Faith No More

Angel Dust

1992 (Slash/Reprise) | crossover, alternative metal

Attraversati gli anni Ottanta facendo sfoggio di una forte carica sperimentale e un mix di influenze che permettono loro di essere etichettati come promessa dell'underground americano, i Faith No More trovano nel 1989 con "The Real Thing" e il nuovo cantante Mike Patton la porta d'accesso a un universo istrionico e virtuoso dal quale prende vita il riscatto delle sonorità pesanti proprio all'inizio della parabola discendente del metal come fenomeno mainstream.
Il singolo "Epic" conquista le zone alte della classifica, restando ancora oggi molto probabilmente il loro brano più conosciuto: non male per un quintetto della zona di San Francisco poco incline a soddisfare le aspettative del pubblico.
Mentre il nome Faith No More e il volto di Patton diventano materiale buono per le copertine delle riviste specializzate, un'altra band della West Coast apre porte e universi paralleli che fungono da cambio di paradigma per un'intera generazione.
Nel 1992, il grunge è grande e i Nirvana sono i suoi profeti.
Al di là dell'essere amici personali di molti artisti dell'area di Seattle (tipo i Soundgarden), Patton e soci sanno che per loro non è necessario cavalcare la nuova onda, quantomeno non nei tempi e modi stabiliti dai gruppi più famosi, anche se fruttuoso in termini di esposizione mediatica.
La band decide di fare quello che sa fare meglio, cioè spiazzare.

La gestazione di "Angel Dust" avviene sotto l'egida di due aspetti in particolare: la partecipazione attiva di Patton alla fase compositiva (a differenza di quanto avvenuto su "The Real Thing", dove il cantante aveva avuto soltanto due settimane di tempo per infilare testi e parti vocali sulla struttura di brani già pronti) e la necessità di suonare attuali tenendosi a una certa distanza dalle aspettative del music business.
Il secondo punto in particolare diventa materia di dibattito per quanto riguarda la fase di scrittura. Il chitarrista Jim Martin, portatore sano della componente metal all'interno della band (e principale sponsor del reclutamento di Patton qualche anno prima), vive con insofferenza sia la costante intrusione dei media nello studio di registrazione (su YouTube è disponibile un filmato di circa quattro ore girato in proposito da Mtv) sia la scelta di arricchire il nuovo materiale con elementi piuttosto distanti dalla sua sensibilità (come i campionamenti, per il cui utilizzo la band deve corrispondere un compenso economico).
Jim vorrebbe fare le cose con calma e usare lo studio proprio per completare il suo lavoro (a differenza di Bill Gould, che vuole arrivarci con tutto già pronto), mentre la casa discografica spinge per perdere il meno tempo possibile. Nasce quindi una stranissima tensione durante le session, che porta i Faith No More a cercare di riempire le parti di Martin ancora mancanti attraverso una ricerca sonora che coinvolge il co-produttore di fiducia Matt Wallace (al loro fianco fin dagli esordi).

Il risultato rappresenta a tutti gli effetti un primo step di allontanamento dall'impianto strettamente metallico di "The Real Thing" (soprattutto in termini chitarristici - si veda il numero di assoli ridotto al minimo storico), e l'inizio di una migrazione verso la ricchezza musicale in forma di personalità multipla e vagamente schizoide, portata in dote anche dall'esperienza di Patton nel suo gruppo d'origine Mr. Bungle.
È ovvio che i Faith No More desiderino da sempre incorporare quanti più elementi possibili nella loro musica, ma questa volta nell'aria c'è la sensazione di voler approdare a un senso di grandiosa maturità, ben sapendo che ciò possa comportare sacrifici in termini di immediatezza.
"Spero che nessuno di voi abbia comprato casa", tuona il presidente della Slash Records dopo il primo ascolto del materiale, sottolineando che per lui quello è un suicidio commerciale. Osservazione più che lecita, considerando la poca accondiscendenza del disco in rapporto alle altissime aspettative.

"Land Of Sunshine" salta i convenevoli grazie a una martellante linea di basso di matrice funky che apre a un primo ritornello composto esclusivamente di risate isteriche e giostre circensi, sulle quali Patton si fa beffe della finta spiritualità declamando frasi appartenenti ai sermoni dei telepredicatori e ai biscotti della fortuna ("Does life seem worthwhile to you?/ Here's how to order/ Yes, hm-hmm, now for the next question/ Does emotional music have quite an effect on you?/ Do you feel sometimes that age is against you?/ Sing and rejoice, yeah, sing and rejoice"). "Caffeine" appesantisce le sonorità su un tempo in 3/4, usato da Patton per spiegare gli effetti collaterali dell'unica droga di cui riesce a farsi (la caffeina, appunto) e della deprivazione del sonno a cui ogni tanto si sottopone.

Con "Midlife Crisis" iniziano le novità. La traccia risente chiaramente di una struttura hip-hop a livello di cantato, beat e campionamenti (presi da "Cecilia" di Simon & Garfunkel e da "Car Thief" dei Beastie Boys) ma si rende malinconica nell'arrangiamento di tastiere di Roddy Bottum e nevrotica nell'interpretazione di Patton, esplodendo poi in un ritornello che diventa finalmente radio friendly. Le chitarre di Jim Martin, per la prima volta, non sono niente di più che un supporto ritmico.
Contribuisce allo sgomento "RV", una ballatona (nuovamente in 3/4) per pianoforte e crooner ubriaco, che riprende certe atmosfere grottesche alla Mr. Bungle, e il cui testo scandaglia un tipico aspetto della cultura americana, quello che porta a vivere continuativamente dentro i camper usati per le vacanze ("RV" sta per "recreational vehicle"). Si dice che ogni famiglia statunitense conosca almeno una persona che sceglie quella cerchia di esistenza (chiamata in senso dispregiativo "white thrash"), composta perlopiù da persone in sovrappeso che consumano junk food davanti alla tv, mentre si lamentano, anche di loro stesse ("I hate you/ Talkin' to myself/ Everybody's staring at me/ I'm only bleedin"). Patton sostiene che c'è più di un riferimento al suo vissuto familiare.
In questi primi quattro momenti del disco c'è già tutta la summa filosofica di quello che i Faith No More intendono comunicare al pubblico, qualcosa che suona più o meno come un "potrà non piacervi, ma le cose stanno così". Non facile da digerire, soprattutto per quelli che aspettano un rassicurante "The Real Thing" part two.

Nell'estetica di "Angel Dust" i brani sono le sfaccettature di un comportamento psicotico, farcito di nonsense e aggressività, carezze e ceffoni, che schernisce il perbenismo americano attraverso gli exploit del vulcanico intrattenitore Patton (a tutt'oggi una delle voci più incredibili che il pianeta rock abbia mai avuto). A differenza del grunge, che sembra proporsi come risposta generazionale (con il cui spleen la band gioca a più riprese), il crossover/alternative metal dei Faith No More sottolinea qui la complessità delle relazioni sociali, guidando il manipolo di chi reagisce alla vita esaltandone gli aspetti scioccanti. Non è un caso che l'artwork del disco metta in contrapposizione la bellezza eterea di una garzetta (sulla front cover) con la crudezza dei tagli di carne in un reparto macelleria (sul retro).

Non ci sono momenti cosiddetti "minori", su "Angel Dust"; lo humor da caserma e le tensioni in studio di registrazione (Jim Martin sopporta poco persino il titolo del disco, un chiaro riferimento al soprannome della PCP, potente allucinogeno diffuso negli anni Settanta e Ottanta) non fanno altro che rafforzare una tracklist piuttosto serrata, in cui tutte le influenze stilistiche trovano un senso di coesione generale difficilmente prevedibile sulla carta.
E così, per una "Smaller And Smaller" che si fa seriosa e riflessiva attraverso l'utilizzo di scale arabe e canti di nativi americani, c'è una "Be Aggressive" il cui divertito coro di cheerleader fa da contraltare a un testo di Bill Gould attinente a un rapporto orale gay (che non ha apparentemente nessun riferimento con l'outing del tastierista Roddy Bottum, di fatto il primo nell'ambiente dei musicisti di provenienza metal, che avverrà poco tempo dopo).
Alcuni episodi ("Everything's Ruined", "A Small Victory", "Kindergarten") sono veri e propri indicatori di una bellezza creativa illuminata, in grado di far confluire elementi di potenza chitarristica, squarci di metriche hip-hop, ampie melodie vocali e orchestrazioni cinematografiche, tuttavia mai slegati dalla mera furia di altri momenti invece volutamente irritanti, come "Malpractice" o "Jizzlobber", quasi a sottolineare ulteriormente la capacità della band di tracciare la strada di casa anche in condizioni limite.
Resta chiaro che, accanto a materiale farcito di attitudine provocatoria alla Mr.Bungle ("Crack Hitler"), i Faith No More ritengono fondamentale sistemare un'adeguata dose di melodia, chiudendo il disco con la brillante riproposizione del tema portante della pellicola "Midnight Cowboy" (in italiano "Un uomo da marciapiede") scritto da John Barry e, solo sull'edizione europea, la cover di "Easy" di Lionel Ritchie & The Commodores, in grado di raggiungere platee ben più ampie della metal militia che presenzia abitualmente ai concerti.

Con "Angel Dust" i Faith No More danno vita a un'entità sorprendentemente poliedrica, che aggredisce, affascina, scandalizza, e percorre una via finalmente adulta nel rendere autorevole lo scherno e ironico il tormento. Per quanto apparentemente fuori da quel giro di vendite "grosse" a cui i manager della Slash ambivano nell'immediato, il disco riesce poco per volta nell'impresa di fornire un intero nuovo universo lessicale agli amanti delle sonorità pesanti, con il suo personalissimo approccio che sublima strutture ritmiche bellicose e ritornelli melodici figli del disagio grunge (coordinate che faranno da guida a buona parte del cosiddetto nu-metal negli anni a venire - sono note a questo proposito le dichiarazioni d'amore di Chino Moreno dei Deftones e di James "Munky" Shaffer dei Korn). Con "Angel Dust" il processo di istituzionalizzazione della band si fa completo, nonostante le bocche storte del mondo discografico e degli aficionados della prima ora. Metallica e Guns'n'Roses (nel 1992 ancora punti di riferimento presso il grande pubblico di un mondo che non vuole abbandonare la partita) riconoscono la qualità del nuovo che avanza, invitando Patton e soci ad aprire i loro tour negli stadi. Ma il contrasto sul palco è notevole, quasi inconciliabile. Un cambio di registro ormai inevitabile (il cui prezzo da pagare sarà la dipartita, l'anno successivo, proprio di Jim Martin, il più conservatore in termini di virate stilistiche), racchiuso sapientemente dentro quattordici tracce di polvere angelica.

(21/07/2019)

  • Tracklist
  1. Land of Sunshine
  2. Caffeine
  3. Midlife Crisis
  4. RV
  5. Smaller and Smaller
  6. Everything's Ruined
  7. Malpractice
  8. Kindergarten
  9. Be Aggressive
  10. A Small Victory
  11. Crack Hitler
  12. Jizzlobber
  13. Midnight Cowboy
  14. Easy




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