozioni flebili e apparentemente effimere che lievitano fino a diventare possenti e mai autoindulgenti. Il raffinato fingerpicking di Keen attira a sé atmosfere crepuscolari che sembrano sfuggite al John Martyn di “Solid Air” (“Rot”), svincolandosi altresì con eleganza e lievi dissonanze atonali più tipicamente jazz (“Settler”) o esibendo una solidità armonica che incanta e seduce con un piccolo capolavoro di contrappunti sonori di basso, chitarre, percussioni e clarinetto: “Screens”.
Il perfetto dominio degli elementi sonori acustici e dei contrappunti più arditi, rielaborati da jazz e musica sperimentale, si riflette in brani tanto indolenti quanto poetici.

Quando Keen alza la posta in gioco, c’è spazio per una gioiosa e vibrante “Torch”, un brano dove gli strumenti elevano i toni creando un vortice armonico/ritmico più simile a un raga-folk che a una vera e propria canzone pop, ma il risultato è avvincente, solare.
Ci sono istantanee più ricche di sfumature e di non facile presa, brani dove sperimentazione e spiritualità jazz predominano, dando vita a incantevoli trame sospese in bilico tra post-rock e il progressive rock stile King Crimson. E' il caso della straordinaria trasfigurazione della conclusiva “Hot Face”, o del crescendo di “All Along” che si sviluppa su un pizzicato di note di chitarra, dove trovano comodo giaciglio clarinetto, bodhran, una chitarra a 12 corde e una voce femminile, per poi lasciare a un set più corposo la stesura di un finale armonicamente intenso seppur breve.

Il senso della misura è una delle peculiarità vincenti di “Cells Remains”. Keen entra nel mondo crepuscolare del folk con un tocco chitarristico brillante ma mai eccessivo (“Cell Song”), flirta con le pagine soffuse del jazz-folk da crooner con un’eleganza invidiabile (“Fishbowl”), non cede mai alle lusinghe del ritornello fugace anche nelle pagine più introspettive (“Lost And Found”, “Make Me Right”) e non perde mai di vista le ascetiche tentazioni jazz (“Wrong”).
Tutta questa avvenenza creativa ne suggella il personale stile di scrittura, messo definitivamente a fuoco nella pagina più suggestiva e intensa dell’album, “Farmer”, che in soli tre minuti mette insieme Nick Drake, John Martyn e Tim Buckley con una spiritualità che rimanda a Daniel Blumberg.

Con “Cell Remains”, Pat Keen entra prepotentemente nel giro dei cantautori più interessanti del momento, una sorpresa inattesa che rende ancor più ricco lo scenario di questo 2020.

(30/09/2020)



  • Tracklist
  1. Cell Song  
  2. Lost And Found 
  3. Screens
  4. Rot
  5. Torch 
  6. Settler 
  7. Make Me Right
  8. Fishbowl 
  9. Wrong 
  10. Farmer
  11. All Along
  12. Hot Face 




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