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The Smiths

The Queen Is Dead

di Stefano Mannucci

Seconda puntata della nostra rubrica dedicata alla collaborazione con Rockstar. Questa volta è Stefano Mannucci a raccontare un altro disco-chiave del decennio 80, il capolavoro degli Smiths che nell'anno 1986 consacrò definitivamente la formazione di Manchester.

The Smiths
The Queen Is Dead
(Rough Trade, 1986)

The Smiths - The Queen Is Dead"All the lonely people, where do they all belong?". E se “The Queen Is Dead” non fosse altro che una colta variazione sul tema di "Eleanor Rigby"? In fondo, Morrissey abita da sempre l'opaco universo dei solitari: ne è cronista e vittima al tempo stesso. Lo confessa perfino in un punto qualsiasi di questo zibaldone in musica: "Life is very long, when you're lonely...".
C'è anche un Father McKenzie che qui indossa le vesti del "Vicar In A Tutu", e recita la sua parte nel torbido quadretto neogotico; ci sono i due amici che in una terribile giornata di sole si sfidano in un incruento duello poetico - da una parte Keats e Yates, dall'altra Wilde - all'interno delle "Cemetry Gates", indulgendo in riflessioni di serena mestizia tra quelle lapidi che, molto laconicamente, sono costrette a riassumere vite, passioni, odi e disgrazie qualsiasi. Eleanor Rigby Smith, allora, giace proprio qui.

D'altra parte, i quattro ragazzi di Manchester (c'è ancora il bassista Andy Rourke, non ancora rimpiazzato da Craig Gannon) si sono lasciati ritrarre proprio sotto l'insegna stradale di Coronation Street, e per una volta la copertina interna dell'album appare più significativa della prima pagina, ove un giovane Alain Delon va ad aggiungersi alla galleria dei silenziosi eroi di celluloide. Coronation Street, invece, è televisione. È quella soap opera che da più di vent'anni racconta agli inglesi le vicende di alcune famiglie molto comuni, con le loro vite, passioni, odi e disgrazie qualsiasi. Con le loro comparse - nessuna delle quali più decisiva delle altre - che nascono, crescono, figliano, muoiono per finire poi dietro una lapide Rigby, o Smith, mentre un paio di amici si dedicheranno, forse, a una passeggiata intellettuale per discutere della vanità dell'umana condizione.

“The Queen Is Dead” è la sinfonia dissonante dell'Inglese Ordinario: apparentemente tranquillo, civilizzato, fors'anche un po’ catastrofista. È bruciato da un germe di violenza che non riesce a soffocare e che lo spinge a credere nell'invalicabile isolamento dell'anima di tutti gli Smith delle Isole Britanniche. Meglio la tenue consolazione di una solitudine disperata, ma volontaria, che l'insopportabile sconfitta nei rapporti umani e sociali.
Steven Morrissey probabilmente non tollera quella sua somiglianza con lo Stan Laurel giovane: non vuole essere simpatico, non vuol far ridere, è umorista suo malgrado. Si sente più affine a un Leopardi terrorizzato dalla folla, vessato da problemi insormontabili col sesso femminile, disadattato nel borgo natìo per il suo stesso ruolo di uomo acculturato. Quel che pretende, senza compromessi, è il riconoscimento della dignità della sua condizione. Morrissey può anche espiare la colpa della sua incapacità sociale, ma vuole essere lui a decidere di farlo. Lucidamente, senza che altri lo condanni o proponga clemenza.

“The Queen Is Dead” vive, nelle sue due facciate, la contrapposizione tra intolleranza e acquiescenza: anche stavolta Johnny Marr ha saputo inventare dei suoni adatti alla bisogna. Il primo lato, musicalmente più impervio, è quello della solitudine scelta e rigorosamente difesa. L'altro - naturalmente antipodale - è quello del rinnovato tentativo per una relazione sociale vissuta con minor conflittualità.
Il titolo è di marca ferocemente sexpistoliana e, pur sottolineando la frattura insanabile tra governanti e governati, nasconde forse un'allusione alle scelte sessuali di Morrissey, che pure il cantante degli Smiths compie in modo piuttosto discreto. È certa, ad ogni buon conto, la dichiarata opposizione alle istituzioni, che qui arriva sino al dileggio. Nel corso dei tre album (quattro, con "Hatful Of Hollow") gli Smiths hanno bersagliato Chiesa, Scuola e Corona, sempre in modo circostanziato e mai inopportuno. Qui in "Frankly, Mr. Shankly" c'è persino spazio per una polemica personale di Morrissey, del genere di quelle che andavano di moda nel secolo scorso, sui gazzettini letterari.

Sul piano delle scelte musicali, Marr ha fatto davvero un buon lavoro: ha sperimentato gli archi nell'ariosa "There Is A Light That Never Goes Out", ha sfruttato il rockabilly in "Vicar In A Tutu ", ha esplorato zone dark in "The Queen Is Dead" e "Never Had No One Never". Ha lucidato i suoi riff migliori per "Bigmouth Strikes Again", "The Boy With The Thorn In His Side", "Some Girls Are Bigger Than Others", che sono ancora emozione e non maniera.
“The Queen Is Dead” è un episodio importante e complesso nella discografia degli anni Ottanta, anche se Morrissey continua forse a farsi beffe di noi: lui che adopera un vocabolario a volte così ricercato, altrimenti volutamente scurrile (Pasolini avrebbe avuto freddo, sulle spiagge del Mare del Nord), non può essere solamente un ragazzo del popolo. Sta compiendo una operazione culturale, ha una responsabilità che gli grava sulle spalle. Dal suo albero genealogico, Steven Patrick Morrissey Smith ha voluto cancellare tutte le ascendenze regali: ora è alla ricerca di una qualunque Rigby, sangue del suo stesso sangue. E chissà se la troverà.

(Rockstar anno 7; n.70, luglio 1986)

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