Ci sono dischi che affiorano come fotografie scolorite dimenticate in soffitta, e “Hometown Girl” è uno di questi. Il titolo pare rievocare il ritorno di una giovane donna nel luogo dove tutto è cominciato: riapre la porta di casa, sale in mansarda, riscopre nastri di famiglia. Non sono brani compiuti, ma appunti sonori apparentemente disconnessi. U.e. è il nuovo alias di Ulla Straus, già nota per “Big Room” e “Tumbling Towards A Wall”, dove ambient dub e glitch intrecciavano racconto intimo. Qui il paesaggio sonoro diventa sommesso, quasi ambient pop: chitarre, pianoforti sgranati, fiati e percussioni trattati con la cura di chi cammina sul ciglio di un ricordo.
L’opera evoca un immaginario invernale, mattutino. Ma anche i rumori ovattati di una casa addormentata, i sussurri lontani di un grammofono stanco, il lento respiro del jazz da camera. Una nube di elettronica emotiva che non pretende attenzione ma la guadagna con dolcezza, con un senso di pace che sfuma in nostalgia. I glitch non rompono, ma colmano i silenzi; si adagiano su un tappeto di carillon abbandonati. Le chitarre sembrano provenire dalla stanza accanto, come ricordi che si fanno sentire. Come un Khonnor dell’ultima ora, gli scorci si aprono come memorie dolciastre, lasciandoci il retrogusto di una felicità che non abbiamo saputo riconoscere.
“Hometown Girl” è una carezza timida, smarrita tra strumenti acustici e dettagli sintetici: clarinetti sospesi, batterie sfiorate come in un ensemble jazz insonne, manipolazioni digitali. Il suono etereo di una casa svuotata, quello delle stanze dove si è vissuto e sofferto in silenzio; ma anche la compagnia di un amico che rimane accanto nelle notti più opache. Alla fine, ciò che resta è l’impressione di un abbraccio: caldo, esitante, quello di chi non sa bene come tenerti ma ci prova lo stesso.