Black Star

No Fear Of Time

2022 (Self released) | hip-hop

Una lunghissima attesa. E conseguente hype a fiumi. Perché i due in questione, Mos Def e Talib Kweli, non hanno bisogno di presentazioni. Inoltre parla ancora da sé quel monumento che è “Mos Def & Talib Kweli Are Black Star”, album datato 1998 e luce perpetua per cultori hip-hop. Ma non solo.
Certo, ne è passata di acqua sotto i ponti negli ultimi ventiquattro anni. Inevitabile quindi fare i conti con una pesistica che non può non badare alle mutazioni avvenute nella carriera di entrambi, così come all’economia di un ritorno che a fine ascolto potrebbe mostrare l’amaro risvolto della convenienza. A ciò si aggiunge la presenza ingombrante, sia in cabina di regia che in fase di stesura, di un peso massimo come Madlib. Che carica ulteriormente la faccenda di aspettative. E alza inevitabilmente la fatidica asticella.

Fatte le opportune premesse, “No Fear Of Time” prova però a smarcarsi fin dal titolo dai timori della vigilia di cui sopra. Ed è per giunta un disco che strizza l’occhio alla west coast, più che alla scena newyorkese di provenienza del duo, ossia alle produzioni Stones Throw, al rimpianto MF DOOM, al sound dell’altrettanto rimpianto J Dilla. Per farlo, si avvale di una serie, stranamente centellinata, di sample presi in prestito da collezioni di vinili che in teoria riempirebbero autotreni. Nello specifico si distinguono "Theme From Don" di Kalyanji Anandji e "Let Us" del collettivo soul-funk The Edge of Daybreak. Mentre le parole segnalano coscienza acquisita e guanti di sfida gettati, appunto, in faccia al tempo che passa, come accade già nell’introduttiva “o.G.”.

I want to thank you for helping me reach the understanding
That time is relative and the truth is everlasting
I want to thank you for helping me reach the understanding
That time is relative 'cause the truth is everlasting

Appeal da soundtrack di una pellicola blaxploitation a caso dei tardi anni 70 e stop&go (che non guasta mai) sciorinato tra un’invettiva e l’altra (“The liars and the saps, the posers and the hacks/ Laying my mainline, your spine goes snap”) regnano in “So Be It”. “Sweetheart. Sweethard. Sweetodd.” allenta invece la presa attraverso una melodia soulful apprezzabile ma ultra-inflazionata.
Tale mood a passo variabile cozza con momenti evanescenti, riempitivi a metà strada che poco aggiungono (“My Favorite Band”) e bassi epici che amplificano, ma non troppo, lo stato d'animo esternato dai due, tra citazioni nobili messe in rima, omaggianti, ad esempio, il grandissimo John Lee Hooker (“Yonders”).

Tutto è apprezzabile in valore assoluto. Ma è un po’ troppo poco per un duo che sulla carta promette faville. Così spunta in più di un’occasione l’impressione che “No Fear Of Time” sia stato buttato giù con troppa maniera. E alla disperata ricerca di un colpo definitivo che tuttavia non arriva. Perfino la title track tenta di diversificare con miraggi in scia soul, squarci di luce che purtroppo la presenza di Elizabeth Wyce, aka Yummy Bingham, non riesce a impreziosire.
Insomma, attendere così tanto tempo per ritrovarsi perlopiù con poco è forse un imperdonabile smacco per chi adora fin dalla prima ora la premiata ditta Black Star. Comunque sia, alle due stelle dell'underground (come veniva definito all'epoca) si perdona tutto. O quasi. 

(16/09/2022)

  • Tracklist
  1. o.G.
  2. So Be It
  3. Sweetheart. Sweathard. Sweatodd.
  4. My Favorite Band
  5. The Main Thing Is To Keep The Main Thing The Main Thing
  6. Yonders
  7. Supreme Alchemy
  8. Frequency
  9. No Fear Of Time
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