Paul Armfield

Domestic

2020 (self released / Popup) | folk, alt-folk

Alcuni artisti hanno un modo di vivere e un modo di fare arte, per me ne esiste uno solo
(Janis Joplin)
Non credo che ci sia frase migliore per descrivere un personaggio come Paul Armfield, è infatti difficile, se non proprio impossibile, scindere l’uomo dalla propria arte. Per il musicista nato a Birmingham non esistono schemi e strategie di mercato, dopo tutto, da quando si è trasferito all’isola di Wright (appena undicenne), Armfield non ha mai praticato il ruolo di musicista a tempo pieno.
La famiglia, le passioni per la lettura, la musica, e l’arte in generale ne hanno determinato le scelte più importanti: prima gestore di una libreria, poi manager di un centro artistico. Paul ha definito con chiarezza il proprio ruolo di artigiano delle sette note, una passione che coltiva senza affanno, lasciando fluire l’ispirazione con la stessa cadenza dello scorrere della vita.

Quando nel 2015 su queste pagine ne salutammo il ritorno discografico, con l’eccellente “Found”, il ricordo delle vecchie gesta dell’artista inglese si era in molti affievolito, nonostante  la benedizione di Ian Caple dei Tindersticks (produttore del primo album “Songs Without Words”), e la profonda stima di colleghi come Guy Garvey e Chris Difford. La forza e la poesia delle quindici canzoni, ispirate da altrettante fotografie comprate in un mercatino delle pulci di Berlino, che davano corpo e anima a “Found” reclamavano giustizia, attenzione.

A questo punto faccio eccezione al mio ruolo e vi racconto una piccola storiella: da una piacevole discussione tra amici, nacque la bizzarra idea di portare il musicista in Italia per qualche concerto, la tenacia di un imprenditore visionario, trasformò il sogno in realtà. Armfield, stupito e peraltro privo di un manager o di un’agenzia che ne gestisse l’attività live, accettò la sfida, raccogliendo nelle otto tappe italiane un riscontro straordinario, un’esperienza peraltro ripetuta a meno di un anno di distanza con egual successo.
Inutile dire che anche le performance live di Armfield non sono semplici concerti promozionali, ma autentiche forme d’arte. Immagini e filmati, fonte d’ispirazione delle varie canzoni, fanno da sfondo alle sue esibizioni, tanto accorate quanto ammalianti, dando un’ulteriore chiave di lettura alle raffinate liriche dell’artista.
E poi c’è lui Paul Armfield: un personaggio che sembra essere uscito da una fiaba nordica, un viso che tradisce bonomia e buon senso, una folta barba che non riesce a nasconderne né il sorriso schietto, né l’arguto disincanto.
A cinque anni da “Found”, il ritorno discografico di Paul non tradisce le premesse, al centro delle dieci tracce di “Domestic” ci sono riflessioni sul concetto d’appartenenza.
La casa, la natura, i luoghi natii e quelli scelti per trascorrere la propria esistenza, diventano spunto per un’altra elegante istantanea sonora, che non tarderà ad accrescerne la fama e la notorietà. 

Paul Armfield non smentisce la fama di chansonnier, sulle orme di Jacques Brel, Cat Stevens e Nick Drake, il musicista, con l’aiuto di Giulio Cantore alle chitarre, Johann Polzer alla batteria e il produttore e bassista Max Braun, ci accompagna in un viaggio di emozioni folk-noir, prima alimentando la tensione emotiva con un minimalismo goth-psych dal tono struggente (“January”), poi raccontando con apparente leggerezza su uno sfondo folk-jazz il profondo disagio per una civiltà sempre più preda del caos e della solitudine (“I’m Not Here”).
Anche per “Domestic” il musicista crea un delizioso mix di armonie dal fascino istantaneo e dal delicato e riflessivo romanticismo, carezzando i sogni con una sequenza di canzoni che lasciano un senso di stupore e meraviglia, per quanto sono intense e ricche di comunicativa.

La voce di Laura Braun e l’armonica di “You”, la saudade ricca di soul, folk e jazz di “Home”, e il gioioso folk con tanto di mandolino e congas di “Fledgling” raccontano con intelligente genuinità lirica, temi di quotidiana e avvincente umanità.
Paul affronta anche aspetti più profondamente politici, sempre collegandoli al tema centrale della casa (che siano quattro mura o i confini dell’universo poco importa).
Il tema dell’immigrazione e al centro di “Flagbearers”, tra slide guitar, un tempo di valzer, un piano dai toni discreti e una cadenza armonica quasi mediterranea (un mix tra Fabrizio De André e George Brassens), il musicista afferma senza indugio: siamo tutti stranieri, esseri viventi itineranti, sradicando con forza il concetto del nazionalismo più radicale, mettendo alla berlina perfino l’orgoglio nazionale: è quella una medaglia d'onore o semplicemente un tatuaggio di un bulldog mal disegnato?
Ispirata alle difficoltà culturali e sociali generati dalla brexit, “Nowhere“ è senza dubbio uno dei picchi di “Domestic”, un’introduzione dolente e quasi funerea, affidata a un harmonium, alla chitarra e al ritmo cadenzato della batteria, si dischiude pian piano verso un malinconico romanticismo, per poi spalancare le porte a uno slancio lirico che entra sottopelle, alla maniera di un classico di Jacques Brel o di un vecchio brano di Elton John.

Per Paul il punto focale delle sue argute ma limpide riflessioni, resta l’uomo e il suo sentire, ed è con questa sensibilità che affronta la fine di un amore e di una lunga storia nella coinvolgente “Heartache”, con un suono d’antan che pesca sia nell’immaginario di George Gershwin e Hoagy Carmichael, che nella musica brasiliana.
L’atmosfera cupa e solitaria di “January” ritorna in scena per il finale di “Alone”, un invito a celebrare la libertà dal senso dello spazio e del tempo, dalle superstizioni, dalla divinità, dai doveri, dai luoghi, dal concetto di razza, quasi una moderna “Imagine”, dal punto di vista concettuale, ma espressa con un rigore armonico più introspettivo e tenebroso, perfetto sigillo di uno dei dischi più poetici e lirici dell’anno in corso.
Con “Domestic” Paul Armfield si conferma autore dal tocco raro e prezioso, un cantore della solitudine e della bellezza dell’arte e della natura come panacea.
È il fenomeno artistico in sé che aiuta l’uomo a liberarsi, seppure momentaneamente, dall’urgenza della volontà.  L’artista attraverso la sua opera sublima, esprimendole, le passioni che gli ruggiscono dentro con effetti più rimarchevoli rispetto a chi si accosta all’arte come mero spettatore. Per questo, forse, solo chi ha un animo artistico riesce a godere davvero del sollievo offerto dall’arte: se non produce l’opera d’arte è comunque in grado di riprodurne l’effetto dentro di sé
(Arthur Schopenhauer)

(03/10/2020)



  • Tracklist
  1. January
  2. I'm Not Here
  3. You
  4. Home
  5. Nowhere
  6. Fledgling
  7. Flagbearers
  8. Wrong
  9. Heartache
  10. Alone




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Recensioni

PAUL ARMFIELD

Found

(2015 - Psa/self released)
Una raccolta di fotografie per un delizioso progetto chamber-folk-noir

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