Midnight Oil

Resist

2022 (Sony)
pop-rock, alt-rock

Avranno avuto sicuramente un brusco risveglio, a prescindere dal fuso orario d'appartenenza, tutti i fan dei Midnight Oil che la mattina del 18 febbraio si sono catapultati giù dal letto per rimediare una copia di “Resist”, fresco di stampa. Ad accompagnare la tredicesima studio release del leggendario collettivo di Sydney ci sono infatti due pessime notizie: la prima è che non hanno affatto cambiato idea e, come già annunciato nello scorso novembre, deporranno definitivamente le armi al termine del “The Final Tour”, che a partire dal prossimo 23 febbraio si snoderà tra la natìa Australia, il Nord-America e l'Europa. La seconda è che quello che sarà con ogni probabilità il loro ultimo album è un piccolo capolavoro, dunque non fa che accrescere il rimpianto per l'imminente addio alle scene della band capitanata dal gigante buono Pete Garrett, un metro e novantatré di stazza prestati ormai da tempo più alle vicende politiche, sociali e ambientaliste del proprio paese che non ai capricci dell'industria discografica. Quasi mezzo secolo di carriera in trincea equamente suddivisa tra hard-rock, new wave e Parlamento federale, quindi un lunghissimo silenzio che dura da “Capricornia” del 2002. A interromperlo ci ha pensato qualche mese fa la mini-parentesi “The Makarrata Project”, che oltre a un discreto Ep, aveva partorito una dozzina di inediti in surplus.

Ora le scorte sono state finalmente tirate fuori dal magazzino e costituiscono la chiusura ideale di quel countdown verso la gloria iniziato nel 1982 con il quarto album (e primo di una certa risonanza) “10,9,8,7,6,5,4,3,2,1”. Durante la seconda metà del decennio, il conto alla rovescia sarebbe poi deflagrato in un altro paio di prodezze d'alta classifica, ci riferiamo ovviamente alla super-hit “Beds Are Burning” ma non solo.
Sono successe moltissime cose da allora, lo zoccolo duro formato da Pete Garrett, Jim Moginie alla chitarra e Rob Hirst alla batteria (unici tre superstiti della line-up originale dopo la recente scomparsa per cancro di Bones Hillman, qui comunque presente al basso) non si è però mai svenduto alle mode né adagiato sugli allori, sventolando anzi orgogliosamente la bandiera della propria autenticità come baluardo insuperabile a difesa delle minoranze. Diritti degli aborigeni, disarmo nucleare, Co², trivellazioni e salvaguardia del territorio: “Noi resistiamo” è il grido di battaglia e gli “Oils” non avrebbero potuto accomiatarsi con slogan più azzeccato.

Le canzoni continuano a parlare il linguaggio degli oppressi, stavolta in primo piano c'è l'emergenza climatica, come prontamente evidenziato dal grafico di copertina. Tra arpeggi melodici sinuosi, ritmo, pianoforte, schitarrate energiche e pause di riflessione, al solito non ci sono schemi rigidi se non l'imperativo di farsi sentire. Prodotto dall'esperto Warne Livesey, cha aveva contribuito alle fortune di “Blue Sky Mining” ma anche di The The, Icehouse, Paul Young e Mark Hollis solista, il brano d'apertura “Rising Seas” scorrazza in radio già da ottobre, con intro per organo da chiesa e ritornello che è già un inno.
Il secondo singolo “Tarkine” celebra con misto di ammirazione e rimpianto l'esperienza estatica del vivere immersi nella natura selvaggia (Takayna o Tarkine è il nome di una foresta pluviale della Tasmania Nord-Occidentale minacciata dai nuovi piani di estrazione mineraria), “Reef” ironizza in chiave semi-acustica sulle “erezioni a carbone”, mentre la struggente quasi-title “We Resist” fa la conta delle vittime con enunciazione metronomica. Difficile non focalizzare l'attenzione sul timbro poli-valente di Garrett, capace di svariare dai toni grevi à-la Peter Murphy della solenne “We Are Not Afraid” (al violoncello Julian Thompson) a quelli più solari e brettandersoniani di “At The Time Of Writing” (Andy Bikers al sax), che gioca allo scarica-barile con versi del tipo “we are not responsible for this”.

Un miracolo di intelligenza e longevità servito su un piatto d'argento da chi ha sempre lottato con passione per educare il proprio pubblico al rispetto dei valori, senza mai smarrire il ruggito pub-rock degli esordi ma moderando giocoforza l'ottimismo in rassegnazione. Avevano cominciato nel 1972 come “Farm”, oggi i Midnight Oil salutano con “Nobody's Child”, l'ipnotica “Undercover”, l'ottima ballad “To The Ends Of Earth” e una “Lost At The Sea” popolata da tutta una serie di personaggi autoctoni cui hanno più volte provato a dare un volto. Una saga riassunta alla perfezione nell'epica “The Barka-Darling River”, che nei suoi quasi sette minuti rispolvera per l'intero arsenale lirico-creativo di una band che (“good people are forgotten”, sarà vero?) nella traccia di chiusura “Last Frontier” si congeda con piano enfatico e un punto di domanda: “Chi risolverà i problemi che abbiamo creato?”. Speriamo che questi cinquant'anni in musica siano serviti a qualcosa, adesso tocca alle nuove generazioni.

06/03/2022

Tracklist

  1. Rising Seas
  2. The Barka-Darling River
  3. Tarkine
  4. At The Time Of Writing
  5. Nobody's Child
  6. To The Ends Of The Earth
  7. Reef
  8. We Resist
  9. Lost At The Sea
  10. Undercover
  11. We Are Not Afraid
  12. Last Frontier

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