RP Boo

Established!

2021 (Planet Mu) | footwork, ghetto-house

In un anno che ha visto il footwork aprirsi a letture più astratte e ossessive (vedasi Sasu Ripatti), affrontare il tema della depressione attraverso importanti sponde al jazz (Jana Rush), un album che guarda agli albori del genere potrebbe sembrare  fuori luogo, risultare quasi un tentativo di reazione. Quando però sei Kavain Space, e questo stesso genere hai contribuito a inventarlo, mostrando ripetutamente quali possano essere le sue prospettive future, dare un'occhiata al cammino percorso assume tutta un'altra prospettiva. Celebrazione e al contempo riflessione, “Established!” è il momento più personale di RP Boo, l'occasione per concedere al suo elaborato linguaggio footwork di impregnarsi degli aromi di 20/25 anni addietro. Ben più lineare, a tratti quasi trionfante, l'album è sì una capsula del tempo ma non si lascia placcare dalla sua intrinseca nostalgia, mostrandosi invece operazione logica all'interno di un tragitto che può permettersi tranquillamente di dialogare col tempo in piena autonomia. D'altronde, con un titolo del genere, difficile aspettarsi qualcosa di meno.

Pieno di punti su una mappa che tracciano collegamenti alla sua Chicago, alle competizioni tra ballerini che ne hanno sviluppato l'orecchio e la sensibilità, l'anima disco, il pantheon da cui estrarre i propri campioni, il quarto disco di Rp Boo è operazione piena di calore e trasporto, il momento più soulful della sua carriera, che chiude il cerchio con gli esordi ghetto-house. Anche per questo una certa frenesia che in “Legacy” o nel minimalismo di “I'll Tell You What!!” era perfettamente tangibile qui decade, e i 160 bpm marchio di fabbrica del genere quasi non si lasciano apprezzare. Un male? Non necessariamente: il pianismo arrembante di “All My Life”, esplicita testimonianza di quanto il ballo sia elemento fondante di tutta la scena, quasi ruba la scena rispetto al tratteggio ritmico, che pure avviluppa il loop col suo nervoso profilarsi. E se “Another Night To The Party” tiene più fede all'euforia dei precedenti album, l'allure quasi pop data ai campioni (presi “Weekend”, classico boogie dei Class Action) quasi lascia dimenticare quanto lo scheletro viaggi su ben altri standard.

“Finally Here” è quasi un'anticipazione, per quanto ben più segmentata e ortodossa, della stessa sorgente utilizzata per i campioni della traccia di chiusura, riesce a inglobare al suo interno anche momenti chiave di “The Ha Dance” dei Masters At Work, in un gioco di scambi e riflessi che dà vitalità a entrambe le scelte. Altrove il gioco si fa più mirato: i poliritmi con cui si apre “Ivory Surface” convergono sugli stessi binari, un funk liofilizzato che rende gotico il sensuale registro di Barry White, mentre è Phil Collins che mette in risalto la grande caparbietà di Space nel gestire i più disparati materiali di partenza, firmando in “All Over” un momento di eccellente precisione footwork.

È un peccato che alcuni passaggi chiave (quantomeno nelle premesse) non riescano a esprimere la pienezza del loro portato. Un episodio programmatico quale “Beauty Speak Of Sounds”, un sogno d'Africa ad occhi aperti, affoga il suo potenziale evocativo in un convulso picchiettare che avrebbe giovato di una maggiore sottigliezza. E due momenti dedicati alle storiche “dance battles” quali “Haters Increase The Heat!” e “Now U Know!” si prestano poco a un ascolto effettivo, data la ripetitività di una struttura che meglio si presta ad altri contesti.
Poco male, anche senza grossi scossoni la fiamma di RP Boo non manca di donare il suo calore, cementando un quarto di secolo di storia scritta di proprio pugno.
Long live the Godfather of footwork!

(31/12/2021)

  • Tracklist
  1. All My Life
  2. How To Get It Done
  3. Haters Increase The Heat!
  4. Oh!
  5. Finally Here (ft. Afiya)
  6. All Over
  7. Just Like That!
  8. Be Of It!
  9. Now U Know!
  10. Ivory Surface
  11. Beauty Speak Of Sounds
  12. Another Night To Party
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