Sóley

Mother Melancholia

2021 (Lovitt) | chamber-doom, dark-folk

Per la cantautrice e polistrumentista, ex-pianista dei Seabear, si sono subito dischiuse le porte dell'art-pop più aulico. È successo dopo un esordio di belle speranze ("We Sink") e una lieve svolta elettronica ("Ask The Deep"), che facevano sperare in un nuovo punto di riferimento della scena musicale islandese. L'incerta dicotomia tra introspezione ed euforia del terzo album "Endless Summer" ha lasciato in sospeso la narrazione della definitiva consacrazione del talento di Sóley.

Quattro anni di silenzio e l'uscita dal prestigioso catalogo Morr Music hanno dislocato nell'oblio le vicende artistiche dell'artista islandese, al punto che il nuovo album "Mother Melancholia" è giunto inatteso, senza annunci e fanfare che ne anticipassero i contenuti.
I due mini album sperimentali "Harmóník ‎" e "Harmóník ‎II" avevano indicato in verità un cambio di direzione e una rinuncia al lessico pop, per un percorso più legato alla ricerca, accennato peraltro dall'inquieto e confuso "Krómantík".
Frutto di una concezione più organica, da concept-album, "Mother Melancholia" mette a fuoco una personalità artistica matura e rigogliosamente oscura, esoterica.

Le ombre minacciose che si agitano al di sopra delle fosche e funeste dieci composizioni sono legate da un unico tema: una potenziale apocalisse, un suicidio di massa causato dal capitalismo e dalla politica patriarcale, che ancora attribuisce valenze demoniache alla figura femminile.
La musica ricalca con accordi minimali di piano, arrangiamenti d'archi tossici, inserti noise figli del post-rock, gemiti strumentali e vocali, e austere ambientazioni timbriche, le premesse concettuali dell'album, con una potenza emotivamente devastante.
Tratti descrittivi e cinematici fanno capolino nella quasi lynch-iana "Blows Up", spostando l'iniziale orientamento baroque/dream-pop di "Sunshine Skulls" verso un'estasi doom, già anticipata dal delizioso abbandono lirico che sottende al flessuoso dark-folk di "Circles".

Le tremule dissonanze pianistiche di "Hysteria" e i molesti suoni di theremin, un vecchio moog e un mellotron affissi in "Parasite" sono prodromi alla fuga post-rock e trip-hop della depressa mini-sinfonia di "Desert": quattro minuti e sei secondi aspri e crudi come un picture-frame di Werner Herzog.
Gli arrangiamenti d'archi, più che sostenere il corpo delle composizioni, si infilano tra le righe e le linee, assecondando non solo le pagine più eteree e tenere ("In Heaven"), ma anche quelle ricche di ansia e grottesche dissonanze ("Sundown").
La discesa negli inferi di Sóley non conosce comunque limiti. Il grido straziante dei droni di "xxx" introduce il solenne finale di "Elegia", che si dispiega al suono di un harmonium, un theremin e un rumore sordo che chiama a raduno tutte le paure e le angosce causate dall'apocalisse dell'umana coscienza, fino a lasciare un vuoto, uno spazio, dove potersi finalmente raccogliere e meditare sul plumbeo futuro.

L'inaspettato ritorno di Sóley è una delle più confortanti notizie degli ultimi tempi. Chi aveva dato ormai per smarrita l'ispirazione e la potenza visionaria della musicista islandese avrà di che ricredersi, grazie a un album inquietante, onirico e devastante.

(13/11/2021)

  • Tracklist
  1. Sunrise Skulls
  2. Circles
  3. Blows Up
  4. Hysteria
  5. Parasite
  6. Desert
  7. In Heaven
  8. Sundown
  9. xxx
  10. Elegia


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