Massarini Reports

Vinicio Capossela

Ballate per Uomini e Bestie all'Auditorium

di Carlo Massarini

Vinicio Capossela - Live a RomaRaramente un concerto è un viaggio –interiore e visuale, emotivo e narrativo- che ti raccoglie alla fermata “curiosità” e tre ore dopo ti riconsegna a te stesso dopo averti ammaliato, stordito, commosso e fatto saltare di gioia. “Ballate per Uomini e Bestie”, lo spettacolo che porta in scena quest’inverno Vinicio Capossela, è proprio questo tipo di esperienza. Qualcosa in cui immergersi, farsi portare, quasi abbandonarsi, con il piacere e la certezza che questo strano e stralunato poeta contadino, ormai antropologo di suoni e leggende, che nasce in Germania da famiglia irpina, totalmente e orgogliosamente immerso nella sua natura popolare, senza nessuna ambizione international-pop alla moda e con la fierezza della cultura italiota, è uno di cui ci si può fidare. Che sa dire le parole giuste e trovare gli squarci di verità in un mondo sempre più confuso e costruito con fake news, una delle quali è che il pop ci libererà. Come le sardine che scendono in piazza brandendo un libro - questo sconosciuto nell’epoca dell’analfabetismo culturale - come un novello Gaber che aggiorna il canone del teatro-canzone, mix socialmente impegnato di cantato e recitato a soggetto, Vinicio è una figura unica nel panorama italiano: colto e capace di cogliere umori popolari, attento al contemporaneo e radicato nella storia, ricercatore minuzioso e talento istintivo, devoto e laico. Tutto insieme.
In genere è meglio andare a un concerto sapendo a memoria tutte le canzoni, un karaoke interiore che si collega alla memoria e riporta in scena il tuo vissuto, recente o remoto. Altre volte, se conosci a malapena qualcosa di quello che ti trovi davanti, ed è questo il mio caso, l’effetto può essere faticoso, dispersivo. Oppure, ed è questo il caso, strabiliante.

Vinicio Capossela - Live a Roma


C’è ritardo e grande attesa nell’aria, nella grande sala Santa Cecilia dell’Auditorium. Il palcoscenico ben costruito da lame elettroniche ai lati, fondali di iuta e strumenti disseminati ad arte, è come una sorta di presepe in attesa di essere riempito. L’applauso caloroso di accoglienza è subito coperto da un sinuoso avanzare dronico, come una calata negli inferi, come l’inizio di un girone dantesco che non sai bene dove porterà. Un bestiario dalle imprevedibili conseguenze. Del resto, l’imprevedibilità è la sua ragion d’essere, dal vivo. Negli anni, Capossela si è esibito sui palchi più diversi –sgangherati e lussuosi- in tanti format diversi, che rispecchiano i suoi dischi, ma con qualcosa in più: ogni tour è concettualmente diverso, canzoni scelte apposta, mai greatest hits, e così anche stasera, perché Vinicio è Vinicio da sempre, prendere-o-lasciare. Un autore molto più raffinato di quel che possa sembrare, un narratore che usa la mitologia, la simbologia (minotauri e sirene, ciclopi e donne barbute, questa sera gli animali), il passato ancestrale che torna e ritorna, perché quel passato è dentro di noi. Cerchiamo di estirparlo, di modernizzarlo, di farlo evolvere, ma scava un poco e ritorna fuori. Siamo tutti delle bestie, diciamocelo senza ipocrisie. Magari per un attimo solo, magari di nascosto, vergognandocene o –di questi tempi, poi…- lasciando libero sfogo agli istinti più bestiali. È evidente che la forza dello spettacolo risiede proprio nel contesto dei nostri tempi: questi tempi avvelenati in cui l’invidia e l’odio sono una droga quotidiana che si diffonde nei social, per strada, nelle discoteche. Nella famiglia. Nel Parlamento.

Vinicio Capossela - Live a Roma


La viola con il suo suono dronico ci riporta indietro, molto indietro, alle Grotte di Lascaux, alle pitture murarie dei nostri antenati lontani, “17 mila e 47 giorni fa”. “Uro! “ scandisce, urla Vinicio, cappello di pelo bianco in testa e sulla fronte un fascio di luce da speleologo. Uro, come il bue selvatico dell’antropos, l’uomo-archetipo di allora. È un prologo dark e violento, come erano i tempi, come era la civiltà. Era? L’incipit si espande, e come un rito d’iniziazione, sorta di via crucis purificatrice, si passa prima attraverso “La Danza Macabra”, la Morte “piena di equaleza/… oggi a me domani a te!” di cui avere terrore e al tempo stesso da sfidare, danzando con uno scheletro che cade a sorpresa dal cappello a larghe falde. Il clima buio, oppressivo continua con “La Peste”, la grande sterminatrice della popolazione europea del 14° secolo. La maschera è quella a punta che portavano i medici. Quella che sembra solo una minaccia persa nei meandri della storia viene aggiornata: la peste si diffonde ovunque, e l’epidemia non passa più dal contagio fisico, ma dai social: “…disconnessi al mondo - connessi alla rete - let’s tweet again…Tutti in polluzione - vengo sullo schermo - schizza e rolla – porno revenge - pubblico e ricatto... Stai girando un video, brava - ti taggo e ti sputtano- fino a che non ti ammazzi- selfie servie”. Vinicio la dedica a Stefania Cantone, ed è chiaro il messaggio: siamo in un nuovo medioevo, tecnologico e moderno ma altrettanto barbaro, l’epidemia oggi corrode lo spirito ed esalta gli istinti, il virus è lo sbriciolamento dei vincoli sociali, del rispetto dell’altro e del Sacro che è dentro di noi. È la Bestia che diffonde paura come pestilenza informatica. È il sonno della ragione. Arriva “Le Loup Garou”, il Licantropo, la rottura della barriera fra uomo e animale, il pelo sotto la pelle, “il desiderio di carne cruda quando il paese si desnuda nel rito elettorale”, il riferimento alla politica esplicito quando a mo’ di battuta chiude l’introduzione parlata con l’augurio ai fabbricatori di odio di affogare in un mare di Nutella.

È passato solo un quarto d’ora, ma il tono è settato: questo non è uno spettacolo pop, e nemmeno “cantautorale”. È un teatro-canzone parlato e cantato e da vedere, una allegoria sull’apocalisse etica contemporanea che inquieta e fa riflettere. Con quell’aria canagliesca, fra denunce tranchant e humour cabarettistico, Vinicio porta avanti le sue metafore con altri personaggi, altre maschere: le “Nuove Tentazioni di Sant’Antonio” (“fare un inferno di questa terra in nome del paradiso, fare un deserto e riempirlo di niente”), un rabbioso punk-contadino, e “Il Testamento del Porco”, animale-simbolo della vita contadina e anagramma del nostro stesso corpo.
“Ballata del Carcere di Reading” è forse il momento più struggente: la denuncia dell’oscenità della pena di morte, la crudeltà insensata del regime carcerario, il tradimento del messaggio cristiano di perdono: “Ogni uomo uccide quello che ama… Alcuni con lo sguardo amaro – altri con parlar forbito – il codardo lo fa con un bacio – con la spada lo fa l’ardito...”, impossibile non pensare ai femminicidi. Il palcoscenico al buio, e sul fondale una grata di prigione che a poco a poco si rimpiccolisce, fino all’esecuzione. La dedica è alla memoria di Stefano Cucchi, molti occhi brillano lucidi nel buio.

Vinicio Capossela - Live a Roma


Dopo tanto oscurantismo – pur intinto nel pennino della poesia - si svolta. Il cappello ora è con una corona di fiori e rose, prima - leggera e rinascimentale come una ballata del primo De André – “La Belle Dame Sans Merci”, atmosfera pre-raffaellita ispirata a John Keats, poi il tango sensuale e sincopato di “Come Una Rosa”, che apre la sequenza dell’ultimo album al canzoniere del suo passato, dieci album da cui estrarre le canzoni che meglio si intonano a questo. Subito dopo “La Giraffa di Imola”, la storia vera della povera giraffa che fugge dal circo: “Cucciolo senza madre, perso qui nell’Europa del circo occidentale… E correva, correva – e tutt’intorno pareva orrendo e tremendo… Una siringa di valium o qualcosa per farla addormentare – ma lei non si volle risvegliare”, la bellezza naturale che rende ridicolo il mondo artificiale popolato di Suv e condomìni. E “I Musicanti di Brema”, con le proiezioni di cane/gatto/gallo/asino, metafora degli esodati, “superfluizzati”: “Superflui cacciati e inutili/ Andiamo a suonare insieme! A Brema, nella banda municipale”. Il circo delle bestie si apre a “Marajà” e “Pryntyl”, “Suona Rosamunda” e “La Madonna delle Conchiglie” (tratti da due suoi album ai tempi assai celebrati, “Canzoni A Manovella” e “Marinai Profeti e Balene”).
Il folk di “Il Povero Cristo” è un altro momento toccante: “Il povero Cristo è sceso della croce - per prima cosa ha appreso - la condizione atroce …invece di un fratello – vedere nel suo simile – il primo da affogare – se è appena un po’ più debole”. È un mondo ormai deragliato, in cui “una guerra è la signora della terra”, in cui la Buona Novella (il primo pensiero è per quella di Fabrizio) è impossibile da realizzarsi, in cui alla fine al Cristo disilluso non rimane che ritirarsi, e “cucirsi una veste di silenzio addosso - mentre l’uomo grida a più non posso”.
Ma Vinicio Capossela da Hannnover non si ferma, non conosce allori anche nei momenti di profondità e commozione: poggia l’acustica e il suono s’impenna con “L’Uomo Vivo”/ pazzo di gioia, con l’invito a esprimerla, la gioia sfrenata che dobbiamo saper ritrovare dentro di noi. È il rompete le righe, corsa sotto il palco e danza, e salti, e gioiosità. In “Al Colosseo” le maschere animali sono sostituite dall’elmo dei gladiatori, esplode la taranta del “Ballo di San Vito”, chiude – seduto al pianoforte giocattolo, gli altri attorno in cerchio - la filastrocca infantile e surreale del “Paradiso dei Calzini”. È finita? Seee…

Vinicio Capossela - Live a Roma


Quando torna sul palco, candele dorate sul fondale, parla della Roma esagerata, quella che desinenza tutto in “one”, “il pupone” un ovvio esempio. “La gente mi chiama in molti modi diversi. Qui da voi è Daje Vinì!’”, e da quel momento la chiamata diventa tormentone. Cita tutti i luoghi dove ha suonato nella Capitale, locali istituzionali e alternativi, il Palladium, l’Angelo Mai, il Pincio, e ricorda un’alba che si levava mentre intonava quello che stanotte sembra il finale quasi inevitabile; dopo aver messo in scena tutte le brutture di questo circo impazzito nel quale abitiamo, consapevolmente o meno, il domatore ci ricorda che – grazie a Dio - non siamo soli: “Ovunque Proteggi” è poesia, è sentimento, è invocazione al Signore, ma – è fatto così - è anche scherzo, e leggerezza: in una pausa, appena sfiorando il pianoforte… “Ecché, non me lo dite più?”… “Daje Vinì!” è la risposta immediata. Non è una canzone, è un abbraccio. Si guarda intorno, la mano sotto il camicione che batte forte il cuore, felice lui, commossi tutti, un applauso intenso, profondo. Torna un’ultima volta - abbiamo cominciato ieri e finiamo domani, quasi alla mezza - con “La Lumaca”, il prezioso cappello-guscio nero e oro, e quando finisce anche questo elogio alla lentezza, lui e la sua straordinaria band se ne vanno al rallentatore, come sospesi nell’aria e nel tempo, come in un sogno dal quale nessuno vuole risvegliarsi.

Vinicio Capossela - Live a Roma


Definire Vinicio Capossela non è facile, perché – come la realtà che racconta - è più complesso di un cantautore, anche se cinque vittorie in 18 anni al Tenco per “Album dell’anno” lo metterebbero di diritto in quella categoria a noi italiani così cara. Certo, è l’incarnazione più attuale dei padri fondatori: lo sberleffo di Bennato, la profondità letteraria di Guccini, la drammaturgia di Gaber, il dettaglio lirico di De Gregori, il politico del Venditti che fu, l’imprevedibilità testuale di Dalla, soprattutto la poetica di De André. È un intellettuale prestato alla musica popolare, la sua fantasia e la sua capacità di tessere insieme citazioni popolari e colte, mitologiche e di vita quotidiana è insuperata. La sua scrittura è preziosa, dettagliata, mai superficiale. Gioca fra musica colta e popolare con il gusto di chi le padroneggia e le piega ai suoi scopi: quest’ultimo album e il live sono suonati in modo potente e delicato, talentuoso, originale, innovativo. Ha un senso dello spettacolo non comune, quello di stasera è sontuoso, da numero uno assoluto. Certo, non è per tutti: la sua musica è spesso bizzarra, forse quel modo di raccontare finto-aulico e scanzonatamente provocatorio non trova facilmente in tutti il pertugio che arriva al cuore. Ha personalità da vendere, quelle da prendere-o-lasciare. E richiede attenzione, condivisione, affetto, ma sa ricambiarli fino all’ultimo ghigno, fino all’ultima goccia di sudore. Sotto quei cappellacci che incorniciano quella barba e capelli esagerati, dietro a quelle maschere con cui vuole evocare il Male e il Bene, ha un cuore grande così. Sa stare in mezzo alla gente perché ne è visibilmente attratto. È uno sciamano-cantastorie che ci ricorda che il passato è qui, e non se ne andrà, meglio metabolizzarlo ed elaborarlo, se ci si vuole liberare. Ed è un uomo libero, e alla fine è questo che conta.

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