Ya Tseen

Indian Yard

2021 (Sub Pop) | alt-r'n'b

Dietro le ammalianti sfaccettature strumentali di “Indian Yard”, opera prima a nome Ya Tseen, si nasconde una progettualità dalle molteplici sfumature concettuali e artistiche. Già autore di album sotto vari moniker - Silver Jackson e Indian Agent - Nicholas Galanin è anche un abile intagliatore di gioielli, uno scultore, un fotografo, un visual-artist, e chissà cos’altro (studi di filosofia e antropologia?). L’artista multidisciplinare nativo dell’Alaska è salito alla ribalta per le sue opere presentate alla Biennale di Sydney 2020 e per aver proposto nell’ambito della biennale Desert X in California un’installazione dal titolo Never Forget, una enorme scritta sullo stile dell’insegna di Hollywood con la provocante dicitura INDIANALAND, in risposta al governo americano che ha cancellato le identità indigene in nome di una politica inclusiva, decretando invece un effetto opposto.

Come per tutti i progetti animati da velleità sociali, culturali e politiche, la forza degli argomenti aggiunge sale e spezie a una musicalità sfaccettata, elegante e modernamente pop, ma priva di una direzione stilistica precisa o che faccia intuire un potenziale futuro. Indubbiamente la storia è piena di one-off project di rilievo costruiti intorno a un’idea o a un personaggio, ad esempio lo splendido “Witch” di Leslie Winer= ©, ma “Indian Yard” resta piacevolmente nel limbo, senza mai profumare né di peccato né di ascesi mistica.
Il buon gusto e la sensibilità artistica dell’autore sono comunque percepibili nel pregevole soul psichedelico di “Knives” o nella persuasiva mestizia r&b di “A Feeling Undefined”. Ci sono perfino riff destinati a lasciare un segno, come il cosmic-funk di “Get Yourself Together”, l’elegante elettro-soul di “Light The Torch”, forse la miglior melodia del lotto, e l’accattivante hip-hop di “Synthetic Gods”, e non c’è arrangiamento che sconfini nell'eccesso.

Per molti versi l’intenzione di Nicholas Galanin di creare una musica intensamente interconnettiva - le collaborazioni all’interno del progetto sono numerose e variegate - è in parte compiuta: “Indian Yard” parla infatti il linguaggio pop contemporaneo, quello di Moses Sumney, Fka Twigs o James Blake, e lo fa con classe, agilità creativa e arguzia. Resta altresì la sensazione che gran parte della forza corrosiva dell’artista dell’Alaska (si ascoltino ad esempio brani dal potenziale inespresso come “At Tugani” e “Gently To The Sun”) sia stata sacrificata in nome di una pretesa sociale e politica, che resta però dietro le raffinate e vellutate quinte di un disco che merita comunque attenzione. 

(19/05/2021)

  • Tracklist
  1. Knives
  2. Light The Torch
  3. Born Into Rain
  4. At Tugani
  5. Get Yourself Together
  6. Close The Distance
  7. We Just Sit And Smile Here In Silence
  8. A Feeling Undefined
  9. Synthetic Gods
  10. Gently To The Sun
  11. Back In That Time






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