L’eternità aleggia da sempre nelle sinfonie oscure dei Sunn O))), suggerita da droni colossali e nerissimi costruiti su chitarre mostruose. Per questo album omonimo, primo lavoro lungo per la Sub Pop, scelgono la dimensione colossale a loro più congeniale: sei brani estesi, tra cui spicca una coppia di monoliti da 18 minuti. Lavorando ai confini del loro tipico sound, rifondano il proprio linguaggio in direzioni più liriche e, a tratti, accessibili, senza tradirne i fondamenti.
Protagonisti indiscussi, i droni di chitarra: fragorosi, spaventosi, sconfinati. Chi conosce la band, ritroverà il loro marchio di fabbrica, immutato e sempre suggestivo. Sopra queste fondamenta, però, i sacerdoti neri del metal uniscono gli spunti cinematografici di “Black One” con il substrato mistico di “Monoliths & Dimensions” per fornire una nuova chiave di lettura ai loro droni ultraterreni. Emergono field recording e più spiccati elementi melodici, pur calati nel contesto musicale abitudinario della band.
"XXANN" prende il via da un feedback insolitamente acuto, di tradizioni noise, prima di sprofondare in un umido abisso di droni e suoni di pioggia. Il resto dei suoi 18 minuti totali è una nuova trenodia di chitarra distorta e colossale, con laceranti impennate fischianti. La palette è relativamente ampia anche in "Does Anyone Hear Like Venom?", con bave acute e lamenti noise ad accompagnare il drone; non sarà mica un assolo di chitarra quello sul finale, vero?
Si dipana in modo più canonico la liturgia oscura di "Butch's Guns", almeno nei primi dieci dei suoi 14 minuti, poi la chitarra prende una direzione quasi blues, per quanto mostruoso e distorto, e un feedback occupa la parte acuta dello spettro sonoro, fungendo da abbagliante luce nella notte più assoluta.
Un secondo brano di 18 minuti, "Mindrolling", manca forse l’opportunità di ampliare ancora il linguaggio dell’album, se non nel finale più caotico e tempestoso. Rimedia il gorgo infernale che apre "Everett Moses", un groviglio assordante da cui emerge una marcia ciclopica e lenta, minacciosa. Lentamente però si percepisce una sfumatura, un segno di vita, una scintilla che suona come un’alba di proporzioni cosmiche, concretatizzata nel riff conclusivo, per certi versi definitivo: si schianta contro un muro di rumore.
La conclusiva "Glory Black” è destinata a diventare la cosa più vicina a una hit che una band così ascetica possa concepire. Suonata al triplo della loro velocità abituale, quindi di una lentezza meno sovrumana, la loro musica metal riacquisisce una chiara dimensione melodica, un ritmo, persino... un groove. È l’approdo di decenni di destrutturazione della chitarra elettrica, restituita infine a un ruolo più tradizionalmente rock ma in contesto di musica d’avanguardia, astratta, strumentale: un pianoforte piove note tetre, dei fruscii sinistri suggeriscono tensioni angoscianti.
Dopo anni di pubblicazioni più stanche, “Sunn O)))” è un nuovo rituale che estende la liturgia di una formazione che si dimostra ancora capace di evoluzioni creative. Nulla che possa riscrivere, comunque, il loro ruolo nella musica più oscura e assordante degli ultimi decenni. Verrebbe da dire una rinascita ma, citando Lovecraft, “non è morto ciò che può attendere in eterno”. Splendida copertina con un dipinto di Mark Rothko, peraltro in mostra a Firenze in questi mesi: l’ascolto dell’album durante la visita è consigliato, almeno fino all’occasione di ascoltare i nuovi brani dal vivo.
04/04/2026