Jack O'The Clock

Leaving California

2021 (Cuneiform) | progressive, alt-folk

Dopo la scelta di Damon Waitkus (chitarrista e vocalist) e della compagna Emily Packard (violinista) di abbandonare la California per il Vermont, e dopo l’annuncio della messa in stand by della vendita dei cd dei Jack O’The Clock (dopo una liquidazione del back catalogue), le sorti della band sembravano appese a un filo.
L’annuncio del ritorno, sotto l’egida della Cuneiform, ha riacceso le speranze dei fan del gruppo americano, ma anche di quei pochi critici e musicisti che ne hanno tessuto le lodi, fino a considerarli come la miglior band prog-folk-rock dell’ultimo ventennio.  

Il bassista Jason Hoopes e il batterista Jordan Glenn (membri del Fred Frith Trio), pur restando nella Bay Area, non hanno abbandonato il progetto, e insieme alla vocalist Thea Kelly e a un trio di guest musician - due vecchie conoscenze del gruppo, Ivor Holloway e Josh Packard, più il famoso chitarrista Myles Boisen (Tom Waits, John Zorn, Nino Rota, Splatter Trio) - appaiono come parte integrante della formazione del nuovo album "Leaving California".
In verità, molte delle composizioni avevano già preso forma prima della partenza dei coniugi Waitkus/Packard, va inoltre sottolineata la fuoriuscita dal gruppo di Kate McLoughlin, flauto e fagotto sono infatti i grandi assenti del nuovo album dei Jack O’The Clock; nel frattempo il violino occupa uno spazio più ampio nell’economia del sound della band, anche a scapito di altri strumenti, come il dulcimer.

Il nuovo assetto è responsabile del ritmo più sostenuto e dell’impatto più diretto del primo brano “Jubilation”, al quale spetta il compito di sradicare l’immagine troppo cerebrale del gruppo, in favore di un approccio pop-rock che mette insieme Who e Yes in soli due minuti e cinquanta secondi.
La stessa levità accompagna anche le affascinanti evoluzioni melodiche alla Cardiacs/Xtc di “You Let Me Down”, mentre il suono del violino traghetta il tutto verso le gioie del folk-prog anni 70.
Dopo un'introduzione spigliata e stranamente disinvolta, la band affonda il coltello nella genialità inesauribile del jazz-progressive e del prog-folk con la vertiginosa “The Butcher”, una sequenza di cambi armonici, dissonanze vocali e strumentali, degna di Frank Zappa, Yes ma anche Fairport Convention e Madhouse.

Quel che non manca ai Jack O’The Clock è un delicato sense of humour che tenga lontane le derive massimaliste del progressive rock, un’attitudine che negli otto minuti abbondanti dell’appena citata “The Butcher” è particolarmente evidente, e che nell’intensa e drammatica “A Quarter-Page Ad” contribuisce alla profonda resa poetica che si sviluppa sulle sonorità di violino ad accompagnare la voce di Thea Kelley.
Strano a dirsi, ma è proprio l’album che segna l’abbandono della California, quello che, più di altri, offre la spalla ad atmosfere country: i Jack O’The Clock non hanno mai suonato così malinconici, epici ed essenziali come nella title track. Spetta poi alla pedal steel di Myles Boisen suggellare con classe una delle pagine più dirette e toccanti mai scritte dalla band.

Le suggestioni country/folk e acustiche sono anche al centro della lunga epopea lirica e armonica di “Fascination”, Damon Waitkus apre il diario dei ricordi ed entra con sonorità cristalline e accordi di fingerpicking nella tradizione country americana più colta, quella che va da CSN&Y a Elliott Smith, per intenderci, l’atmosfera resta sospesa, quasi a voler anticipare un colpo di scena.
I quasi dodici minuti finali di “Narrow Gate” scompaginano ulteriormente le direttive di “Leaving California”: voci e un pizzicar di corde introducono accordi cristallini e un’insolita struttura acoustic-prog-jazz, ad onor del vero Damon aveva inizialmente concepito il suono dei Jack O’The Clock come un collettivo acustico, ma l’attenzione alla poliedricità della musica folk e le influenze jazz hanno dirottato le sorti della band, almeno fino a questo nuovo capitolo che sembra assecondare con lucidità e ingegno straordinarie intuizioni. a metà strada tra Fred Frith e Van Dyke Parks.

Inatteso e inquieto, “Leaving California “ è l’ennesima dimostrazione di talento e originalità del gruppo americano. Una musica che, nonostante tutto, resta fuori da schemi stilistici predefiniti, ma quel che sorprende è la forza empatica e quasi soul di un album che rischia di accompagnare i nostri ascolti fino alla fine dell’anno svelando ad ogni ascolto ulteriori motivi di stima. Bentornati.

(24/07/2021)

  • Tracklist
  1. Jubilation
  2. You Let Me Down
  3. The Butcher
  4. A Quarter-Page Ad
  5. Leaving California
  6. Fascination
  7. Narrow Gate


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