Delivery

Forever Giving Handshakes

2022 (Spoilsport / Anti Fade / Feel It) | post-punk, garage-rock, indie-rock

Nato in tempo di pandemia, il quintetto australiano Delivery ha finalmente sfornato il suo debutto a pieno regime: dodici pezzi abbozzati in cameretta durante le chiusure ed elaborati a partire dal primo live a marzo 2021. All’interno di “Forever Giving Handshakes" si alternano alla voce principale James Lynch (synth, chitarra), Lisa Rashleigh (chitarra), Rebecca Allan (basso) e Sam Harding (synth, chitarra), accompagnati da Daniel Devlin alla batteria, amalgamando la nuova corrente post-punk alle mitragliate tipiche del garage-rock, con una spolverata di indie-rock scanzonato e un po' cazzaro a completamento, chiamando in causa innumerevoli nomi di riferimento, come Pixies, Hives, Parquet Courts, e chitarre "storiche" come quelle dei Television.

 

Tra i primi brani composti figura l’apertura “Picture This”, le cui chitarre sghembe e i ritmi ossessivi sempre più martellanti dipingono l’attesa del gruppo di poter entrare in scena. Un andamento ansiogeno piuttosto velocizzato si propone anche nella successiva “Poor-To-Middling Moneymaking”, dove la matrice post-punk si combina a una struttura spiccatamente garage, rievocando echi lontani della “Salute Your Solution” dei Raconteurs, e il tema centrale riguarda i lavori dei settori culturali e creativi colpiti duramente nel corso delle chiusure.
Caratterizzato da synth giocosi e catchy, “Baader Meinhof” risulta il brano di spicco dell’opera: il titolo della traccia richiama il concetto dell’illusione di frequenza, effetto che si verifica quando qualcosa che abbiamo scoperto da poco sembra comparirci ripetutamente ovunque. Lavoro, vita quotidiana ed ego si rincorrono tra i versi delle canzoni successive.

Il testo della placida “Office Party”, incardinata sulla bassline di Allan, è dedicato alle webzine musicali, i cui redattori operano perlopiù gratuitamente per recensire dischi, mentre quello di “No Homes” presenta un carattere maggiormente politico, toccando l’argomento dell’emergenza abitativa. Tengono fieramente alta la bandiera dell’hard-rock australiano i riff à-la Ac/Dc in coda a “The Complex”, seguiti dal punk orecchiabile e dinamico di “Lifetimer”, e i passi pseudo-surf-rock di “Wear It Well”, che strizza l’occhio anche ai conterranei Amyl And The Sniffers.
Riprendono un andamento quasi meccanico le strofe scarne di “No Balconies”, lasciando il posto alle linee di basso pesanti dell’ironica “Born Second”. Le sferzate della più breve “Good” mettono a confronto altruismo effettivo e utilitarismo, tematica ispirata a un libro del filosofo australiano Peter Singer letto da Rashleigh, mentre “Best Western” chiude il cerchio riproponendo un andamento ripetitivo, seguito da un’esplosione finale tutta incentrata sulle principali protagoniste del disco, ovvero le chitarre.

 

Fortemente immediato nel sound e nelle liriche, che buttano l’ascoltatore indietro di due anni e mezzo, “Forever Giving Handshakes” non propone grandi innovazioni stilistiche dal punto di vista strutturale delle tracce. Rispetto alla scena musicale di appartenenza, ormai dominata da figure fin troppo ingombranti (si pensi solo al recente debut dei The Lounge Society, tra i più accostabili all'album in questione, ma più sofisticato in termini di accorgimenti formali), il trittico garage/post-punk/indie-rock è forse uno dei più complicati nel quale riporre buone intenzioni, senza rischiare di scadere nel banale e ritrito. Al netto di ciò, il disco è comunque equilibrato, ben congegnato, accattivante quanto basta, e a riuscire a suscitare un discreto interesse e fare la differenza è proprio la sardonica penna del quintetto, facendo ben sperare, in attesa di possibili e più incisive evoluzioni future.

(13/01/2023)

  • Tracklist
  1. Picture This
  2. Poor-To-Middling Moneymaking
  3. Baader Meinhof
  4. Office Party
  5. No Homes
  6. The Complex
  7. Lifetimer
  8. Wear It Well
  9. No Balconies
  10. Born Second
  11. Good
  12. Best Western


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