Shabazz Palaces

The Don Of Diamond Dreams

2020 (Sub Pop) | abstract hip-hop

Back in the days when I was a teenager
before I had status and before I had a pager
you could find the Abstract listenin' to hip-hop
my pops used to say, it reminded him of Bebop
I said, "Well, Daddy, don't you know that things go in cycles?
Way that Bobby Brown is just amping like Michael"
(A Tribe Called Quest, "Excursions")

Sono passati quasi trent’anni dai giorni del vino e delle rose di Ishmael Butler, Mariana Vieira e Craig Irving, ma la brezza jazz-rap dei due lavori dei Digable Planets ancora rinfresca. Dispacci da un’epoca in cui era l’hip-hop ad ammantarsi di coolness pescando liberamente dalle collezioni di dischi jazz dei padri - quando invece negli ultimi anni si assiste proprio al percorso inverso - “Reachin' (A New Refutation Of Time And Space)” e “Blowout Comb” suonano oggi come miracolose raccolte di groove solari e feelgood, la cui influenza è udibile tanto nel mainstream quanto nei lavori di musicisti di nicchia come Jeff Parker - provate a mettere sul piatto “Built A Nest” subito dopo “Rebirth Of The Slick (Cool Like Dat)” e a dire di non aver fatto un viaggio andata/ritorno completo e confortevole da un genere all’altro.

Dallo scioglimento c'è poi voluto parecchio tempo prima che Butler, motore creativo del trio, desse nuove notizie di sé in un progetto compiuto, dopo una breve parentesi a nome Cherrywine a inizio millennio. Quel progetto, chiamato Shabazz Palaces e lanciato ormai un decennio fa con la collaborazione del multistrumentista Tendai Maraire, arriva ora al quinto full-length; e se non è proprio una cortesia commentare il ritorno di un artista dalla carriera pluridecennale a partire da un amarcord del suo passato remoto, è pur vero che l’ascolto di un album come “The Don Of Diamond Dreams” - qualitativamente piuttosto distante dagli assai più intriganti “Black Up” e “Lese Majesty” - induce in parte proprio a quel tipo di nostalgia.

La palette sonora è quella cui ci hanno abituati i due “Quazarz” del 2017, un hip-hop astratto e al ralenti con una vena electro-funk afrofuturista che sembra arrivare dagli anni Settanta e Ottanta di una realtà parallela, nata e cresciuta per intero nella mente di Butler. Otto brani più due frammenti della durata di pochi secondi, “The Don Of Diamond Dreams” si apre con “Ad Ventures”, uno dei pezzi migliori del lotto, cinque minuti di rullanti, bassi profondi e un ruminare pensoso ad alta voce in cui non ha davvero molto senso preoccuparsi del cosa o del dove: è il come, qui, a sostenere per intero una composizione minimale e a conferirle un’atmosfera peculiarissima, da sogno allucinato.
Un Butler al proprio meglio, che si manifesta di nuovo in “Chocolate Souffle”, altro highlight della raccolta all’incrocio fra il Clinton mid-70's e gli Outkast, che rolla e beccheggia su un’ampia linea di sintetizzatore verso orizzonti ignoti (“you’re a scroller, I’m an explorer”); quasi allo stesso livello si attesta il beat sospeso nel vuoto di “Bad Bitch Walking”, feat con Stas THEE Boss strategicamente piazzato in apertura di secondo lato e stonato sino al midollo (“I focused on her while smoking marijuana/ scratched my mind, hmm, did I want her?”).

Va decisamente meno bene quando le tracce girano troppo a lungo intorno a un’unica idea non altrettanto brillante, ed è il caso dell’autotune psichedelico di “Fast Learner” o del battito trap di “Money Yoga”. In “Thanking The Girls”, Butler trova parole calde e sentite per le donne che gli hanno permesso di diventare quel che è diventato - la mente corre subito al Gil Scott-Heron di “On Coming From A Broken Home” - ma l’accompagnamento musicale finisce per scivolare via come acqua fresca; chiude la psichedelia dilatata di “Reg Walks By The Looking Glass”, astronave-madre di chitarre filtrate, synth e sax che diventa un punto nel cielo sempre più piccolo mentre fa ritorno al pianeta alieno da cui un disco del genere sembra essere piovuto.

“La vita a cinquant’anni non ha più il luccichio magico dei venti o trenta”, scriveva un secolo fa Bertoncelli raccontando l’ultimo disco di inediti di Peter Gabriel: un’affermazione radicale - in verità, non sono rari gli artisti che hanno saputo trovare nella seconda metà della propria esistenza nuovi eldorado sonici - che però non pare fuori luogo per raccontare la parabola di un fantasioso irregolare come Butler, da cui è forse lecito attendersi a questo punto non più che prodotti di buona fattura e ancora curiosi, solidi e dalla cura certosina come “The Don Of Diamond Dreams”. Un’ipnosi di album, che sa certo guadagnarsi per tutti i quaranta minuti di durata il rispetto, l’interesse e l’attenzione dell’ascoltatore; non sempre, purtroppo, il suo entusiasmo.

(13/07/2020)

  • Tracklist
  1. Portal North: Pantera
  2. Ad Ventures
  3. Fast Learner (feat. Purple Tape Nate)
  4. Wet
  5. Chocolate Souffle
  6. Portal South: Micah
  7. Bad Bitch Walking (feat. Stas THEE Boss)
  8. Money Yoga (feat. Darrius)
  9. Thanking The Girls
  10. Reg Walks By The Looking Glass (feat. Carlos Overall)
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