Superfluo disclaimer dadaista: nessuna lattina di birra semi-vuota è stata maltrattata e/o lanciata in faccia a un eventuale pubblico durante la registrazione di questo album. (Forse).
A seguito della pubblicazione del doppio singolo “Itchy”/“Delusional” avvenuta a inizio anno, era chiaro che qualcosa stesse bollendo in pentola per i Leatherette; ciò ha preso corpo e si è concretizzato in “Ritmo Lento”. La terza fatica del quintetto bolognese arriva a due anni praticamente esatti dalla disfatta del confusionario e poco omogeneo sophomore “Small Talk”, la cui scelta di registrazione in presa diretta non aveva rappresentato un’idea delle più vincenti. Le recording session questa volta sono avvenute al Duna Studio di Ravenna, con la riconferma di Chris Fullard (Idles, Ulver) al mix come nel precedente capitolo.
Le sferzate punk cedono il passo a più riprese a semplici pseudo-ballate elettriche di matrice indie-rock e slacker, un concetto che rimanda in parte idealmente al recente operato delle Horsegirl con “Phonetics On & On”, tra le cui fonti di ispirazione spiccavano perfino le filastrocche per bambini. I passi dinoccolati della corale “Magic Things” fungono da valida anticamera al dondolio delle strofe contrapposte ai riff catchy e al sax sghembo di “Lovers Drifters Foreigners”, pezzo focale dell'opera senza ombra di dubbio, mentre la successiva “Hey There” gioca su leggere melodie slacker in zona Bar Italia e una piccola progressione di accordi nella seconda parte che cita, volutamente o per caso, per pochi secondi, la “The Man Who Sold The World” coverizzata dai Nirvana.
In “Anywhere” si incontrano memorie indie-rock nineties in bassa fedeltà, a cavallo tra Pavement e Dinosaur Jr., il tutto ammantato da una patina rumorosa tra power-pop ed emo che in fin dei conti fa il suo dovere. Tornano a dominare gli assoli schizofrenici di sassofono su “Panic Attack” e in coda a “You Never Go Outside”, mentre con l’intro minimale di “Sorry” calano leggermente i toni, per poi crescere ed esplodere in un finale strumentale, fino ai fraseggi sintetici di “Cold Hands”.
Tirata forse un po' troppo per le lunghe, si aggira tra echi d'infanzia e arie vagamente jazzate la title track “Ritmo Lento”, che funge da spartiacque definitivo con il finale del disco, dichiarando implicitamente la volontà di adottare un profilo basso e meditativo rispetto alle premesse iniziali. A chiudere in sordina e a farsi ricordare meno è il trittico composto dagli scricchiolii sperimentali della sfuggente “New Bay”, la più breve “Situationship” e la sinistra “Get Stuck”.
La necessità di fermarsi a riflettere e prendere tutto il tempo sufficiente per riordinare le idee prima di agire, questo è il succo espresso in “Ritmo lento”, il che potrebbe sembrare banale, ma in fin dei conti nell'epoca in cui tutto deve essere performante, veloce, sul pezzo, e pronto da consumare al momento, non lo è mai. Un concetto utile non solo nel mondo della musica in particolare, dove il pensiero vola ai tanti che per restare sotto i riflettori sfornano opere senza sosta, figlie del sistema malato che risponde unicamente alla sequenza produci-consuma-crepa, ma che potrebbe essere applicato, con qualche aggiustamento, anche nel quotidiano. Prima di fare una cazzata è possibile azionare il cervello e pensarci su; la pazienza a volte premia. Pubblicità progresso (molto molto dadaista).
07/12/2025