LADYTRON - Paradises

2026 (Nettwerk)
synth-pop

C’era una volta l’electroclash, un’ondata di nuovi suoni elettronici ballabili che invase club e radio specializzate mandando in visibilio ogni appassionato dei suoni anni 80 e i reduci dallo sballo dei rave negli anni 90. Una miscela esplosiva che andava oltre il revival per mischiare synth-pop, new wave, techno, Giorgio Moroder e i Kraftwerk con aggiunta di zuccheroso pop. Le raccolte di DJ Hell erano la bibbia e si scoprivano band e artisti fantastici, tutti dediti a far sballare con i suoni e la danza: dagli algidi Simian Mobile Disco ai colorati Digitalism, dagli oltraggi di Peaches alle oscurità tecnologiche dei Faint, dalla sfrontatezza di Tying Tiffany al primo Fischerspooner. Per non parlare della versione acida del genere, passata alla storia con il nome di electro.
Insomma, il paese di Bengodi per 80’s-lover e nuovi adepti del verbo elettronico, con un potenziale pop infinito. Da questa esplosione emersero alcuni protagonisti che hanno nel tempo creato una loro identità e un loro suono, sopravvivendo al tempo: tra questi spiccano i Ladytron per chiarezza di visione, solidità delle basi (il nome preso da una canzone dei Roxy Music) e splendida capacità di maneggiare i suoni trasformandoli in brillanti canzoni.

La band di Liverpool, nata nel 1999 per iniziativa di Daniel Hunt, raccolse subito le ambizioni di Helen Marnie (voce e synth), Mira Arojo (voce e synth) e Reuben Wu (synth). Il primo album “604” (2001), che conteneva la splendida hit “Playgirl”, era una dichiarazione di intenti: formazione alla Human League con voci femminili, sintetizzatori in primo piano, svolazzi di sequencer e drum machine pompate per un impasto synth-pop pronto per sfornare ottime canzoni.
Il secondo “Light & Magic” riproponeva la formula vincente con alcuni storici pezzi come “Seventeen”, in cui ballabilità, istinto pop e elettronica seria davano il meglio. Con il successivo “Witching Hour” abbracciarono un suono rock, che lasciava affiorare le chitarre e abbandonava parzialmente l’intenzione di far ballare. “Velocifero” (2008) e “Gravity The Seducer” (2011) confermavano questa tendenza, con il secondo ad abbassare un po’ il livello di energia e coinvolgimento. “Ladytron” (2019) e “Time’s Arrow” (2023) annacquavano un po’ il tutto, belle canzoni ma senza quel nerbo giovanile elettronico dei primi album.

Con “Paradises”, pubblicato per Nettwerk, la band inglese torna ora a risplendere e si riprende il posto che le spetta nel pantheon elettronico. Voci elaborate, miriadi di synth analogici, recupero della freschezza e dell’attitudine dance. E’ quasi un doppio album, perché dura 71 minuti e tutto funziona: la voce sussurrata di Helen, le alchimie tra linee di basso e sequencer, i beat ossessivi e tante belle canzoni caratterizzate da stile inconfondibile ed eleganza difficilmente arrivabile.
L’iniziale “I Believe In You” attacca con la cassa dritta e svolazzi di tastiere per poi prendere il volo e diventare un brano da club alternativo, con una melodia che si appiccica alle orecchie. “Kingdom Undersea” riduce la velocità, in un brano dall’andamento dark con due accordi di piano e un incrocio di voci maschile e femminile che fa prendere il volo al ritornello. “I see red” richiama apertamente il synth-pop degli esordi, è un brano irresistibile trascinato da un sequencer che crea una linea di basso che entra nelle viscere e non se ne va più. Impossibile non ballarla ed esaltarsi.

“A Death in London” è un esempio di pop elegante appoggiato su strati di tastiere e un beat morbido, fino a che non arriva un sassofono a dare un apprezzato tocco anni 80. “Secret Dreams Of Thieves” ha un giro di accordi che lo rende oscuro, la voce lo eleva al rango synth-pop scintillante mentre un basso e voci sintetiche scavano nei neuroni trasportandoci in un club berlinese. L’acme arriva a metà strada con “Metaphysica”, dance potente e ossessiva in un brano privo di ritornello e basato su un groove techno che spedisce su un altro pianeta grazie a una drum machine e a un basso sintetico supersonici. Roba di classe, una lezione dance che rimane negli annali. L’album si chiude con la leggera “For A Life in London”, un brano riflessivo in stile “West End Girls” dei Pet Shop Boys.
La citazione non è a caso, perché i Ladytron sono al livello dei padri del pop elettronico inglese e “Paradides” è un capolavoro di melodia, ritmo e suoni brillanti che stupisce per la freschezza e, ancora una volta, per l’abilità di creare grandi canzoni.

21/05/2026

Tracklist

  1. I believe in you
  2. In blood
  3. Kingdom Undersea
  4. I see red
  5. A death in London
  6. Secret Dreams of thieves
  7. Sing
  8. Free, free
  9. Metaphysica
  10. Caught in the blink of an eye
  11. Evergreen
  12. Ordinary love
  13. We wrote our names in the dust
  14. Heatwaves
  15. Solid light
  16. For a life in London

LADYTRON sul web