Jim Ghedi

In The Furrows Of Commom Place

2021 (Basin Rock) | avant-folk

Sono sufficienti pochi istanti per comprendere che le venature folk della musica di Jim Ghedi hanno poco in comune con l’enorme mole di musica cantautorale degli ultimi anni: sono diverse le istanze, più intensamente politiche, le atmosfere, più aspre e letterarie, i suoni, una dodici corde dalle timbriche potenti come un’orchestra, articolati alla maniera di Richard Thompson o Bert Jansch.
Il nuovo album del musicista inglese, “In The Furrows Of Common Place”, aggiunge ulteriori elementi di forza alla già risoluta struttura armonica dei primi due album. Ghedi offre un apporto più deciso nel canto, energico e rabbioso eppur evocativo, come il grido ancestrale che sottolinea il tormento poetico dell’artista, il tutto per una proposta poco incline al compromesso.

Meno contemplativo, tuttavia ricco di una passionalità e una purezza che sembravano smarrita dai tempi del Chris Wood di “The Lark Descending”, il terzo album del musicista di Sheffield regala, tra l’altro, una delle trasposizioni più intense dell’arte poetica di John Clare, anche detto il poeta della realtà rurale. Mentre violino e harmonium creano un acuto drone armonico, Ghedi sputa le parole come se fossero l’ultimo residuo di quella dignità umana schiacciata dallo sfruttamento della forza lavoro: “Lamentations Of Round Oak Waters” è il canto dell’orgoglio contadino.
Ed è la medesima dignità che anima l’elegante poetry-folk della trascinante “Stolen Ground”: la voce conduce gli strumenti - chitarra, double bass, tromba, flicorno, violino e percussioni - verso un climax strumentale e un’enfasi che ricordano il Nick Drake di “Bryter Later”.

Alcuni episodi riportano l’orologio agli esordi di Ghedi, quando la prevalente struttura strumentale si tingeva di esoterismi alla Penguin Café Orchestra (“Mytholm”), ma “In The Furrows Of Common Place” si caratterizza come l’album più oscuro e tenebroso del musicista inglese. La scoperta della forza espressiva e poetica del canto è il centro emotivo di un progetto che non ha paura nell’affidare alle sole voci (l’inno dei minatori “Ah Cud Hew”) un posto di rilievo all’interno di quello che è un doloroso affresco della sopraffazione della cultura industriale su quella contadina.
L’intensità e l’autenticità che scaturiscono da queste otto tracce pongono un interrogativo sull’approccio critico, spesso volto al resoconto puramente numerico e statistico: “In The Furrows Of Common Place” non nasce dall’esigenza di creare un capolavoro epocale, ma come testimonianza della vitalità e della condivisibilità di certe dinamiche sociali e culturali, come è evidente nella coralità di “Common Thread”. Ghedi non segue il tragitto da storiografo di Sam Lee, più che la nostalgia è la voglia di riappropriarsi di quello che il consumismo ha portato via dalle nostre case, dalle nostre terre, dalle nostre vite, il motivo di tanta aulica poesia rurale.
Quando scorrono le immagini a supporto dell’elegiaca e ancestrale folk ballad “Beneath The Willow”, quella lentezza, quella quotidianità dei gesti, non è un invito a volgere lo sguardo indietro, ma è un’esortazione a riconquistare la libertà negata.

È dunque una chiamata al futuro, quella di Jim Ghedi. Un futuro dove rimorso, acredine e sopraffazione sono annullate dalla ritrovata dignità umana, quella stessa che sgorga nelle struggenti note di “Son David”, ultimo capitolo di un album forse destinato a un ruolo marginale nel panorama discografico contemporaneo, eppure di primaria importanza nella tempesta di note e canti che riempiranno il vuoto di quest’era.

(14/02/2021)



  • Tracklist
  1. Common Thread
  2. Lamentations Of Round Oak Waters
  3. Mytholm
  4. Stolen Ground
  5. Ah Cud Hew
  6. Beneath The Willow
  7. Beneath The Willow Part II
  8. Son David




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