Sarathy Korwar

Kalak

2022 (The Leaf Label) | nu-jazz, spiritual jazz, afro beat

Tra le più elettrizzanti al mondo, la scena nu-jazz londinese è un universo in continua espansione, così ramificato e ricco di incroci, ma anche così smaccatamente cool, da non temere confronti nemmeno con il Marvel Cinematic Multiverse. Sorta di Iron Man del movimento, tanto per perseverare nel parallelismo cinematografico, Shabaka Hutchings è il collante e l’uomo immagine di una scena in perenne mutazione e sempre più sotto le luci della ribalta.
Per dei The Comet Is Coming o dei Sons Of Kemet che arrivano praticamente a tutti, anche ben oltre i confini del pubblico jazz, ci sono alcune frange del movimento meno visibili, ma altrettanto interessanti. È sicuramente il caso di quella etnica e spirituale, della quale, riunendo sia istanze africane che indiane, il percussionista Sarathy Korwar è una sorta di costante.
Collaboratore di lungo corso di Re Mida Shabaka, ma anche di Kamasi Washington e Moses Boyd, una volta trapiantato a Londra, il musicista americano di origini indiane ha preso parte alle registrazioni di numerosi dischi fondamentali per l’evoluzione della scena, oltre ad iniziare un altrettanto prezioso percorso solista, una saga della quale “Kalak” è il terzo capitolo.

Contaminazione è ancora una volta la parola chiave delle scorribande di Sarathy Korwar, che si avvale qui dell’elettronica di Photay (presente in ogni traccia) per incollare le sue vorticose trame nu-jazz, afrobeat e hindi, capaci di abbattere non solo le barriere fisiche tra Europa, Stati Uniti, Sud-Est asiatico e Africa, ma anche di piegare il tempo. Il producer newyorkese è però soltanto il primo nome di un vero e proprio all star cast che ha preso parte al disco, nei cui credits incontriamo quindi i sintetizzatori di Danalogue (The Comet Is Coming), il sax baritono di Tamar Osborn, le percussioni di Magnus Mehta e i vocalizzi afro di Kushal Gaya (Melt Yourself Down). È proprio quest’ultimo ad aprire le danze, immergendo le sue declamazioni tribali tra i flauti insistenti e le percussioni echeggianti di “To Remember”, primo tassello di un viaggio mistico alla ricerca di una comunione spirituale tra popoli e generazioni. Il singolone di traino “Utopia Is A Colonial Project” porta invece poliritmi e istanze etniche sul dancefloor, proprio alla maniera degli ultimi, ballabilissimi The Comet Is Coming.

Tolta la parentesi corale di “Remember Begum Rokheya”, la restante parte del disco è votata al mistero, alla ricerca di una circolarità ancestrale della vita e del tempo che si manifesta in partiture dall’afflato minimalista, nelle quali gli strumenti si aggiungono di giro in giro al culto (“Back In The Day, Things Were Not Always Simpler”, “Kal Means Yesterday And Tomorrow”). Il gioco di tamburi di Sarathy Korwar si fa anche minaccioso quando prende il controllo di “That Clock Don’t Tell But Make Time”, rimbombando tra saette elettroniche e fugaci apparizioni di synth; mentre “Remember Circles Are Better Thank Lines” rilassa l’atmosfera innestando la danza dei suoi flauti in scenari new age di tastiere.

 

Ce n’è per ballare e ce n’è per riflettere, ce n’è per battere il ritmo con il piedino  e ce n’è per non riuscirci, finendo smarriti tra molteplici trame che si sovrappongono ipnotiche e psichedeliche. Ce n’è però prima di tutto per segnarsi il nome un po’ difficile da pronunciare di Sarathy Korwar e ricordarlo finalmente al pari di tutte le stelle nu-jazz cui ha prestato il ritmo.

(20/11/2022)

  • Tracklist
  1. A Recipe to Cure Historical Amnesia
  2. To Remember
  3. Utopia Is a Colonial Project
  4. Back in the Day, Things Were Not Always Simpler
  5. The Past Is Not Only Behind Us, but Ahead of Us
  6. Kal Means Yesterday and Tomorrow
  7. Remember Begum Rokheya
  8. That Clocks Don't Tell but Make Time
  9. Remember Circles Are Better Than Lines
  10. Remember to Look out for the Signs
  11. A Means to an Unend


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