Doveva essere il progetto che avrebbe consentito a Kelly Moran di documentare la sua lunga esperienza da raver nei festival e club di mezza Europa, adattando il suo personale studio sul piano preparato ai ritmi e le forme della musica da ballo. È poi arrivato il 2020 e con esso è andato a farsi benedire ogni buon proposito di concretizzazione del piano, ma non per questo la compositrice newyorkese l'ha accantonato del tutto. Riadattando dapprima i brani già pronti al Disklavier e quindi sfruttandoli come nucleo iniziale di “Moves In The Field”, ha poi ripristinato le forme originali di quegli stessi brani e dato una veste più elettrica ai pezzi nuovi inclusi nel disco dello scorso anno, ottenendo un prodotto quanto più vicino possibile al programma iniziale. In questo complesso diagramma di cerchi intersecanti, “Don't Trust Mirrors” chiude il percorso e lo fa senza rinunciare allo spirito di avventura, proponendosi come il fratello più nervoso e appassionato della coppia.
Guai a parlare dell'album come di un lavoro dance: se l'ispirazione ritmica deve molto al contesto in cui i pezzi sono stati ideati, nondimeno gli specchi infidi di Moran hanno nuovamente tanto in comune con l'accademia, con gli studi timbrici e le proprietà sonore di uno strumento capace di rinnovarsi in continuazione. Nondimeno l'ispirazione resta, e con essa il fuoco sotto ai piedi: come gocce di cristallo, “Echo In The Field” trae forza dal comparto elettronico circostante per inscenare un piccolo poemetto pianistico, sospeso in un alveo espressivo che non si tarderebbe a definire chillout.
C'è poi “Sans sodalis”, con le note di pianoforte suonate come ondate ricorsive, un gioco di micro-loop e accenni melodici strutturato come techno disossata. I brani adattati dagli originali di “Moves In The Field” trovano quindi nuova energia, nelle cascate di “Systems”, trattate come materia industriale, o nel cuore sintetico di “Reappering”, che supporta l'assorto melodiare con accorte pennellate di colore.
Completa l'assetto un ricco campionario di spaziose ballate e momenti di estatica contemplazione, veicolati da una mano che conduce i brani fin dove devono spingersi. Nell'unione di due approcci alla scrittura dettati da circostanze ed esigenze totalmente diverse, “Don't Trust Mirrors” ne riassume la visione con lucidità e precisione, riportando al centro un'idea di composizione duttile e ricettiva. Mai fidarsi degli specchi, a maggior ragione se restituiscono due immagini difformi.
18/11/2025