Bedouine

Waysides

2021 (Spacebomb) | songwriter, folk

Ogni giorno diventa sempre più evidente quanto la pandemia abbia influenzato non solo le consuetudini sociali ma anche le abitudini quotidiane e personali. Un effetto domino che coinvolge anche l’arte. Per Azniv Korkejian, meglio nota come Bedouine, quanto accaduto negli ultimi due anni ha avuto ripercussioni anche nel privato. La cantautrice di origini siriane ha dovuto affrontare una crisi esistenziale, superata solo mettendo in ordine ricordi e antiche suggestioni. Durante questo processo di assestamento emotivo e professionale, Bedouine ha recuperato alcune canzoni dimenticate nel cassetto, o volutamente ignorate, durante la stesura dei due precedenti album.
Come è già accaduto per il recente progetto di B-side e inediti di Andy Shauf “Wilds”, anche “Waysides” ridimensiona la grandeur produttiva, per un approccio più intimo e contemplativo, mettendo a nudo lievi dicotomie, frutto di una semplicità e di una immediatezza lirica che donano all’album un fascino imperituro.

L’intelligente scelta di Azniv Korkejian e del produttore Gus Seyffert di rielaborare le canzoni senza tradirne lo spirito originario, si traduce in un’empatia emotiva e in una lucidità lirica che sottolineano le qualità della scrittura di Bedouine. Spoglie delle avventurose soluzioni d’arrangiamento di “Bird Songs Of A Killjoy”, le canzoni rimettono in gioco le valenze folk e country dell’esordio, a partire dalle note di “The Solitude”, che apre l’album ossequiando in maniera esplicita le modulazioni armoniche più tipiche di Joni Mitchell.
La foto virata color seppia, che campeggia in copertina, racconta la natura di “Waysides” forse più dello stesso contenuto del disco: un’immagine che sembra fermare il tempo, lo sguardo candido e sognante a racchiudere un passato che Bedouine mette a nudo, prima di accantonarlo in un angolo della memoria.
La bellezza e l’eleganza del tocco di fingerpicking dell’autrice fa da sfondo ad ariose ballate come “The Wave” o a canzoni più introspettive, come la delicata “You Never Leave Me”, il tutto con un tocco di classicismo mai eccessivo o prosaico.

“Waysides” è un disco agrodolce, un diario che mette insieme storie recenti e passate - la più vecchia delle composizioni è di 15 anni fa - con un’affabilità folk-pop che appartiene sia a Dusty Springfield che a Carole King (“It Wasn't Me”) e che per alcuni versi intercetta anche le ricchezze del moderno cantautorato femminile (“I Don't Need The Light” potrebbe benissimo far parte del repertorio di Angel Olsen o di Adrianne Lenker).
Gli sparuti arrangiamenti creati con pochi accordi di  chitarra elettrica, basso, batteria e synth, e occasionali archi, che si uniscono alla voce e alla chitarra acustica di Bedouine, sono adeguati al tono più confidenziale di “Waysides”. E’ infatti difficile immaginare una cornice più incantevole per la toccante ballata folk “Sonnet 104” o per il tempo di valzer dell’elegante “This Machine”.

Che spetti poi all’inconsueta “Forever Everette” chiudere le pagine del diario intimo dell’artista siriana, è il segnale di una completa e incondizionata confessione da parte dell’autrice. C’è comunque tempo anche per una sentita cover version di “Songbird” di Stevie Nicks, un’ultima pagina che conclude degnamente l’album e l’incantevole trilogia discografica di Bedouine.

(12/11/2021)

  • Tracklist
  1. The Solitude 
  2. It Wasn't Me 
  3. I Don't Need the Light 
  4. Easy
  5. This Machine
  6. The Wave
  7. You Never Leave Me 
  8. Sonnet 104
  9. Forever Everette
  10. Songbird




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