Joseph Shabason

Fellowship

2021 (Western Vinyl) | art-pop, chamber-jazz, ambent

Per un attimo Joseph Shabason ha sperimentato la seduzione della notorietà, quando al fianco di Dan Bejar e i suoi Destroyer ha messo a disposizione di un gioiellino come “Kaputt” una spiritualità sonora che ben compensava l’apparente linearità del progetto più controverso del songwriter canadese.
Il polistrumentista e compositore di Toronto ha collaborato, come sassofonista, anche con i Diana e i War on Drugs, affiancando a queste partecipazioni una carriera da solista caratterizzata da un’abile fusione di landscape, ambient-music e chamber-jazz.

Le oscure ed energiche evoluzioni del primo album “Aytche” e le raffinate intuizioni sophisti-pop condivise con Nicholas Krgovich e Chris Harris nel sottovalutato album del 2020 “Philadelphia” (immaginate un progetto a quattro mani tra Paul Buchanan e Mark Hollis) hanno rappresentato i due estremi di un linguaggio sonoro in continua evoluzione e privo di paletti ideologici.
“The Fellowship” tiene fede alla concezione non dogmatica di Shabason. Gli otto episodi sono toccanti e inquiete mini-sinfonie, otto brani strumentali che descrivono il non facile rapporto di Shabason con quella religione islamica che i genitori, ebrei, abbracciarono poco prima della sua nascita. Le cadenzate risonanze del basso e le aspre note del sax che danno forma alla prima traccia, “Life With My Grandparents”, sono appena stemperate dal farfugliare di un bimbo, unico elemento vocale di un album che affida alla musica tutto il carico emotivo di un racconto dove frammenti d’infanzia, ricordi accantonati e vita vissuta si intrecciano e si avvicendano come fugaci flashback.

“The Fellowship” è un disco ricco di alterazioni sonore e di situazioni creative discordanti. Shabason altera le regole del chamber-jazz, infettando di elettronica e dissonanze la materia base di una delle tracce più cupe e sperimentali del disco, l’estenuante catarsi simil noise di “Escape From North York”, in converso flauto, vibrafono e chitarra provano a distogliere l’attenzione dalle apparentemente più ariose, e in verità umide e uggiose, armonie della title track.
Al trittico centrale spetta invece il compito di spostare la logica narrativa da stati emotivi estrinseci a contesti passionali più viscerali e intimi: gli evanescenti toni new age di “0-13”, la ciclicità ritmiche etno-world che anima “13-15”, le tortuosità jazz che alimentano il pathos di “15-19” lasciano molte delle soluzioni creative in sospeso, quasi a rappresentare quel limbo concettuale al quale sono destinati i molti interrogativi che il musicista pone come premesse di questo progetto.

Alle due esuberanti tracce finali spetta dare qualche risposta, o meglio qualche indizio, visto che questa volta Shabason rinuncia all’uso di registrazioni di voci e familiari (tecnica utilizzata all’epoca di “Anne”, disco dedicato alla madre). La soluzione è ambigua, indefinita: l’artista passa dal tripudio di percussioni e synth alla maniera di Jon Hassell e David Sylvian in “Comparative World Religions” a un romanticismo cinematico e simil-orchestrale alla Ryuichi Sakamoto in “So Long”. 

Esperimento interessante e poco canonico, il nuovo disco di Joseph Shabason è non solo concettualmente intrigante ma anche musicalmente stimolante. Sfiorando una molteplicità di stili, “Fellowship” si insinua in quello spazio indefinito tra nu-jazz e new age, alternando prevedibilità e slanci creativi, in una vortice di suoni che seduce e incanta.

(09/06/2021)

  • Tracklist
  1. Life With My Grandparents
  2. Escape From North York
  3. The Fellowship
  4. 0-13
  5. 13-15
  6. 15-19
  7. Comparative World Religions
  8. So Long




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