La mitologia corrente sostiene con fermezza che le quattro tracce del gruppo texano Khruangbin, condivise con Leon Bridges nell’Ep “Texas Sun”, siano croce e delizia dei due fronti critici (sostenitori e detrattori) sviluppatisi intorno a “Mordechai”.
Le accuse di eccessiva linearità rivolte all’ultimo disco della band, pur se giustificate da una predilezione per atmosfere più soft e quasi da sottofondo (non necessariamente sintomo di mancanza di qualità), non sempre reggono, soprattutto se confrontate con le lodi per “Texas Sun”, mini-album peraltro “colpevole” di aver anticipato la solarità di “Mordechai”.
La psichedelia flessuosa e avvolgente della title track, con quel malizioso refrain che ha il sapore del classico, è senz’altro una delle piccole perle pop dei Khruangbin, una di quelle intuizioni che da sola giustificano l’esistenza di un Ep. Nelle restanti tre tracce si annidano, invece, i semi di quella normalizzazione che tanto ha diviso critica e pubblico.
Il raffinato soul-groove di “Midnight” è prodromo del più avventuroso epigono “First Class”, mentre le linee funky di “C-Side” sono più timide e meno movimentate di quelle sciorinate nel passato o nel presente dei Khruangbin, sostenute peraltro da un groove che ricorda “Georgy Porgy” dei Toto.
Che dire poi della morbida e quasi languida “Conversion”, sei minuti e quarantasei secondi di delicata e innocente dolcezza, che hanno consolidato senza alcun turbamento la svolta sviluppata in “Mordechai”.
Preso atto che i Khruangbin dopo il vibrante “Con Todo El Mundo” hanno volutamente modificato la rotta, e consolidata l’esistenza di due fronti critici avversi sulle sorti della band texana, si può con coerenza affermare che non c’è alcun motivo di contrapporre “Texas Sun” a “Modechai”, due tappe discografiche che suggellano l’attuale status creativo e stilistico della band: prendere o lasciare.
22/10/2020