Bill Stone

Stone

2021 (Drag City) | folk

Un registratore a due tracce (la leggenda racconta a marchio Panasonic), un anonimo studio nel Maine, un set di canzoni folk apparentemente ordinarie, una quantità esigua di copie (500 o forse 1000), vendute durante i concerti o tra amici, una copertina disegnata da un artista in erba, Doug Bane (che diventerà famoso nel circuito della cultura psichedelica), ed ecco un’altra storia di un ritrovamento miracoloso, quello del lontano esordio di Bill Stone.

Un solo album per il musicista, datato 1969 con Tom Blackwell come secondo chitarrista, Arthur Webster al basso, Bob Blackwell e Skip Smith alla batteria, e Beth Waterhouse seconda voce, e ovviamente la chitarra e la voce di Bill Stone.
Riesumato e proposto dalla Drag City, “Stone” è un disco finora noto ai soli abitanti del Maine e da qualche fortunato avventore dei concerti del musicista, la cui carriera si arrestò ben presto, in seguito alla scelta di intraprendere la professione di insegnante (Stone ha un dottorato in istruzione), e di convolare a nozze, alternando alla professione anche il lavoro come tassista.
Felicemente giunto alla pensione, Bill ha ripreso da poco il suo primo amore, la musica, un ritorno che viene salutato dalla riscoperta di questo lontano esordio, il cui fascino non è legato solo alla collocazione temporale (la ricca e fiorente scena degli anni 60 e 70).

“Stone” è il classico album folk che, pur pagando l’inevitabile tributo a Bob Dylan (“Here I Am”, “Friends”), si lascia ascoltare e apprezzare per una serie di contaminazioni che caratterizzano con gusto le undici composizioni.
A smuovere le acque non è solo lo stile Laurel Canyon (“Crystal Lover”), ma anche la delicatezza visionaria di Donovan (“Fog”, “....Jessica's Lover”). Bill Stone raccoglie e anticipa le astrazioni sonore di Linda Perhacs (“Charlotte's Town”) e il languore psichedelico e straniante dei Pearl Before Swine (“Purple”).
Il collage di folk psichedelico delle undici canzoni, prospera in un humus sonoro in bilico tra folk tradizionale (“The Fate Of....”), accenni jazzy e astrazione (“Vision On Sherman Street”). Resta però intimo, introspettivo, ma più che dalle dolenze malinconiche di Leonard Cohen, lo stile del musicista prende spunto da folksinger eccentrici come Tom Rapp e Mark Fry (“Part Time Girl”), quest’ultimo autore che è stato per anni oggetto di culto grazie a un eccellente esemplare di acid-folk (“Dreaming With Alice”), stampato in 1000 copie per il solo mercato italiano.

“Stone” è un altro esempio di quella magia che permeava la musica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, avventurosa e spontanea, graziata da una cura dei suoni, analogici, che avevano una loro ragion d’essere, senza dubbio più incline a resistere al passare del tempo senza perdere in comunicatività e fascino. Quando poi a questa dimensione temporale, già di per se accattivante, si aggiungono perizia tecnica e gusto per la composizione, il miracolo è fatto, e “Stone” è senza dubbio un piccolo tesoro riportato alla luce.

(27/03/2021)

  • Tracklist
  1. Here I Am
  2. Purple
  3. Fog
  4. Friends
  5. Vision On Sherman Street
  6. The Fate Of....
  7. ....Jessica's Lover
  8. Part Time Girl
  9. Crystal Lover
  10. Charlotte's Town
  11. The Fate OF Jessica's Lover






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