Con “Delusion”, il progetto newyorkese (orfano di Eddie Cooper e ormai saldamente in mano alla sola Jasmine Golestaneh) compie un ulteriore passo nel processo di trasformazione che da oltre un decennio plasma la sua identità sonora. Il disco nasce come un territorio di confine in cui synth-pop crepuscolare, suggestioni darkwave e melodie marcatamente pop si dissolvono in un paesaggio onirico. L’intervento del produttore Jorge Elbrecht (qui in parte anche compositore e arrangiatore) contribuisce a rendere il suono più stratificato, con ampi sintetizzatori che convivono con chitarre evanescenti.
L’album si apre con la tensione febbrile di “Sublevel”, introduzione che sembra spalancare le porte verso un universo gotico. Da qui in avanti, “Delusion” procede come un viaggio attraverso identità instabili e desideri distorti: la pulsazione notturna di “Who Says” flirta con una disco scura e ipnotica, mentre “Fail Better” (ispirata alla celebre frase di Samuel Beckett) trasforma il fallimento in una spirale emotiva dove ripetizione e guarigione si intrecciano.
In altri momenti, come nella visionaria “Deep Fake Heaven” o nella fragile “My River”, la scrittura di Golestaneh si muove tra immagini surreali e riflessioni più intime.
Il titolo dell’album non è casuale: nella filosofia buddhista, la delusione è uno dei veleni della coscienza, una distorsione percettiva capace di trasformare l’immaginazione in un miraggio pericoloso. “Delusion” sembra nascere proprio da questo punto di tensione, dove il desiderio si confonde con la perdita di sé e la bellezza diventa qualcosa di ambiguo e instabile. Il risultato è un lavoro in apparenza ricco e ipnotico che preferisce accumulare immagini e texture invece che osare. In questo spazio sospeso tra sogno elettronico e inquietudine romantica, Tempers costruisce un capitolo solo in parte più complesso rispetto alle precedenti release (pensiamo al dignitoso ma poco originale “New Meaning”).
La produzione di Elbrecht è ineccepibile: tutto suona bene, pulito, bilanciato. Ma è proprio questo il problema, perché “Delusion” è un disco che non osa mai davvero. Gli archi sono cinematografici, i synth sono avvolgenti, la voce di Golestaneh è calda e sicura. Eppure, alla fine di ogni canzone, si ha la sensazione di aver ascoltato qualcosa di valido ma perfettamente dimenticabile. Mancano quelle crepe da esplorare e quel dettaglio che rimane sotto la pelle.
In un panorama synth-pop sempre più affollato, l’album si distingue per eleganza ma si perde per mancanza di incisività. Piacevole, sofisticato, ben confezionato per chi cerca atmosfera e raffinatezza. Tuttavia, chiunque fosse alla ricerca di una ruvida emozione, di un rischio o di un’imperfezione che ammalia, qui non la troverà.
21/05/2026