Sólstafir

Endless Twilight Of Codependent Love

2020 (Season of Mist) | post-metal, post-rock

La musica dei Sólstafir è sempre stata strettamente connessa con la loro terra di origine. Le improvvise esplosioni dei geyser, le eruzioni vulcaniche che fiammeggiano sui notturni paesaggi nevosi, illuminati dal fruscio dell’aurora boreale, le scosse telluriche che rombano scontrandosi con lo sferzare delle burrasche oceaniche hanno da sempre influenzato gli umori delle composizioni degli islandesi. Stavolta, però, sembra che il gruppo abbia deciso di alzare lo sguardo verso lo spazio profondo. Le rocce d’Islanda divengono il promontorio da cui mirare con i telescopi dell’anima le tinture delle nebulose cosmiche e contemplare il silenzio dell’Universo, delicatamente turbato dalle radiazioni delle supernovae e dalle tempeste magnetiche.

“Svartir Sandar” era il disco ctonio, lacerato dai geyser e dal ruggire delle spaccature terrestri in ampie voragini. “Ótta” era quello della lunga meditazione, del vagare spirituale del pellegrino sulla spiaggia biancastra in una algida notte eterna. “Endless Twilight Of Codependent Love” è invece quello stellato. La nuova epopea dei Sólstafir si pone come il loro lavoro più calmo e accorato, memore in alcuni passaggi della magia incantata di alcuni elfi islandesi che ben conosciamo, ma nei momenti in cui il metallo insorge, scuote veementemente non più solo la crosta terrestre, ma l’intero cosmo. Quando si guarda alla requie degli astri, i botti riecheggiano più reboanti nella mente e silenziano qualsiasi baccanale vulcanico circostante.

Sono tre i momenti davvero vigorosi e pesanti in questo viaggio nel firmamento e sono posti esattamente all’inizio, a metà e alla fine del disco. La lunghissima “Akkeri” si dimena tra le frastagliate spigolosità che avevano reso leggendari i pezzi di “Svartir Sandar” e i canti arcani udibili sulle rive di una pacifica laguna cinta dalle selve gelate della taiga. Il risultato è una spettacolare cavalcata multiforme. In “Dionysus” irrompono violenti blast beats, tremendi riff in tremolo picking e l’allucinato scream del cantante Tryggvason. Con questa tempesta meteorica il gruppo dimostra di non aver dimenticato di essere uno dei grandi paladini del post-black metal. La chiusura ad anello è affidata alla seconda grande composizione del disco: “Úlfur”, una lenta slavina di detriti spaziali irrobustita da valanghe di basalto e avvolta da fumi sulfurei.

Tra i boati di questi tre componimenti si celano le dolci e pacate melodie delle altre canzoni, impregnate però di un grande dolore esistenziale. “Drýsill”, tenera elegia di magma, innalza chi ascolta nello spazio profondo, mentre narra storie di violenza domestica e abusi sessuali. Si chiude poi con le urla di una liberatoria vendetta e in luminosi feedback di chitarra elettrica che sembrano riprodurre lo sfrigolare della coda di una stella cometa.
Le disturbanti vibrazioni delle onde cosmiche irrorano “Rökkur” e mimano il disgusto nei confronti dello stupro narrato nei versi del brano. La melodiosa “Her Fall From Grace” canta lo straziante smarrimento di un’anima gentile e commuove con una coda strumentale che rappresenta il crocevia tra shoegaze, post-rock e il lascito spirituale dei Sigur Rós. Un lascito che peraltro emerge anche nella murder ballad suicidale di “Til Moldar”, dove la luce aurorale delinea l’atto finale di una vita disperatamente sofferta.
Prima della chiusura vulcanica di “Úlfur”, c’è spazio anche per la danza leggiadra di “Ör”, che crea un’inaspettata e sorprendente commistione tra un incipit blues dai sapori jazzati e le irradiazioni post-rock delle chitarre che riempiono il paesaggio sonoro nella seconda parte della canzone. I movimenti lievi in 12/8 su dirupi scoscesi, terra argillosa e sabbia ondosa culminano in un amplesso dettato da un improvviso incanto celeste. È la dolcezza dei ghiacci, di un suono unico e vivido.

“Endless Twilight Of Codependent Love” rimane fedele alla fulgida poetica che attraversa l’intera carriera ormai venticinquennale degli islandesi, ma ne continua anche l’evoluzione e offre nuove coloriture emozionali. È un’opera imponente, forse meno granitica e stordente delle precedenti, ma decisamente più conturbante. Ora i Sólstafir cantano di violenze sessuali, omicidi, suicidi, malattie psichiche e sofferenza interiore, ma così dannatamente melliflui forse non lo sono mai stati. L’ispido romanticismo nordico che li ha sempre contraddistinti si fa ancora più introspettivo e il viandante-contemplatore non si sporge più su un mare di nebbia e su lande assiderate, ma scorge innanzi a sé le sconfinate misure dell’Universo, un Assoluto ancora più soverchiante in cui gettarsi e consumarsi nel suo abbraccio.

(29/12/2020)

  • Tracklist
  1. Akkeri
  2. Drýsill
  3. Rökkur
  4. Her Fall from Grace
  5. Dionysus
  6. Til Moldar
  7. Alda Syndanna
  8. Ör
  9. Úlfur






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