Reduce dagli ottimi riscontri di “Raìse”, disco che ne ha segnato un cambio di rotta contraddistinto dall’uso del dialetto vicentino, Elli de Mon torna con un 7’’ in piena continuità con il nuovo percorso intrapreso. Le due tracce rinunciano ancora alla lingua inglese e si affidano soprattutto alla componente psych del progetto, contraddistinta da robuste inflessioni stoner in “Monte Orco” e tendenzialmente folk nel canto ancestrale di “Late bianco”. Due visioni differenti, accomunate dall’enfasi dell’interpretazione e che nel lato B vedono entrare in gioco la chitarra elettrica di matrice blues di Marco Contestabile aka Black Snake Moan al fianco del trio consolidato, formato insieme a Marco Degli Esposti (chitarre) e Francesco Sicchieri (batteria).
Se musicalmente il dittico non offre particolari nuovi spunti – tanto da essere vera e propria appendice dell’album – l’uscita assume rilievo per l’intento da cui muove e per la veste grafica dell’edizione in vinile, realizzata con la collaborazione di Silvia Gavasso, autrice dell’immagine di copertina e della cianotopia contenuta al suo interno.
Come esplicato nelle note che lo accompagnano, il lavoro è concepito come “un rituale, un canto della Montagna-Dea dedicato alle donne, e in particolare alle donne che interrompono, volontariamente e non, una gravidanza.” Un tema importante, particolarmente sentito dalla musicista, che ha deciso di devolvere parte del ricavato delle vendite alle associazioni italiane L.A.I.G.A. – Libera Associazione Italiana Ginecologi Non Obiettori per l’Applicazione della L. 194/78, che tutela il diritto di interruzione volontaria della gravidanza (www.laiga194.it , e CiaoLapo, che offre sostegno psicologico e assistenza nell’esperienza del lutto perinatale (www.ciaolapo.it).
Scrittrice oltre che musicista, l’artista vicentina affianca alla parte sonora il suo “Manifesto - La Montagna parla per noi”.
La Montagna, il Summano, è ventre.
Un tempo era Dea: madre sacra e terribile, senza volto e senza pietà, capace di generare e di riprendere nello stesso respiro.
La Montagna dà la vita e la riprende, senza colpa: come necessità inscritta nel ciclo della natura.
Così ci ricorda che proprio il ciclo della natura non conosce vergogna, ma solo trasformazione.
Eppure, in Italia, alle donne che interrompono una gravidanza viene imposto il peso della colpa.
Oggi chi perde un figlio e chi sceglie o subisce un aborto è spesso costretta a stare di fianco a chi dà la vita, negli stessi corridoi, nelle stesse stanze, sotto lo stesso cielo al neon.
Queste donne si trovano sole, giudicate, circondate da sguardi che condannano invece che offrire cura.
Non si parla quasi mai di violenza ostetrica e ginecologica. Eppure c’è, esiste, scava nei corpi e nelle parole e fa male.
Noi diciamo questo: ogni donna che attraversa l’esperienza dell’aborto è già dentro un dolore sacro.
Non ha bisogno di moralizzazioni, ha bisogno di mani che sostengano, di silenzi che rispettino, di voci che dicano: non sei sola.
L’aborto non è colpa: è parte di un ciclo antico quanto la terra, è decisione intima che appartiene al corpo e all’anima di chila vive.
La vera violenza è la colpevolizzazione, il giudizio che ferisce più della ferita stessa.
03/04/2026