Quanti avrebbero immaginato che uno dei primi amori musicali di Keaton Henson fosse il grunge? Ma il pittore, poeta e musicista inglese non è nuovo a sorprese e rivelazioni tanto intime quanto sorprendenti. Anche se per quanto “Parader” alzi toni e volumi rispetto al passato, quel che giace in sottofondo è una lacerante tristezza e vulnerabilità. L’unica differenza è che per la prima volta l’artista guarda al proprio passato con un disincanto e una consapevolezza che scuotono l’anima.
Paragonato spesso a Elliott Smith, bollato troppo velocemente come il Jeff Buckley inglese, Henson questa volta gioca a carte scoperte. “Sono il parader, la persona che sfila in giro mostrando le proprie ferite per vivere”: con queste parole affida all’ultima traccia del disco, “Performer”, il più viscerale coming out emotivo della propria carriera.
”Parader” è un disco che si nutre di antiche passioni musicali (Keaton ha suonato in band hardcore ed emo) e di quella sensibilità artistica che ha trovato ampio sbocco nella pittura e nella poesia. Non è la prima volta che Henson cerca un dialogo con forme sonore più robuste, ma mentre la svolta pop di “House Party” soffriva di leggerezza e di qualche caduta di tono, “Parader” non solo non accantona lo spirito malinconico dell’autore, ma lo rinsalda con una sfrontatezza e un’audacia che sposano sobrietà e irruenza giovanile con un sapiente lirismo e una scrittura efficace.
Queste nuove dodici canzoni sono come ricordi che affiorano in cerca di una risposta. “Parader” è un disco a tal punto complesso da richiedere l’aiuto di ben due produttori, Luke Sital-Singh e Alex Farrar. Le canzoni sono perfino sarcastiche e ricche di grintosi riff rock (“Operator”), ritmicamente possenti ed eccentriche (“Loose Ends”), e non manca il duetto di rito, un dialogo tra due anime solitarie - lei è Julia Steiner dei Ratboys - sviluppato su un elegante midtempo (“Lazy Magician”).
Il crescendo da ballata folk slowcore a ruvida melodia grunge di “Don’t Just” detta le coordinate di un disco che rappresenta un passo deciso fuori dall’ambito cult: Henson ha trovato una nuova veste per le sue suggestive narrazioni poetiche. La verità è che questa mutazione da songwriter solitario a ibrido tra grunge-folk e poetica stile Radiohead funziona egregiamente per tutto il disco, con slanci pop-rock avvincenti (“Insomnia”), sonorità più ambiziose (“Conversation Coach”) e ballate acustiche ispirate al pari delle prove passate, ma anche più empatiche (“Tell Me So”, “Tournquet”).
Keaton Henson continua a porsi domande sul proprio ruolo di musicista e afferma: “Ho davvero qualche diritto adesso per cantare questa canzone e suonare come quando avevo 18 anni, non è imbarazzante vedere qualcuno che mi assomiglia provare pena in tv”. Ma quella di “Past It” non è retorica, bensì profonda consapevolezza, la stessa con la quale l'artista inglese per la prima volta trova la forza di cantare del rapporto d’amore con la moglie Danielle Frick, nel delicato e romantico duetto “Furl”: “Con nastri legati torno alla nostra vita, ho tenuto le tue braccia. Indossavi il mio viso”.
Anche il canto sussurrato e mai sopra le righe funziona egregiamente in questa nuova veste sonora: le più scarne sonorità di “Day In New York” possiedono una magia inedita, la sofferenza e la malinconia graffiano e catturano il cuore. “Parader” è un altro piccolo gioiello di coerenza e intensità espressiva, per i più distratti sarà solo l’ennesimo disco cantautorale con qualche buona idea, ma chi se ne importa: quelle di Henson sono canzoni che resistono all’usura del tempo.
10/12/2025