Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 128 - Aprile 2022

di AA.VV.

01_michaeliMICHAEL IT’Z - AMO RE (Shimmering Moods, 2022)
ambient-jazz

A pochi mesi di distanza da “Persone” (2021) il tastierista e compositore elettronico di origini sarde Michael Carìa si ripropone con “Amo Re”. La sua ricerca stavolta mette vieppiù da parte l’elemento ritmico e, contemporaneamente, compensa la scarsa coesione interna delle sue opere precedenti. La nuova raccolta si regge quasi del tutto su sax e un accentuato uso del riverbero elettronico. Il procedimento gli consente di passare con un certo grado di naturalezza da piroette di sax (“Echoes”, “Closer”) a improvvisazioni oniriche per sax sdoppiato (“Vertigo”), da visioni astratte trasfigurate (“Lei”, oltre a una “About Last Night” già meno giustificata) a meditazioni melanconiche (“Distanti attimi istanti”, oltre a una “Equilibrio” già meno giustificata), fino a dissertazioni misteriose (“Memoria”). Approdato all’olandese Shimmering Moods Records, Carìa compone un concept post-Vangelis d’un serioso patetismo, profondo, forse sopra le righe. Le interpretazioni al sassofono soprano dello scafato bolognese Guido Tabone danno metà, o più, del suo pathos. C’è anche la tromba di Mark Geelen (“Equilibrio”) e c’è, soprattutto, l’apporto di Lucio “Pluhm” Leonardi per l’unico pezzo col beat (“Sguardi distorsioni”), in realtà una caotica improvvisazione a base jungle che s’inserisce con eleganza nel flusso. Singolo e video: “Distanti attimi istanti” (Michele Saran6,5/10)


02_maschMASCHE - OXIA CHAOS (Adn, 2022)
avant-prog

Lo scisma artistico tra i fratelli Cartolari ha portato Luca (basso) a un nuovo capo degli originari Anatrofobia, “Canto fermo” (2020), e Alessandro (sax baritono) a inaugurare Masche. I due hanno comunque un fattore comune, ossia l’impiego della voce di Cristina Trotto Gatta: nel primo “Kalvingrad” (2018) Alessandro ne sfrutta le declamazioni sub-Bjork sopra informi improvvisazioni di media durata. Nel secondo “Oxia Chaos” Gatta lascia ma il progetto continua a prevedere la voce, stavolta quella del nuovo bassista Andrea Chiuni, mentre le durate si ampliano fino alla monumentalità. Proprio la voce, un declamato teatral-robotico, in “The Watchers” (11 minuti) tenta di imbonire una spettrale sonata free-jazz-funk. “The Fire Baloons” attacca con un trio tra un muezzin distante, un gorgoglio androide in tilt e altre sconnessioni soniche vaganti, e procede come blues malandato, spezzato da un silenzio di buio e nulla, mentre la voce fa da cantastorie rapsodico. L’improvvisazione iniziale di “There Will Come Soft Rains” (20 minuti) annovera nitriti Coltrane-iani, “celestiali” bordoni industriali e voce psicotica. Al sesto minuto la musica diviene pura radiazione e la voce fa il suo recitativo; un riff del sax avvia una nuova caotica improvvisazione danzante che conduce a un mantra elettronico e un’ultima invocazione vagamente Jim Morrison. I 10 minuti di “Night Meeting” sono un horror-jazz senza voce ma, in compenso, ricolmo di “canti” sinistri di sax ed elettronica. Presentato come collettivo aperto (dal Canavese) ma di fatto riconfermato nella formazione, i già citati Cartolari e Chiuni più Valerio Zucca Paul all’elettronica e Diego Rosso alla batteria, e nell’ispirazione fanta-letteraria (il precedente sulle “Città invisibili” di Calvino, questo sulle “Cronache marziane” di Bradbury). Ha, forse, troppo caos e parecchia autoindulgenza, come pure un’ambizione, ben rinsaldata dall’esperienza dei quattro, generosa di acuti momenti d’immaginario distopico, furibondi contrasti tra timbri post-jazz e interessanti spunti di musica elettroconcreta. Registrato da Manuel Volpe. Edito in cassetta dalla valida Cruel Nature Records (Michele Saran6,5/10)


03_bouganBOUGANVILLE - LA GRANDE EVASIONE (Dischi Belli, 2022)
indie-rock, retrò-pop

Giovane e promettente quartetto romano all’esordio discografico, i Bouganville, dopo qualche singolo di assestamento, confermano di voler dirigere le proprie scelte stilistiche verso canzoni che si lasciano ispirare in maniera determinante da certi suoni che rimandano inequivocabilmente agli anni Sessanta e Settanta. Con sugli scudi chitarre e synth, creano un album dall’anima nostalgica, che ricorda molto da vicino l’estetica degli Arctic Monkeys, e ancor più il mood dei due dischi firmati da Alex Turner con i Last Shadow Puppets. Miscelando groove e morbida psichedelia, i Bouganville guardano al passato ma si assestano comodi nell’alveo della scena indie/alternative contemporanea, componendo dieci quadretti metropolitani che narrano di come riuscire a perdersi anche nei luoghi familiari, o di come trovare il vuoto assoluto persino nei luoghi di ritrovo più frequentati di una grande città. Registrato durante il primo lockdown, “La grande evasione” è un disco che parla di ricordi e occasioni mancate, che scava in profondità pur nella sua apparente leggerezza. La copertina è opera di Eugenio Carmi, astrattista italiano scomparso nel 2016, ritenuto dalla band fondamentale fonte d’ispirazione, sia per le scelte grafiche che per la definizione degli arrangiamenti retrò (Claudio Lancia6,5/10)


04_marcellocMARCELLO CAPOZZI - OFFSHORE (I Dischi Del Minollo, 2022)
songwriter

Messa a segno una discreta opera prima, “Sciopero” (2013), Marcello Capozzi si trasferisce a Londra dalla natia Napoli, e proprio da questa transizione nascono i presupposti di “Offshore”, una sorta di concept autobiografico su viaggio, distacco, rimpianti e speranze. L’esprime con ben congegnate ballate ad effetto, come “Modello 730”, ma soprattutto con il formato del salmo folk-rock, da quello trasfigurato e reboante in crescendo sinfonico di “Dei miei stivali”, a quello gospel acustico Lanegan-iano di “Mors Tua”, a una lunga “Offshore” che accoppia una lenta marcia psichedelica a un cantico distante e dilatato, e tuttalpiù con un numero elettronico fondato su tastiere in alternanza tempestose e jazzate, “Anelli siderali”. Il veicolo dello status transitorio è comunque il bilinguismo italo-inglese, che in “London Bridge” si sfoga accompagnandosi con un vortice di distorsione sempre più confuso e al contempo sempre più epico in cui convivono, confondendosi, Timoria e Cure. Anni di realizzazione tra Londra e Sicilia: Carlo Natoli, nuovo capomastro alla produzione, più un quartetto di bravi mestieranti (Sergio Battaglia, Andrea Sciacca, Salvo Scucces, Vincenzo Di Silvestro), più la supervisione di Steve Head. Pubblicato come “music series” in tre “stagioni” di tre brani ciascuna a partire dal 21 settembre 2021, persino completato da una squadretta di curatori alla parte video. Velleitarie ambizioni a parte, è il suo fulgore artistico, d’un post-grunge la cui piacevolezza si anima di sperimentalismo soffice e grandiosità ingenua, pur con qualche canzone malaticcia di pedanteria un po’ didascalica. Come il vin buono: a quasi una decade dalla prima registrazione, anche il suo canto invecchiando migliora (Michele Saran6,5/10)


05_lunokhLUNOKHOD - PAPER TIGER/ATOMIC TEETH (autoprod., 2022)
space-rock

Gioele Barsotti, Walter Massa, Lorenzo Bonuccelli, multistrumentisti a chitarre ed elettronica, più batteria e percussioni di Gianluca Biasci, toscani (Massa), formano il combo strumentale dei Lunokhod. Nel loro primo “Paper Tiger/Atomic Teeth” si sbizzarriscono anzitutto in “Baykonur Florida”, crescendo di luccichii atmosferici su ritmo salsa, e una “The Fall” sprintante di sincopi e assoli siderali, oltre alla fremente meditazione di “1969”. La seconda metà è invece occupata da pezzi estesi artisticamente e concettualmente più impegnativi. “No Longer Believing In God”, 9 minuti, all’inizio un organo psichedelico imperlato delle lamentazioni delle chitarre, diventa una più ovvia elegia Pink Floyd-iana appena più elettrificata. “Beliefs Become Reality”, 24 minuti, alterna un arpeggio alla Bark Psychosis a brutali schitarrate prog; segue un’altra jam di tranquilla psichedelia onirica in accelerazione in più fasi: il viaggio si sfalda disperato tra riverberi stereofonici come nel mezzo di “Whole Lotta Love”, fino a stopparsi in un’oasi elettronica di musica cosmica che si evolve (involve) in una musica equatoriale-marziana di pura improvvisazione, per tornare infine alla placidità Floyd-iana. I 16 minuti di “Fat Man”, una serie variazioni di un tema funk spaziale (prima smaterializzato, poi accelerato, quindi jazzato), suonano competenti ma inferiori e non così utili nello svolgimento. Concept, registrato in due anni anche per via del Covid, sulla Guerra Fredda articolato su cause e conseguenze additate, nelle intenzioni, come scaturigine delle magagne coeve. Nobile l’intenzione su un’era non ancora e non abbastanza considerata, ma oleografica la resa, sia per i molti spezzoni parlati (Reagan, Truman, Oppenheimer) che per una malcelata omologazione di stile ai canoni dell’era, al punto da perdere colpi come esplosività e incisività. Non come capacità e autenticità avventurosa: il caos centrale di “Beliefs Become Reality”, il loro capolavoro, spinge bene il messaggio. Glockenspiel e vibrafono del membro aggiunto Marco Costantini, una finezza strategica di sound (Michele Saran6,5/10)


06_pieraddPIER ADDUCE - LA BOTTIGLIA BLU (Orzorock, 2022)
songwriter

Pier Adduce, scafato cantante e chitarrista del milanese, debutta solista con “La bottiglia blu”. Quasi espliciti, ma non manieristici, suonano i riferimenti ai maestri: “Rimani tu” vanta un feeling da “Blonde On Blonde”, la canzone eponima si appoggia su un suggestivo ritmo complesso Waits-iano mischiato con vocalizzi diafani, “Non per amore” suona come una discreta rielaborazione del tardo De André, mentre “La scommessa” replica la sua cronica fissazione per Nick Cave manomettendola con aculei cacofonici quasi-Galas. Anche nelle ballate più rinunciatarie, come “Se ci manchiamo”, succede qualcosa (bordoni commossi di viola). Con o senza i suoi Guignol, è il non plus ultra di quanto ci si può attendere da Adduce: introspezione notturna, dialoghi metafisici, simbolismo, lirismo arcano-metropolitano (migliori ritrovati sono “Additivo”, testo di pugno dell’editorialista Maurizio Baruffaldi, e “Carta moschicida”). Conta però la cortina strumentale, talvolta tortura sonica, dell’ensemble ad uopo predisposto in combutta col produttore Giovanni Calella, due voci femminili free-formSarah Stride e Barbara Eramo, piano e mellotron di Luca Olivieri, la viola di Massimiliano Gallo. Tanti e tanti cambiamenti di formazione lungo gli anni hanno paradossalmente giovato alla nuova tenuta. Ancor di più conta, e canta, la sua chitarra tormentata, come non mai. Non ci si lasci frenare dall’invenusta copertina (Michele Saran6/10)


07_giuliocaGIULIO CANTORE - DI CASA E ALTRE AVVENTURE (Bajun, 2022)
folksinger

Veracemente impiantato in terra rurale (Meldola, FC), cantante, chitarrista, liutaio, Giulio Cantore pubblica anche un pugno di proprie canzoni in “Di casa e altre avventure”. “Frigo” è una piccola sorpresa: ottiene un trasparente equilibrio tra Vasco Rossi e Fabrizio De André e tra cristallinità e sprint ritmico. “La mia via” è un’amena filastrocca ska-swing, mentre “E metti caso” mischia chanson con un sax a fanfara rhythm’n’blues. A sopperire di quel tanto alla mollezza viene poi “Nevicare”, distorta con ritornello fantasmagorico. Messo in luce come scrittore folk con gli Ossanema de “L’anca uscita dal somaro” (2009), appassionato al flamenco e il folk dal mondo per i Bevano Est, gli Spartiti Per Scutari, Mahou De Castilla e Diana Gonzales, e approntato un personale trio, gli Almadira (due dischi: “Talea”, 2016, e “Derive”, 2017), Cantore con la scusa del lockdown ottiene qualcosa di davvero suo. Cura gli arrangiamenti (aiuti: Giacomo Toni, Carl Cappelle, Silvia Valtieri, Fabio Mina dei suoi Almadira, Pietro Agosti, Alessandro Fabbri), lascia andare per bene il candore, e allunga con due strumentali per chitarra e suoni concreti (“6.55”, “Grondaie”) che lo ipotizzerebbero compositore di colonne sonore. La seconda versione di “La mia via” con i bimbi invece è un riempitivo tout-court. Non ha le bramosie armoniche di un Gerardo Attanasio, ma nel suo ambito fa centro (Michele Saran6/10)


08_giuseppef_01GIUSEPPE FAVA - L’IMPORTANTE È STARE BENE (autoprod., 2022)
songwriter

L’altissima requisitoria techno-folk di “Welcome To The Talk Show”, un interessante tentativo di svecchiamento del cliché del folksinger arrabbiato, apre “L’importante è stare bene” di Giuseppe Fava: trascorsa la militanza tra fine 90 e inizio 2000 a capo dei Superzero, grunge italico mai immortalato su disco, il cantautore palermitano debutta solista sincronizzandosi nuovamente con la propria era. Lo stile s’immusonisce fino alle ballate confessionali, dal pianismo e i montaggi sonori in stile Sakamoto della canzone eponima alle rime dolenti de “Il silenzio può aiutare”, e riprende slancio in “Hai visto mai”, una dedica sentimentale anticonformistica alla “Fotoromanza” di Gianna Nannini. Quando è la spinta musicale a prevalere esce anche qualcosa di ardito, come “Aspetto che ritorni”, in cui il suo canto compete con una discreta synthwave e un interludio jazzistico per piano e synth, e come “Tutti si drogano”, soul-funk petulante sventrato da un’allucinazione folk dissonante, forse il momento più drammatico. Tutto si può dire di questo breve, concentrato, compresso, autodiretto e amatoriale album d’autore (interventi di Alessandro Presti, tromba, e Fabrizio Cammarata, chitarra), tranne che è monocorde o scarico. Melò del canto talvolta al limite del baglionismo: in parti uguali limite e metafora (Michele Saran6/10)


09_saerSAERA - EP (Sbaglio Dischi, 2022)
soul-pop

Romana, Sara Errante Parrino incontra il produttore e arrangiatore Daniele “Winniedeputa” Razzicchia per ribattezzarsi Saera e realizzare un primo “EP”. L’affare è scisso. I singoli con i featuring, “Tu sei” (con Masamasa) e la contagiosa “Corpo estraneo” (con Puertonico), si fondano su robuste ossature disco-funk e ritornelli ossessivamente ritmici, mentre il solistico “Prima volta”, un lento r’n’b cosparso di un muro di brezze elettroniche vocali, fa da capostipite ai riempitivi (specie “Dentro” con una dolce trama di tastiere). Razzicchia si adopera per bene nel rendere morbidamente variegato l’apparato sonico e amalgamare la vocina black senza eccessi di Parrino. Per adolescenti sentimentaloni. Distribuzione The Orchard (Michele Saran5/10)


10_federicos_01FEDERICO SAGONA - 86400 (Under Roof, 2022)
neoclassical

Federico “Sago” Sagona, tastierista fiorentino dei Del Sangre, turnista di musical e nomi grossi del pop italiano (specie il conterraneo Piero Pelù), realizza per conto proprio “86400”, un disco per solo pianoforte non particolarmente virtuosistico né registrato con speciali ricercatezze, quasi lo-fi. Dal punto di vista dello stile, a partire correttamente da “L’inizio” e poi col notturno-minuetto “Ritorni”, percorre un doppio binario del pianismo meditabondo chic primi anni 80, da Mertens a Sakamoto passando per qualche vago sentore jazzistico da Petrucciani. “Battiti” si sposta appena sul versante minimalistico, mentre “I primi giorni” calca maggiormente il Giappone postmoderno di Sakamoto e ne risulta forse il tema più riuscito della raccolta, idem per l’inferiore “Notte di pioggia” (ma con maggior dramma nello sviluppo). Da questa logica si distacca appena la danza di “Aeroporti e pianoforti”, più alla Hornsby. Tutto gradevole quanto basta, un usa e getta a un passo dal puro relax di sottofondo. “86400” come i secondi totali di un giorno (Michele Saran, 5/10)

Discografia

MICHAEL IT’Z - AMO RE(Shimmering Moods, 2022)
MASCHE - OXIA CHAOS(Adn, 2022)
BOUGANVILLE - LA GRANDE EVASIONE(Dischi Belli, 2022)
MARCELLO CAPOZZI - OFFSHORE(I Dischi Del Minollo, 2022)
LUNOKHOD - PAPER TIGER/ATOMIC TEETH(autoprod., 2022)
PIER ADDUCE - LA BOTTIGLIA BLU(Orzorock, 2022)
GIULIO CANTORE - DI CASA E ALTRE AVVENTURE(Bajun, 2022)
GIUSEPPE FAVA - L’IMPORTANTE È STARE BENE(autoprod., 2022)
SAERA - EP(Sbaglio Dischi, 2022)
FEDERICO SAGONA - 86400(Under Roof, 2022)
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