Tapani Rinne & Juha Mäki-Patola

Open

2022 (Hush Hush) | jazz, ambient, neoclassical

Ci sono artisti che hanno il dono di infondere curiosità e spingere ogni volta l'ascoltatore a un'esperienza totale e immersiva nei loro lavori, a tratti quasi religiosa. Tapani Rinne, finlandese di Pori classe '62, è senza dubbio uno di questi. Attivo sin dal 1981, ha cominciato con clarinetto e sassofono quando aveva appena otto anni, per affermarsi in seguito come uno degli strumentisti nordici più credibili e rispettati. Juha Mäki-Patola, invece, è un pianista e compositore un po' più giovane di lui ma altrettanto quotato, che si occupa di suono e musiche da film oltre che di produrre alcune band di Helsinki e dintorni. Strano non si fossero mai incontrati prima, sebbene siano due realtà solide dello stesso circuito. Quando però hanno deciso di farlo in remoto nel febbraio dello scorso anno, ne è nato un bellissimo album contemplativo che ristora l'animo risvegliandolo dal letargo.

Spazi aperti, distanze e foreste invernali, solitudine e introspezione, torpore e sogno: “Open” raccoglie una manciata di file condivisi in piena pandemia dai rispettivi home-studio che uniscono personalità e competenze stilistiche diverse, tante quante sono le possibili varianti di quel genere che viene semplicisticamente classificato come “ambient” e che qui si nutre invece di reminiscenze classiche e jazz dalla sensibilità rara.
La traccia d'apertura “Brevity” è un compendio perfetto di ciò che accade in scaletta: prima ti cattura con una lunga introduzione di sax filtrata da sintetizzatori liquidi, quindi verso la metà del brano sussurra note di piano a disegnare panorami estesi, fragili e immateriali - chi ha avuto la fortuna di visitare  i laghi o i manti nevosi della Lapponia sa di cosa stiamo parlando. Mäki-Patola, vista l'età, si ispira a maestri relativamente più recenti, come Jòhann Jòhannsson e Michael Nyman, ma anche Philip Glass e Alva Noto. Il suo tappeto cinematico ben si sposa ai tessuti ansiosi cuciti dal veterano Rinne, se vogliamo fare un paragone all'europea vengono in mente le partiture eteree e lunatiche dei Dif Juz di “Extractions”.

Inquietudine ma non depressione, così tra elettronica e improvvisazione da sotto le lastre di ghiaccio sbucano fuori germogli di delicata poesia. Il singolo “Open Part.1” e la sua gemella “Open Part.2” sono le più cerebrali e dirette, con melodie di sassofono che scivolano via leggere su motivi pianistici, l'atmosferica “Hope” e “Hover” sostentano i fiati con graziosi accordi di organo, mentre “Distant” rievoca la complessità tonale e la sacralità della musica antica. Eleganza e minimalismo accomunano progressioni armoniche discrete sempre in equilibrio tra il caldo e il freddo di una terra che vive di contrasti, come l'oscurità e il sole di mezzanotte. E poi ci sono i droni fumosi di “Still”, l'inafferrabile “Peak” in scala di grigio, i rivoli d'acqua che zampillano in “Fall” e “Leave”, che accarezza gelida i sensi come un vento dell'Artico e svanisce nel subconscio lasciando aperte le porte dell'immaginazione. Un microcosmo terapeutico tutto da esplorare, dove l'elemento naturale che domina il paesaggio è una presenza umana mozzafiato.

(10/04/2022)

  • Tracklist
  1. Brevity
  2. Open Pt.I
  3. Still
  4. Distant
  5. Leave
  6. Peak
  7. Open Pt. II
  8. Hope
  9. Fall
  10. Hover
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