Manuel Agnelli

Il domani della musica italiana dentro "Suoni dal Futuro"

Dall’incontro fra il collettivo di GERMI-Luogo di Contaminazione, spazio culturale milanese fondato da Manuel Agnelli, e la Siae ha preso vita nelle scorse settimane “Suoni dal Futuro”, un progetto triennale dedicato alla nuova scena musicale italiana, nato per far convivere in maniera naturale creatività, diritto d’autore e dimensione live. L’iniziativa nasce con un obiettivo chiaro: sostenere una nuova generazione di autori, autrici, musicisti e musiciste, attraverso un percorso concreto fatto di palco, formazione e crescita professionale.
GERMI-LdC assume un ruolo di centralità, laboratorio permanente di scouting e formazione che proporrà presso la propria sede cinque serate al mese per dieci mesi l'anno: un centinaio di band si esibiranno in una programmazione continuativa che punta su originalità, qualità compositiva e identità artistica. Tutti gli artisti coinvolti presenteranno brani originali, contribuendo a valorizzare la cultura della creatività.
“Suoni dal Futuro” Live Tour sarà la trasposizione in rassegna itinerante e porterà ogni anno 12 di questi progetti musicali nei club di tutta Italia, partendo da otto città della nostra penisola: Milano, Roma, Bologna, Napoli, Palermo, Taranto, Pesaro e Torino. Novantasei concerti complessivi distribuiti in due tranche distinte tra la primavera e l’autunno del 2026. Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso gratuito, per favorire l’incontro diretto tra artisti e pubblico nei luoghi simbolo della musica dal vivo.
“Suoni dal Futuro” rappresenta l’evoluzione di un percorso avviato già da qualche anno: il progetto nasce infatti dalla precedente esperienza di “Carne Fresca”, la rassegna lanciata da GERMI nel 2024, che ha dato spazio a numerosi artisti tra i 15 e i 30 anni, selezionati tra migliaia di candidature giunte da tutta Italia.
Abbiamo incontrato Manuel Agnelli per farci raccontare l’ambiziosa idea, nata in quel laboratorio necessario che è GERMI. L’occasione giusta per tornare a toccare anche altri argomenti interessanti insieme al musicista milanese.

Ciao Manuel, ci eravamo incrociati l’ultima volta meno di un anno fa, quando con gli Afterhours stavi per partire con il tour celebrativo dedicato al ventesimo compleanno dell’album “Ballate per piccole iene”. Ho poi avuto l’occasione di assistere alla seconda serata romana del tour, nella magica cornice della Cavea dell’Auditorium. Possiamo dirlo che quel tour è stato un trionfo?
Ti dico la verità: mi aspettavo che andasse bene, ma sinceramente così tanto bene no. E’ stato un trionfo vero e ancora una volta è stato particolarmente bello perché gran parte del pubblico che ha acquistato il biglietto per venirci a vedere era pubblico “nuovo”. Tutte queste persone, chiamiamoli “giovani adulti”, che hanno venti o venticinque anni meno di noi, hanno reso ancor più speciali quelle serate estive, perché gli hanno tolto la patina di malinconia che operazioni di questo tipo rischiano sempre di avere. Che poi non c’è niente di male nella malinconia, però è stata una bomba ancora più forte ritrovarsi davanti a così tante persone molto più giovani di noi, che sicuramente negli anni Novanta non potevano essere presenti ai nostri concerti. Ma a parte il numero pazzesco di spettatori che abbiamo avuto, c’era tra di noi un’atmosfera davvero molto complice, perché per tutti noi era una vera necessità fare questo tour, ricordare un disco così importante e un tratto fondamentale del nostro percorso come band. Si percepiva viva la necessità che l’esperienza diventasse parte di un processo di riavvicinamento fra di noi, intendo proprio a livello personale oltre che artistico.

Pensa che proprio venerdì scorso ho assistito all’Orion di Ciampino a una data del tour per il trentennale de “Il Vile” dei Marlene Kuntz. A fine concerto, chiacchierando con Cristiano Godano e Riccardo Tesio, riscontravamo quanti giovanissimi erano presenti nel locale e cantavano tutte le canzoni. Mi raccontavano che sta accadendo in tutte le date del tour. Parliamo di canzoni che non girano in radio, né ora, né all’epoca, quindi c’è una generazione che in qualche modo ha cercato e ha trovato le canzoni degli Afterhours e dei Marlene Kuntz, un fenomeno che sta interessando diverse formazioni della scena alt-rock italiana degli anni Novanta.
Ne sono felicissimo, perché credo che questa nuova generazione di ascoltatori ci abbia presi come un punto di riferimento. Forse perché la nostra è stata l’ultima generazione musicale a essere caratterizzata da un certo tipo di libertà espressiva, raggiungendo anche dei buoni risultati. Molte delle formazioni che hanno esordito fra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, se ci pensi, quando sono andate male sono comunque durate tipo dieci anni, quindi tanto tempo, raggiungendo spesso un seguito enorme e sempre restando al di fuori delle dinamiche mediatiche e di mercato del tempo. In quegli anni in televisione ci andavano in pochissimi, sui quotidiani ancora meno e sulle radio commerciali non ci andava proprio nessuno, non ci passavano mai. Ma tutto questo non ci ha impedito di avere un pubblico numericamente importante, di costruirci una carriera, un percorso, e di vivere di musica. Credo che la nostra generazione costituisca l’ultimo esempio con quel tipo di attitudine, e questi ragazzi stanno cercando esattamente quello, stanno cercando di fare musica, stanno cercando di vivere di musica, fare in modo che la musica diventi la loro professione, la loro vita, senza accettare le dinamiche che si trovano intorno in questo momento, che probabilmente sono ancora peggio di quelle contro le quali ci imbattevamo noi.

Quindi tutti questi giovani si mettono a smanettare sulle piattaforme e scoprono “Dea”, “Male di miele”, “Quello che non c’è” e si ritrovano in quelle canzoni. Certamente saprai che in questi anni per qualche strano motivo il genere shoegaze è divenuto un trend virale su TikTok: pare che molti teenager trovino conforto in questi suoni che riescono a rappresentare lo spaesamento e l’assenza di riferimenti tipici di questa generazione…
Ne sono sicuro: è così. Che poi, se ci pensi, anche il punk e il post-punk da qualche anno hanno riconquistato un ruolo e un seguito importante: Viagra Boys, Idles, Fontaines Dc sono tutte band che stanno facendo parlare molto di loro. Si percepisce il ritorno di un certo tipo di libertà musicale che era un po’ sparita negli ultimi anni: mischiare stili, contaminare, incidere singoli di sei minuti anziché dei consueti due minuti e mezzo, perché non a tutti interessa far presa sulle radio. Sai, è normale che ci siano corsi e ricorsi storici, ma io credo anche che questa generazione non stia dipendendo da dei cambi di moda, né dall’evoluzione di particolari trend. Attraverso questo tipo di atteggiamento, tanti giovani musicisti stanno rispondendo a una necessità personale: vogliono affrancarsi da certe dinamiche tipiche della Rete, tipiche di Internet, dinamiche che hanno messo una pressione pazzesca a questi ragazzi, dinamiche che impongono a tutti di essere fighi, di essere bellissimi, di essere super-produttivi, una situazione che sta rischiando di schiacciarli. Il concetto che qualsiasi cosa debba essere finalizzata a sviluppare dei numeri, ad avere successo, e se fai successo allora vali, e se non lo fai non vali niente, beh, tutto questo è una cazzata gigantesca, e questi ragazzi lo hanno compreso. Non esisterebbe l’intera storia dell’arte se tutto ciò fosse vero. E' una roba pesantissima da sopportare per una generazione: questi ragazzi la stanno rifiutando.

Però non credo che questi ragazzi rifuggano il successo: se scrivi una bella canzone, vorresti che più persone possibili la ascoltassero…
Beh, non è che il successo gli faccia schifo, assolutamente, però non suonano per il successo, non è quello il loro primo obiettivo, perché hanno scoperto che quel tipo di pressione provoca malessere: credo sia questo ciò che li accomuna di più. Vogliono avere un loro linguaggio, indipendentemente dalla sua reale efficacia, perché avere un linguaggio, avere un ambito nel quale riconoscersi li fa stare meglio. Tu parli di shoegaze, ebbene, noi continuiamo a rappresentare la situazione secondo una mera classificazione in sottogeneri della musica rock, tendiamo a classificare individuando delle scene nelle quali potersi riconoscere. Gli stili, i sottogeneri, le scene sono tutti dei gusci protettivi, che aiutano a trovare e a formare un’identità, che sarà diversa secondo il linguaggio o l’estetica che si sceglie di adottare. Oggi però abbiamo tantissimi ragazzi che suonano i generi musicali più disparati, e se è chiaro che il rock chitarristico, magari anche abbastanza duro, la fa da padrone, ci sono però anche moltissimi altri stili, non c’è soltanto il rock. Ciò che accomuna questa nuova generazione non è dato dal genere musicale che ognuno decide di suonare, ma dalla particolare attitudine: al di là dei generi, secondo me è proprio la necessità che renderà questa scena forte e rilevante.

Hai sempre avuto un’attenzione particolare verso i giovani musicisti emergenti: grazie a te a Milano è nato GERMI, uno spazio culturale necessario, dentro GERMI è sbocciato il progetto “Carne Fresca” e da quel progetto oggi nasce “Suoni dal Futuro”…
“Carne Fresca” si è rivelato un esperimento molto positivo, con serate nelle quali si sono formate code fuori dal locale per vedere dei gruppi sconosciuti: un bel segnale. L’intento di “Suoni dal Futuro” è quello di costruire un network nazionale di luoghi che siano simili a GERMI, la speranza è (ri)costruire una rete che permetta a questi ragazzi di suonare ovunque, in giro per la penisola, per fare esperienza, per portare in giro quello che stanno facendo musicalmente.

Come è partita l’idea?
Abbiamo iniziato contattando i primi locali e ho illustrato l’idea al Presidente della Siae, Salvatore Nastasi, che si è immediatamente entusiasmato. Un po’ perché credo sia interesse della Siae sostenere una generazione di nuovi autori, perché questi ragazzi sono in grado di spezzare l’egemonia di quei cinque-sei compositori che nel mercato musicale “che conta” scrivono la stessa cosa per tutti. Questi ragazzi elaborano da soli le proprie canzoni, è una nuova generazione di potenziali nuovi autori, che la Siae dovrebbe avere tutto l’interesse di far crescere e promuovere. Perché la musica è destinata a morire senza nuovi autori capaci e talentuosi, in grado di assicurare nel tempo un ricambio generazionale. Inoltre la Siae ha tutto l’interesse a far sì che vengano recuperati i live club, tutti quei luoghi dove si suona musica dal vivo, luoghi che, soprattutto dopo la pandemia, sono stati falcidiati, decimati. I live club sopravvissuti sono per lo più degli stanzoni affittati ai promoter, dove vengono portati a suonare i gruppi in promozione. Una volta i live club invece erano dei luoghi dove c’era una direzione artistica e che avevano una direzione musicale, avevano e determinavano dei punti di riferimento. Questi posti esistono ancora, e vogliamo creare un network fra loro, portarli a collaborare attivamente fra loro. La Siae ha sponsorizzato in maniera molto efficace l’iniziativa, che nasce direttamente da “Carne Fresca”, perché la maggior parte dei musicisti che parteciperanno ai tour che stiamo organizzando, e che saranno spalmati nei prossimi tre anni, vengono proprio dall’esperienza “Carne Fresca”. Però abbiamo cominciato a guardare anche un po’ al di fuori, per provare ad allargare il giro. Ad esempio, abbiamo deciso di lasciare l’opportunità ai promoter locali di inserire una band in apertura di ogni serata di “Suoni dal Futuro”. Tanto per dimostrare da subito che la collaborazione vuole essere concreta.

Il primo tour parte in questi giorni, sono state già annunciate date, locali ospitanti e band interessate, li riepiloghiamo a fine intervista. Un secondo tour è già pianificato per il prossimo autunno. Ogni serata vedrà protagoniste due o tre band, più un opening act locale, cartelloni senza headliner, con le band poste tutte sul medesimo piano. Ci sono già delle gerarchie che si stanno formando fra loro?
No, gerarchie non ce ne sono e non ce ne devono essere. Il progetto non ha niente a che fare con situazioni competitive, gare, graduatorie, neppure di merito. Certamente ci sono artisti più maturi di altri, così come ce ne sono alcuni più dotati di altri, è normale, ma lo scopo è quello di farli crescere. Magari oggi chi ha sedici anni potrebbe essere un po’ indietro rispetto a chi ne ha venticinque, ma fra tre anni chi lo sa cosa sarà diventato, dobbiamo consentirgli di fare esperienza, di crescere, di mettersi alla prova, anche di sbagliare. L’importante è fornire una possibilità. L’obiettivo non è fare scouting, non voglio trovare il nuovo chissà-chi, non mi interessa: quello che mi interessa è fare sistema, perché il sistema poi genera qualità, il sistema nutre il talento. Fare sistema per permettere a questi ragazzi di crescere come desiderano, e poi sbagliare, lo ripeto, anche sbagliare, fare delle cagate, cose che oggi purtroppo non sono permesse, perché oggi ormai se non fai San Siro non sei nessuno!

Quindi è stata scartata l’ipotesi di inserire una band headliner per attirare l’attenzione. Lo spazio deve essere soltanto loro…
Non voglio headliner, e non voglio che queste serate diventino un evento: ce ne sono già tanti di eventi, e funzionano benissimo, ma non è questo il nostro scopo. Il nostro obiettivo è creare una scena, che deve crescere poco a poco, consolidarsi e diventare stabile. Non voglio che nessuno usi questi ragazzi o ne copra la visibilità, quindi niente headliner, anche se l’inserimento in ogni serata di una formazione più famosa avrebbe potuto veicolare un maggior numero di spettatori. Con gli Afterhours la scorsa estate, proprio in occasione del tour di “Ballate per piccole iene”, abbiamo fatto suonare prima di noi molte band del circuito “Carne Fresca”, due a sera in apertura dei nostri concerti, li avete visti, e ditemi se non sono stati tutti bravissimi. E’ una cosa utile, molto utile per loro, per fare esperienza su quel tipo di palco, davanti a un pubblico numeroso, ma quello era il nostro tour, quello era il nostro pubblico. Per il progetto “Suoni dal Futuro” è invece molto più importante che tutti gli artisti si creino un pubblico tutto loro. Vedi, sono quarant’anni che suono un genere musicale che in Italia non ha mai funzionato, perché l’alternative-rock in Italia non ha mai avuto un mercato vero, ma sono quarant’anni che faccio il cazzo che voglio, e quest’estate abbiamo fatto dei numeri molto grossi col tour degli Afterhours. E’ importante avere un pubblico solido, non un exploit immediato in grado di durare soltanto lo spazio di pochi mesi.

Le band coinvolte nei progetti “Carne Fresca” e “Suoni dal Futuro” provengono un po’ da tutti i luoghi d’Italia, però GERMI è una realtà che si trova a Milano, quindi alla fine le cose succedono a Milano, a Bologna, a Torino. E’ lì che occorre spostarsi per far sì che le cose accadano davvero?
No. La provincia è dura, ma può essere anche super-creativa. Aprire un centro di aggregazione in una zona dove non c’è quasi niente spesso può essere un vantaggio, perché quel luogo sviluppa la possibilità di diventare un punto di riferimento in quel territorio. Nelle città grandi i luoghi di aggregazione esistono già, per cui se uno vuole intraprendere un’attività di questo tipo in provincia, secondo me, è quella la strada giusta per il futuro. E’ chiaro che è più difficile, però è un investimento. Tu pensa al Velvet di Rimini: è stato per molti anni, forse più di trenta, uno dei punti di riferimento più rilevanti della scena italiana. Pensa al Bloom di Mezzago: ha fatto suonare tre generazioni di musicisti internazionali, e si trova in mezzo al niente, è persino difficile da trovare, in mezzo alle campagne della Brianza. Ricordo le magliette stampate per uno dei tour europei dei Nirvana: dietro c’erano scritte le città dove i Nirvana avrebbero suonato, c’era Amsterdam, c’era Londra, c’era Berlino, e poi c’era pure Mezzago! E’ molto importante capire che la provincia è più difficile, ma la provincia non deve costituire un limite, anzi, per come la intendo io, può essere un vantaggio, perché c’è meno concorrenza, e a livello sociale offre un aiuto pazzesco ai ragazzi alla ricerca di un posto dove incontrarsi ed esprimersi. “Suoni dal Futuro” nella fase iniziale toccherà alcune città grandi, perché in questa fase abbiamo bisogno di ottimizzare la comunicazione, ma non ci fermeremo alle città più grandi, andremo ovunque, ovunque riusciremo ad allargare il network. E comunque noi siamo un cerino, siamo una briciola, non penso di poter cambiare la situazione della musica italiana da solo. Spero che questo cerino attiri tantissime altre persone che possano fare quello che sto facendo io. Non soltanto musicisti che hanno visibilità, ma anche persone interessate a supportare questa nuova generazione.

La musica trap negli ultimi anni ha confuso un po’ le idee a molti giovani. Alcuni, spesso privi di particolare talento e senza aver studiato alcuno strumento musicale, prendono un microfono, accendono l’autotune, e provano a fare il colpaccio della vita. Il Maestro Ennio Morricone anni fa sosteneva che il talento senza studio genera un potenziale inespresso: anche se hai talento, devi studiare per provare a raggiungere risultati migliori. Quale consiglio ti senti di dover dare a questi ragazzi, almeno a quelli più talentuosi?
Studiare è chiaro che aiuta sempre, però ho anche visto esempi contrari: studenti che escono dalle scuole di musica pensando di essere “imparati”. Su alcuni non ho niente da dire, ma tanti purtroppo restano “prigionieri della tecnica”, prigionieri della teoria: occorre avere una bella maturità per studiare e riuscire a utilizzare lo studio in maniera efficace per essere creativi. Serve una lucidità mentale non indifferente, e serve una “visione”. Quando una persona studia tanto e poi ha del talento, effettivamente riesce a fare delle cose speciali, però sono in pochi quelli che riescono a utilizzare la tecnica e la teoria per creare qualcosa di speciale. Paradossalmente è molto più facile per una persona che non ha studiato riuscire a trovare una strada personale, sempre che abbia la lucidità di trasformare i propri limiti e i propri difetti in personalità. Io, per esempio, ho percorso una strada ibrida: ho studiato per tantissimi anni pianoforte classico, che è lo strumento che so suonare meglio, poi però mi sono messo a suonare la chitarra, perché sul pianoforte ero imprigionato in quel tipo di formazione. La chitarra l’ho sempre suonata tecnicamente male, ma alla fine tutti i riff degli Afterhours sono miei. Alla fine, nel contesto degli Afterhours, ho applicato la teoria e l’idea tecnica apprese attraverso lo studio del pianoforte, liberandomi però di quella gabbia che ti consente di diventare un ottimo esecutore, ma troppo spesso uccide la tua creatività, oppure non ti permette di capire come farla uscire fuori. Ultimamente ho ricominciato a suonare il piano e a studiarlo, perché ora di testa sono molto più libero di prima.

Quindi il consiglio sarà…
Il consiglio sarà: non fatevi dominare dalla tecnica e dalla teoria. Non fermatevi al vostro talento, anche se è tanto, e non date nulla per scontato. E’ importante crescere sempre, mettersi in dubbio. L’ideale è trovare una propria personalità, e arricchirla con lo studio. E’ più facile questo che riuscire a trovare una personalità in una persona che ha studiato tanto.

Ricordo un vostro concerto al Foro Italico di Roma nell’estate del 2005: durante l’esecuzione de “L’estate” maltrattavi il pianoforte, sembrava proprio una manifestazione per abbattere quelle “gabbie” di cui parli…
Ho la foto in testa di quel concerto.

Ma il concerto romano più bello di quel periodo, secondo me, fu due mesi prima, Ex Mattatoio, la prima data assoluta del tour di “Ballate”, che era stato pubblicato tre o quattro giorni prima, con voi sul palco c’era anche Greg Dulli. Gli Afterhours nel circuito indipendente erano il nome più importante, il successo era a ogni disco sempre più grande, arrivai con troppa calma, forse sottovalutando il richiamo che ormai gli After generavano, e trovai una fila sterminata per entrare, tanto che persi le prime due canzoni. Fu un concerto davvero indimenticabile…
Ricordo bene, fra l’altro devo ringraziare persone come te, perché purtroppo, ultimamente, la fama che la televisione mi ha dato, beh, insomma, c’è questa leggenda secondo la quale prima che io facessi X-Factor gli Afterhours non se li cagasse nessuno, che è veramente una stronzata. Chiaro che non ero famoso a livello nazional-popolare e magari potevo andare a fare la spesa al supermercato senza essere riconosciuto. Adesso chiaramente un po’ meno, ma per il resto avevamo una mole pazzesca di pubblico già prima.

Confermo, assolutamente, e visto che ci siamo ricollegati al percorso degli After, che differenze riscontri fra i ragazzi di “Suoni dal Futuro” e i musicisti della tua generazione quando avevano la stessa età?
Mediamente i ragazzi di questa generazione suonano meglio di come suonavamo noi alla loro età, perché oggi ci sono più scuole di musica, e perché hanno più materiale a disposizione per esercitarsi, grazie a Internet, e questo è uno dei lati positivi del web. Pensa a tutti i tutorial per imparare i riff, gli assolo, le strutture delle canzoni. Noi invece dovevamo trovarci a memoria, a orecchio, c’erano i libri musicali, gli sparititi che compravamo alla Ricordi, ma c’era davvero poco materiale disponibile, mentre oggi c’è una miniera di informazioni, che aiuta i giovani musicisti a maturare più in fretta. Una volta c’era anche poca comunicazione. Io conobbi il punk guardando “L’altra domenica” di Renzo Arbore, dove mandavano i servizi di Michel Pergolani da Londra che raccontava il punk, ma era raro vedere cose di questo tipo, doveva proprio esplodere una moda, oggi invece è possibile ascoltare qualsiasi cosa, c’è tutto lo scibile musicale immediatamente disponibile, dal tropicalismo ai suoni della Polinesia, tutta la musica del mondo a disposizione, anche dentro uno smartphone. Per questo i musicisti in erba oggi sono mediamente più maturi nella scrittura e più bravi a suonare rispetto a noi quando avevamo la stessa età. Quello a cui devono stare attenti è non perdere la personalità, non dico l’originalità, ma la personalità, essere personali, quindi unici. A noi veniva facile perché i nostri limiti diventavano i nostri pregi, noi dei nostri limiti e dei nostri difetti abbiamo fatto carattere, scientemente, e tutto questo era anche nella natura del post-punk. Non sai suonare il basso? Fa niente: sei il mio bassista e basta. Perché sei un figo e sono sicuro che le note che tirerai fuori avranno un senso. Oggi molte nuove band sono derivative, è normale, e non c’è niente di male, alla fine Raffaello prese molto da Michelangelo, non è un problema. Ma essere troppo derivativi può diventare un problema, perché rischi di diventare una cover band. Questi ragazzi devono stare attenti a non diventare troppo derivativi, ma per il resto c’è davvero tanto talento.

Manuel Agnelli quando sta per i cazzi suoi ascolta mai musica nuova? Già hai citato Viagra Boys, Idles, Fontaines Dc. C’è qualcosa di recente che ti ha colpito in particolare?
Non voglio passare per snob, ma la musica africana in questo momento mi piace tantissimo. Ho avuto la fortuna di suonare con Fatoumata Diawara, a Matera, nell’anno in cui era Capitale della Cultura, ho messo in piedi una band con lei ed è stata un’esperienza pazzesca, magica. Mi piace ascoltare cose molto lontane dal rock. Quest’ultima generazione post-punk mi piace, sia per l’attitudine che per le canzoni, i suoni sono contemporanei, però io ho vissuto il periodo del post-punk al tempo, e devo dire che è stato un periodo meraviglioso, imbattibile, quindi oggi mi dirigo volentieri anche verso tanti altri generi. Mi è sempre piaciuto il jazz, non il free jazz e neanche il classic jazz che si suonava nei club qui in Italia. Senza avere troppe preclusioni, anche a GERMI abbiamo una rassegna jazz, “Germi in Jazz”, dove una parte dei gruppi li ha portati Paolo Fresu, che ha ricoperto il ruolo di direttore artistico e di supervisore. Ultimamente ho visto e ho ascoltato dei grandi talenti, anche italiani, veramente notevoli, musicisti che hanno rielaborato numerose influenze e stanno tirando fuori qualcosa di personale, secondo me di livello internazionale. Ad esempio, a GERMI c’è stato Andrea Manzoni, pianista e compositore contemporaneo, un altro ramo che mi piace ascoltare. Poi, sia chiaro, non è che io devo mettere questa roba per forza nei miei dischi, magari ci finisce pure, come ispirazione, come colore, come sfumature, anche inconsapevolmente. Io ascolto anche musica classica, è la musica che mi ha formato, perché ho studiato pianoforte classico per vent’anni, ma alla fine tutta questa roba non è che ci deve per forza finire direttamente in quello che scrivo e che suono: quello che io riesco a far bene e che mi rappresenta in pieno è il rock’n’roll fatto in una certa maniera. Chiamalo “alternative”, chiamalo come vuoi, questo è quello che mi piace fare, questo sono io a livello di personalità musicale, poi quello che ascolto a casa può essere anche completamente diverso.

Ti porto un attimino nel mainstream. Negli ultimi anni siamo passati da una situazione maschio-centrica, nella quale erano gli uomini ad avere il dominio assoluto, a una nella quale sono le donne ad avere più successo. Se guardiamo ad esempio i Grammy Awards, nella categoria “Album Of The Year” su dieci nomination di solito otto o nove sono artiste donne, situazione impensabile qualche anno fa. Taylor Swift, Beyoncé, Lady Gaga, Olivia Rodrigo, Billie Eilish, Dua Lipa, Rosalia, SZA: le donne si stanno dimostrando molto più talentuose e interessanti dei colleghi uomini, almeno in ambito mainstream pop. Sei d’accordo? C’è qualcuna di queste artiste che ha colpito la tua attenzione?
In questi giorni mi stanno mettendo in croce perché sto esprimendo pareri su altri colleghi, e sai…

Però questi sono stranieri, magari non leggeranno mai le tue affermazioni, che ne so… che ne pensi ad esempio di Taylor Swift?
Non me ne frega un cazzo di Taylor Swift! Non me ne frega un cazzo della musica che fa… non mi piace. Poi, per carità, una che ha venduto così tanto, una che ha avuto tutto quel successo, probabilmente ha un talento della madonna, ma io tutta ‘sta roba, rispetto a tanti altri musicisti che ho conosciuto e ho ascoltato in passato, non ce la vedo, però tant’è, no? La presenza delle donne, comunque, sì, hai ragione, è decisamente aumentata negli ultimi anni, ma quello della musica rimane un mondo molto maschilista: non farti ingannare dalla minore o maggiore presenza delle donne.

Quindi il sistema resta “maschio-centrico”…
Se ci pensi, la maggior parte delle donne, non tutte, ma la maggior parte di quelle che ha un ruolo importante nella musica, deve comunque condire la propria presenza con un certo tipo di femminilità, che alla fine rappresenta proprio ciò che l’uomo vuole vedere, questi corpi sexy, sinuosi, scoperti. Lungi da me fare il moralista, per carità, ognuno faccia quel che diamine vuole, ma lo dico per sottolineare il fatto che c’è una visione della donna che resta maschio-centrica, e questa non è una bella notizia. E’ una bella notizia che ci siano tante donne, quello sì, perché è una tendenza che può portare finalmente alla luce tante artiste talentuose, che magari in altre epoche avrebbero fatto più fatica a venir fuori. Però non è bello che ci siano degli ingredienti quasi indispensabili se cerchi un certo tipo di notorietà. E comunque all’interno del sistema musica gli uomini continuano a farla da padrone, e in Italia c’è una misoginia spaventosa! Siamo lontanissimi da un concetto sereno ed equilibrato nel rapporto di forza uomo-donna all’interno del sistema musica.

Ti piace la dimensione grande festival?
Il problema non è quello che c’è, il problema è quello che manca. Ben vengano i grandi festival, sono un modo molto figo di vedere e conoscere un certo tipo di artisti, di scoprire un’organizzazione e una professionalità mostruose, rappresentano un momento di grande aggregazione fra appassionati. Penso ad esempio allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato qualche anno fa, ed era meraviglioso tutto quello che c’era intorno. Non solo la musica ma anche gli store, il campeggio, davvero una bella esperienza. Ma chiaramente deve essere organizzato per bene, e non è così facile. Io ho suonato in molti festival europei, sia con gli Afterhours che con altri gruppi, con Greg Dulli, con Mark Lanegan, e anche in qualche festival americano, e la differenza si sente tanto rispetto a quanto accade in Italia. Nei festival europei c’è un’organizzazione impressionante rispetto a quella che abbiamo qui da noi. I festival in Olanda, in Belgio, in Irlanda, ovviamente in Inghilterra, ti consentono di vivere un’esperienza vera. Il grande festival è figo, mentre ora stanno un po’ soffrendo i festival di piccole dimensioni, un po’ schiacciati da questi giganti: i piccoli festival sono un altro tipo di esperienza, dove il pubblico è meno passivo, perché subisce meno quello che succede sul palco e partecipa molto di più. Sono esperienze incredibili anche quelle e vanno un pochino recuperate, però c’è spazio per tutto, anche perché non è che in Italia siamo proprio sommersi da queste situazioni.

Ma perché in Italia non si riesce a organizzare un Primavera Sound, un Glastonbury, un Reading? Perché questa situazione non si riesce a replicare e continuiamo a essere costretti a spostarci all’estero per vivere questa dimensione?
C’è un problema di luoghi, di trovare le location adatte, c’è un problema di burocrazia, e un problema anche da parte di chi potrebbe organizzare questi eventi, perché per cambiare la natura dei festival in Italia devi rischiare, e molti promoter non se la sentono di farlo, oppure non trovano le condizioni giuste per poterlo fare. Sicuramente i problemi burocratici sono enormi. Vedo che ad esempio ci sono problemi per i decibel, cosa piuttosto ridicola, visto che in alcune situazioni l’inquinamento acustico che certe zone devono sopportare è molto peggiore di quello che può essere causato da un concerto, per non parlare del fatto che i karaoke di certi bar, oppure le discoteche, hanno dei volumi mostruosi e culturalmente danno molto meno di quello che può dare un festival e sono anche soggetti a molti meno controlli. Noi a Milano la scorsa estate abbiamo suonato davanti a diecimila persone al Carroponte, che non è un brutto posto, e pur essendo fuori città, a Sesto San Giovanni, avevamo dei limiti ridicoli sui decibel. Il pubblico parlava tranquillamente mentre suonavamo. E poi dalla metà in poi nessuno vedeva un cazzo. Che a Milano si lavori con “c’è quel che c’è” lo trovo assurdo. Dovrebbe essere una città europea all’avanguardia. Quindi ci sono senz’altro problemi burocratici che i musicisti, i promoter e tutti gli addetti ai lavori, devono riuscire ad affrontare come categoria. Quando abbiamo fatto la legge sulla musica, che poi non è diventata Decreto attuativo per colpa di questo governo, c’è stata un po’ di mobilitazione, si è verificato uno dei pochi casi di unità d’intenti nel mondo musicale, ma forse solo perché eravamo tutti bloccati a casa, e molto preoccupati, durante il periodo della pandemia. Perché altrimenti è un mondo sempre molto diviso, frazionato, dove ognuno pensa ai cazzi propri, al proprio orticello, dove nessuno fa niente per gli altri, e questo è un problema molto grande, e in una situazione simile, per organizzare un evento di grandi dimensioni, non possiamo certo aspettarci che un promoter si prenda da solo tutte le responsabilità e i rischi. E’ proprio un ambiente che va cambiato, è proprio tutta la concezione della musica in Italia che va cambiata. Scusa se sembra un discorso elettorale...

Tanto ci siamo, dopo la vittoria del No al referendum siamo entrati direttamente in campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo anno…
Hai ragione! Vedi, se non è la nostra categoria, pubblico compreso, che si unisce e si schiera affinché in Italia ci sia più attenzione, affinché venga data più dignità al lavoro del musicista, con annessi concerti, festival, tasse, contributi pensionistici, se la nostra categoria non prende una posizione netta, perché lo dovrebbero fare gli altri? Noi stiamo sempre a lamentarci, ma non facciamo mai un cazzo! Questo è il problema! Ed è vero che in Italia c’è meno cultura della musica, non per qualità, perché siamo un popolo che ascolta moltissima musica, ma per dignità. Il pubblico continua a non riconoscere ai musicisti la medesima dignità che concede a qualsiasi altro tipo di professionista.

In Italia ci provarono con l’Heineken, che alla fine si rivelò un mezzo disastro…
L’Heineken non aveva neanche il 10% di un qualsiasi festival europeo di grandi dimensioni, dove oltre ai palchi che ospitano musica hanno un mondo intorno.
In Italia la realtà del grande festival open manca, ed è strano perché l’Italia è il paese della gente per strada, è il paese della gente nelle piazze tutta la notte.

Tu come mai hai interrotto la meravigliosa avventura del Tora! Tora! Festival?
Per mille motivi. Quello personale è che io voglio fare il musicista. Il Tora! Tora! Ha rappresentato il canto del cigno di una generazione. All’inizio c’è stata una partecipazione sentita da parte di quasi tutti quelli che vi hanno suonato.
Il Tora! Tora! è stato possibile perché i gruppi venivano a cachet ribassati, perché riuscivamo a trovare situazioni organizzative “facili”, perché in quel momento c’era anche una generazione di promoter e di organizzatori di concerti che era abituata a lavorare ad alto livello, dei professionisti molto validi che si erano formati con noi. Eravamo tutti amici. Però poi la faccenda è iniziata a diventare molto faticosa.

E nessuno è venuto da te dicendo: se tu molli, lo portiamo avanti noi?
No. Anche perché considera che quel progetto dal punto di vista economico non rendeva niente. Siamo riusciti a portare avanti cinque edizioni, che se ci pensi è tantissimo, perché poi è finita una generazione musicale, a un certo punto, nel 2005, la situazione era cominciata a cambiare, è fisiologico. Il cartellone del Tora! Tora! era formato da grandi gruppi che avevano un grande seguito, ma avevano anche un po’ già dato: se tu sei venuto in cinque anni a vedere due volte il Tora! Tora!, poi che fai, rifai sempre la stessa line-up? Cioè, non c’è stata una generazione successiva alla nostra che ha consentito una continuità nel tempo di certe iniziative, non c’è stata una generazione che ci ha sostituiti, e lo dico con grande amarezza, perché – come magari è giusto che sia – la generazione immediatamente successiva ci ha un po’ rifiutati, anche se al Tora! Tora! c’era una buona rappresentanza di questa nuova generazione, parlo di quelli che sono arrivati dieci anni dopo di noi. La nuova generazione aveva talento ma non aveva la stessa forza comunicativa della nostra, e non era ancora arrivata la generazione dei cantautori indie, che poi invece ha avuto grande successo, al di là del fatto che sinceramente a me non interessavano più di tanto, non mi è mai sembrato musicalmente interessante come fenomeno, però avevano avuto grande successo e in un Tora! Tora! potevano far bene, ma sono arrivati un po’ dopo. Quindi, ci siamo ritrovati a correre il rischio di continuare a rifare sempre le stesse cose. Era molto faticoso anche tenere unite le band che partecipavano, io mi sono fatto un culo facendo lo psicologo, è stata un’esperienza meravigliosa, però era una situazione che mi stava svuotando, per cui a un certo punto ho dovuto dire stop.

Domanda conclusiva per provare a farti sbottonare: nei prossimi mesi sarà più facile vederti in pista in una delle tante incarnazioni degli Afterhours oppure come solista?
Nei prossimi mesi? Io sto facendo un anno sabbatico, anche se non sembra. Nei prossimi mesi mi faccio i cazzi miei. A gennaio sono stato un mese a trovare degli amici in Australia, fra i quali Nic Cester e Hugo Race, sono stato un po’ in giro, e sinceramente vorrei continuare a fare così fino alla fine di quest’anno.
Ti confesso che ho un sacco di materiale, spero che possano succedere un sacco di cose, però fino alla fine di quest’anno spero di riuscire a staccare un po’ la spina, di prendere un po’ di tempo per me, di fare altro, e poi ci rivedremo, nel 2027.

Ti aspettiamo allora: in bocca al lupo Manuel!

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La prima sessione del tour 2026 di “Suoni dal futuro” vedrà protagonisti Dirty Noise, Dlemma, Grida, Kahlumet, Mars on Suicide e Wayloz. Il tour partirà il 10 aprile dal GERMI di Milano e toccherà lo Spazioporto di Taranto, l’Urbica di Pesaro, I Candelai di Palermo, l’Auditorium Novecento di Napoli, il Wishlist di Roma e Il Covo di Bologna, per concludersi allo Spazio 211 di Torino il 30 maggio.
Una seconda sessione di concerti avrà luogo il prossimo autunno.

Calendario Tour “Suoni dal Futuro” - Primavera 2026

10/04 - 31/05

Dirty Noie | Dlemma | Grida | Kahlumet | Mars On Suicide | Wayloz

 

            Milano – GERMI LdC 

  • 10/04 - Mars On Suicide / Kahlumet 
  • 11/04 - Dlemma / Grida
  • 12/04 - Dirty Noise / Wayloz


            Taranto – Spazioporto 

  • 11/04 - Dirty Noise / Mars On Suicide 
  • 17/04 - Dlemma / Wayloz 
  • 24/04 - Grida / Kahlumet

 

            Pesaro – Urbica 

  • 16/04 - Wayloz / Dlemma 
  • 17/04 - Grida / Mars On Suicide 
  • 18/04 - Dirty Noise / Kahlumet


            Palermo – I Candelai 

  • 22/04 - Grida / Kahlumet 
  • 23/04 - Mars On Suicide / Wayloz 
  • 24/04 - Dirty Noise / Dlemma


            Napoli – Auditorium Novecento 

  • 30/04 - Dlemma / Mars On Suicide 
  • 01/05 - Dirty Noise / Grida 
  • 02/05 - Kahlumet / Wayloz

 

            Roma – Wishlist Club 

  • 08/05 - Wayloz / Mars On Suicide / Kahlumet 
  • 09/05 - Dirty Noise / Dlemma / Grida

 

            Bologna – Il Covo 

  • 21/05 - Dlemma / Kahlumet 
  • 22/05 - Mars On Suicide / Wayloz 
  • 23/05 - Dirty Noise / Grida

 

            Torino – Spazio 211 

  • 28/05 - Dlemma / Grida 
  • 29/05 - Dirty Noise / Wayloz 
  • 30/05 - Kahlumet / Mars On Suicide

05/04/2026