Ho provato, giuro ho provato a non farmi corrompere dall’impeto glam-disco-rock dei ragazzi di Cardiff, ma quando il riff di “Therapy” ha invaso la stanza, ogni resistenza è crollata miseramente. I Buzzard Buzzard Buzzard hanno fatto un’altra vittima: slanci glam, refrain hard rock, un brio funky a metà strada tra Rick James e gli Chic e un assolo al fulmicotone hanno fatto il resto, fino a rendermi schiavo (cit. dal testo) di una delle canzoni più intelligentemente divertenti degli ultimi tempi. Irresistibile.
A questo punto ritorniamo a capo.
I Buzzard Buzzard Buzzard sono quattro ragazzi scozzesi già noti ai lettori di OndaRock grazie a uno stimolante debutto (“Backhand Deals”) e attesi alla prova del nove soprattutto da chi ha immaginato di trovarsi di fronte all’ennesima band usa e getta.
Il leader del gruppo Thomas Rees, il fratello Eddie (basso), Zac White (chitarra) e Ethan Hurst (batteria) con “Skinwalker” affrontano e sconfiggono l’ansia e le paure che assalgono qualsiasi musicista alle prese con il sophomore album.
La terapia antistress (ritorna la parola “Therapy”) è un’iniezione di noise-rock, una più possente trama ritmica, un pizzico di metal in salsa glam e una serie di groove e riff dai toni più notturni e Sabbath-ici, elementi messi subito in gioco da “National Rust”, un agile mix di funk, post-punk e garage-rock (Talking Heads meet Scissor Sisters), che apre la strada alla furia incontrollata del divertente rock psichedelico di “Chew” e a tentazioni stoner rock in “Human Compression”.
Con “Skinwalker”, i Buzzard Buzzard Buzzard scivolano consapevolmente dalla ribellione giovanile all’amara consapevolezza delle infinite strategie del potere. Una maturità espressiva che trova perfetta esegesi nel tono più greve e ruvido di “In My Egg” e nell’inattesa, e in un primo momento straniante, discesa negli inferi post-apocalittici alla Roger Waters di “The Drowing Bell”, una lenta e autorevole ballata rock scandita da un metronomo ossessivo e da un graffio chitarristico che a un primo ascolto sembra non lasciare il segno, per poi assumere un ruolo centrale nell’economia emotiva dell’album.
Accantonate le pagine più zuccherine dell’esordio, i quattro ragazzi di Cardiff continuano a giocare con power-pop e glam nelle più tipiche e divertenti “My Starsign Is A Basset Hound” e “Sugar Sandwich”, senza dimenticare di dare attenzione anche al lato oscuro del rock’n’roll, quello evocato con schitarrate degne dei Motorhead, ma anche degli Status Quo, nella traccia finale “Night Of The Skinwalker”.
Un’ultima nota spetta alla copertina, ispirata a una creatura malvagia proveniente dalla mitologia dei nativi americani, scelta che per un attimo confonde le acque, ma i Buzzard Buzzard Buzzard hanno iniziato a pescare nel torbido e la loro musica è ancor più avvincente e convincente. Il rock è tornato in pista.
27/04/2024