S. Carey

Break Me Open

2022 (Jagjaguwar) | ambient-folk, chamber-folk

Rispettando un’involontaria cadenza quadriennale, il batterista dei Bon Iver pubblica il quarto album solista, un altro tassello di una carriera artistica costantemente sul filo del rasoio, eppure mai priva di quel respiro e di quella delicatezza necessarie a renderla quantomeno avvincente.
Sonorità cristalline, cori fluttuanti come il canto delle sirene, simulazioni orchestrali ovattate e crepuscolari continuano a essere i tratti caratteristici di una sintesi musicale elettroacustica dai toni introspettivi e mesti.
S. Carey modella ariose e fosche stratificazioni sonore, sufficientemente poetiche e flessibili al punto da adattarsi agli stati umorali dell’autore e dell’ascoltatore, canzoni apparentemente docili eppur brulicanti di passione. “Break Me Open” è un altro paesaggio sonoro quasi statico, minimale, rarefatto, in parte diverso dalle più algide e rigorose sonorità degli ultimi progetti (l’Ep “Supermoon” e l’album “Hundred Acres”), parimenti esaustivo della maturità e dell’autonomia creativa dell’artista americano.

 

Fintanto che il gruppo madre tergiversa in visioni musicalmente futuristiche ed enigmatiche, S Carey indugia nella celebrazione della solitudine e del dolore, emozioni mai come in questo caso vissute in prima persona dal musicista, che negli ultimi anni ha dovuto affrontare il divorzio, la perdita di un genitore e alcuni problemi di salute.
La musica di “Break Me Open” evoca montagne innevate, sorgenti d’acqua incontaminate, timidi raggi di sole, ombre furtive di animali selvaggi, nel mentre i testi sono bisbigli, esortazioni d’ascolto che restano sospesi nel vuoto (“Dark”).
Il folk pastorale di Carey è frutto comunque di una curiosa dicotomia: sono infatti sintetizzatori, loop, voci filtrate dall’autotune e rigurgiti tecnologici, i veri protagonisti delle suggestive ambientazioni chamber-folk dell’album (la splendente “Paralyzed”) e delle anomale onde alt-folk di “Starless” che fanno da cuscino alla sfiancata voce dell’artista (l’autore ha dichiarato di aver composto per la prima volta attraverso l’uso di synth e non con i più consueti piano e chitarra).

Brani più evanescenti e levigati (“Sunshower”), apparentemente superflui (“Where I Was”) o volubili e volutamente privi di peso specifico (“Desolate”) allentano a tratti la tensione, ma non mancano autentici concentrati di poesia e ispirazione, brani legati a doppio filo alla voluta centralità tematica del disco, ovvero l’amore per i figli e l’ombra cupa della morte.
Il toccante intreccio melodico di synth, violini, voci e percussioni di “Island” e il romanticismo d’antan dell'ariosa piano-ballad “Waking Up” sono due delle pagine più belle del disco, e con l’ausilio della già citata “Paralyzed” e del possente tripudio sonoro a base di archi, synth e fiati di “Crestafallen”, offrono ancora una volta materia sufficiente da rendere apprezzabile l’agrodolce chamber-folk di S. Carey.

(02/07/2022)

  • Tracklist
  1. Dark
  2. Starless
  3. Sunshower
  4. Island
  5. Waking Up
  6. Desolate
  7. Paralyzed
  8. Where I Was
  9. Break Me Open
  10. Crestfallen




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