La vicinanza tra cinema e suono è un dato evidente nella produzione artistica di Christine Ott, sia in modo diretto, quando la musica è creata per essere commento sonoro di immagini, ma anche e soprattutto nei casi in cui la scrittura è libera da relazioni stringenti con il mondo della celluloide. In particolare è profonda la fascinazione per l’opera di Robert Flaherty, passione dalla quale sono scaturite nel recente passato due sonorizzazioni per altrettante pellicole del cineasta americano. E se nel caso di “Tabu” aveva scelto la via solista, per il successivo “Nanook Of The North”, la musicista francese si era avvalsa del contributo di Torsten Böttcher.
La finalizzazione di “Aran” rappresenta dunque la chiusura di un’ideale trilogia e per l’occasione tocca a Mathieu Gabry - suo sodale nel duo Snowdrops e nei progetti Theodore Wild Ride e The Cry, nonché autore lui stesso per il cinema – essere chiamato in causa. Il film racconta la vita quotidiana di una famiglia di pescatori del secolo scorso su un’isola al largo della costa irlandese. Per la realizzazione delle musiche sono stati necessari quattro anni di lavoro, condensati in un flusso di oltre settanta minuti – registrato in presa diretta durante la prova generale - andato ben oltre l’idea iniziale di musica per solo pianoforte. Non che la Ott, virtuosa interprete anche delle onde martenot, non sia in grado di affidarsi ai soli fraseggi dello strumento – ne ha dato saggio in maniera estesa in “Éclats” – ma di certo la parte migliore della sua produzione parla un lessico più corposo, incentrato su una maggiore complessità. Un’attitudine ancora evidente nell’insieme privo di soluzioni di continuità nel quale classicismo, post-rock da camera, elettronica e rimandi minimalisti convergono senza attrito.
A guidare è il pianoforte, protagonista assoluto del tema principale e delle sue riprese (trascinante in “Aran Variation”), ancora faro quando entra in scena la componente sintetica a dare ulteriore profondità e gamma di sfumature (“Three And The Elements”, “Western Lights”). La scrittura come d’abitudine è elegante e marcatamente cinematica, capace di aderire alla perfezione ad ogni singola sequenza. Il suono muta per assecondarle, virando quando necessario verso orizzonti cosmici (“Beneath The Surface”) sospinti dal suono del theremin – qui sostituto delle amate onde martenot – oppure facendosi trama avantgarde pulsante (“Shadows In The Waves”) con fraseggi accidentati al piano in dialogo con risonanze basse incalzanti. Ne scaturisce un caleidoscopio sonoro ibrido, altamente coinvolgente, capace di vivere con pienezza in autonomia. Musica per film che diventa essa stessa immagine.
07/12/2025