Libri

Paolo Vites

Bob Dylan 2002/2020. Diciotto anni di canzoni e altro

di Gabriele Benzing
Autore: Paolo Vites
Titolo: Bob Dylan 2002/2020. Diciotto anni di canzoni e altro
Editore: Caissa Italia
Pagine: 188
Prezzo: Euro 19,50

Paolo VitesDa quando un tizio vestito da sciamano ha fatto irruzione a Capitol Hill, la domanda è diventata più attuale che mai: che cosa resta dell’America? Che fine ha fatto l’essenza del progetto americano? Per Paolo Vites, firma storica del nostro giornalismo musicale e grande cultore della materia dylaniana, è proprio intorno a questa domanda che le canzoni di Bob Dylan si sono incentrate più che mai, negli ultimi vent’anni. La domanda su dove l’America abbia perso “la promessa dei Padri costituenti, quelli che osarono, unici al mondo, mettere su carta il diritto alla felicità per ogni uomo”. Ed è da questo interrogativo che Vites prende le mosse per il suo nuovo libro, “Bob Dylan 2002/2020. Diciotto anni di canzoni e altro”, vera e propria enciclopedia della fase più recente della produzione dylaniana.
Nel 2002, Vites aveva già raccontato le puntate precedenti dell’epopea del songwriter americano in “Bob Dylan 1962-2002. 40 anni di canzoni”, diventato un punto fermo imprescindibile nella biblioteca di ogni dylaniano che si rispetti. Sull’onda di un disco memorabile come l’ultimo “Rough And Rowdy Ways”, pubblicato lo scorso anno, Vites ha deciso quindi di mettere finalmente mano al secondo volume della sua dylaneide, riprendendo struttura e impostazione del capitolo precedente.

L’essenza di questo ultimo evo della carriera di Dylan, secondo Vites, si può sintetizzare in una “sterzata del tutto inedita nel suo modo di comporre”, che a partire da “Love & Theft” lo ha portato a rifugiarsi in un “mondo pre rock’n’roll”, “un mondo antico, quasi fosse il salone da ballo del Titanic depositato sul fondo dell’oceano”. È da questa dimensione fuori dal tempo che provengono tutti i suoi ultimi dischi. Tappe differenti di un unico viaggio, che per Vites ha portato Dylan a inoltrarsi sempre più in profondità nella ricerca del “peccato originale” dell’America (“il quasi genocidio di un popolo e il rapimento di un altro per costruire il paese”). “È di tutto questo che canta, nel Terzo Millennio, Bob Dylan, camuffandosi ora da working man, ora da eterno pellegrino, ora da gangster ora da innamorato rimasto solo al confine con il Messico”.
Il libro ripercorre questa strada disco per disco, canzone per canzone si potrebbe dire (comprese quelle non incluse negli album), con un’esaustiva analisi di risvolti musicali, esegesi poetiche, giudizi della critica e rivelazioni offerte da Dylan stesso nelle sue (sempre più rare) interviste. Non solo i dischi di inediti, ma anche gli archivi delle “Bootleg Series”, gli album di cover e quelli di brani natalizi. Con uno speciale “botto al cuore” dedicato a “Tell Tale Signs”, lo scrigno di outtake e rarità del periodo 1989-2006, e a quella “Red River Shore” che per Vites ha assunto i tratti di una vera e propria ossessione: “Mi sono sentito come chi, nel 1965, avesse ascoltato 'Like A Rolling Stone' per la prima volta e la vita non fosse rimasta più la stessa. Ma 'Red River Shore' era un enigma e lo è tuttora”.

Oltre alla musica in senso stretto, Vites si sofferma con la stessa minuziosa attenzione anche su tutte le altre sfaccettature dell’universo dylaniano, dal lato letterario (il primo volume dell’autobiografia “Chronicles”, pubblicato nel 2004) a quello cinematografico (lo strampalato e affascinante “Masked & Anonymous”, sceneggiato a interpretato da Dylan nel 2003), dai video girati nel corso degli anni per accompagnare i brani degli album all’esperienza radiofonica con la conduzione del programma “Theme Time Radio Hour” dal 2006 al 2009, fino ad arrivare ai dipinti, alle sculture e persino al whisky “Heaven’s Door”…
Non può mancare, ovviamente, il diario del “Never Ending Tour”: i fasti dei primi anni Duemila, la crisi dovuta alla fuoriuscita di Charlie Sexton e di Larry Campbell dalla band tra il 2002 e il 2004 (un gruppo in cui “nessuno osa suonare una nota più del dovuto”…), la rinascita degli ultimi anni. Gli aneddoti personali, qui, sono la parte più gustosa (Vites, del resto, ha dedicato proprio al racconto dei suoi concerti dylaniani un altro libro, “Un sentiero verso le stelle. Sulla strada con Bob Dylan”, pubblicato nel 2011). Perché con Dylan può capitare di riuscire a sedersi vicino a Bill Wyman e Roger Daltrey per un concerto carico di attese alla leggendaria Roundhouse di Londra e doversi sorbire una delle sue performance più noiose di sempre… Oppure di andare con un po’ di scetticismo all’Alcatraz di Milano e restare incantati da una canzone di “Together Through Life”, “Forgetful Heart”: “In preda a un fuoco sacro, sputava i versi con veemenza incredibile, muovendosi avanti e indietro per il palcoscenico con il microfono in una mano e l’armonica nell’altra, soffiando nello strumento con agonia e sgomento, piegandosi in due come un giovane Van Morrison”.

Bob DylanVites offre uno sguardo profondo e personale su tutti gli snodi fondamentali degli ultimi due decenni della carriera del songwriter di Duluth, a partire dalla questione che ha fatto versare più inchiostro di tutte: il Nobel per la letteratura assegnato a Dylan nel 2016. “La canzone rock è ufficialmente sdoganata?”, è la domanda che si rincorre più o meno dappertutto. L’unica certezza, secondo Vites, è che la canzone rock “ha scombinato la concezione di poesia e letteratura”. Anzi, è stata il veicolo più autentico, negli ultimi decenni, per esprimere “il cuore dell’uomo, le sue esigenze di libertà, felicità, compimento, così come il suo urlo di sofferenza”.
E poi le accuse di plagio, immancabilmente riproposte a ogni nuova uscita dylaniana, su cui Vites lascia rispondere Nick Cave: “La grande bellezza della musica contemporanea, e ciò che le dà vantaggio e vitalità su tutto il resto, è l’atteggiamento dell’appropriazione: tutti prendono sempre cose da tutti gli altri”. Oppure le critiche alla lunga immersione di Dylan nel “Great American Songbook” (“Shadows In The Night”, “Fallen Angels” e “Triplicate”): “Ma come, il poeta rivoluzionario (...) si mette a cantare le canzoni sdolcinate dell’alta borghesia, dei nostri nonni? Sì, e lo fa benissimo”, perché sa metterci dentro quel senso di nostalgia che è fatto della “gratitudine per tutta la bellezza che si è potuto assaporare e vivere”.

Si torna così all’America e al suo “peccato originale”. C’è una promessa di felicità, all’origine dell’America, e la perdita della sua innocenza ha molto a che vedere con il tradimento di quella promessa. Come ha scritto Mattia Ferraresi, oggi “quello che è in discussione è la natura stessa del progetto americano. Se possa essere una casa comune in cui tutti i suoi membri, senza eccezioni, si riconoscono, pur in mezzo a enormi contraddizioni, difficoltà ed errori da correggere, o se invece gli ideali che sono descritti nella Dichiarazione d’indipendenza erano falsi, e dunque l’America è dall’inizio un esperimento costruito con il solo scopo di opprimere ed escludere. Sono alternative radicalmente opposte”.
Dylan è da sempre un grande appassionato di storia americana e, una canzone dopo l’altra, si è misurato con queste domande attraversando la guerra civile (“’Cross The Green Mountain”), l’affondamento del Titanic (“Tempest”), l’assassinio di Kennedy (“Murder Most Foul”). Ha scavato in cerca della radice più universale della questione: può una promessa di felicità tenerci davvero insieme agli altri, può davvero superare la nostra strutturale estraneità? In “Rough And Rowdy Ways” c’è una canzone solo apparentemente minore, intitolata “My Own Version Of You”. Come scrive Vites, parla di “quello che facciamo tutti quando cerchiamo di stravolgere la persona amata in quello che vorremmo che fosse”. Ecco, è proprio quando proiettiamo noi stessi sugli altri in questo modo (gli altri come “auto-oggetti”, direbbe lo psicanalista Heinz Kohut) che finiamo per restare inevitabilmente delusi. Alla fine, è l’esito dell’individualismo americano, quella “crisi di fiducia” preconizzata da Jimmy Carter nel suo celebre discorso durante la crisi petrolifera del 1979: una “perdita di unità di intenti” che il nostro tempo ha reso ancora più drammatica.

“Bob Dylan 2002/2020. Diciotto anni di canzoni e altro” ci porta insomma molto più in là rispetto al semplice resoconto della tarda età di una vecchia icona del rock. E, citando ancora una volta le parole di Nick Cave, Vites ci suggerisce il modo migliore per continuare ad accostarci all’ottantenne Mr. Zimmerman: “È l’ultima volta che ascolteremo una nuova canzone di Bob Dylan? Io spero proprio di no. Forse però è cosa saggia trattare tutte le canzoni, e anzi tutte le nostre esperienze, con l’attenzione e la riverenza che riserviamo alle ultime cose”. Perché non c’è modo più incisivo per “vivere e apprezzare il presente, assaporandolo come se fosse l’ultima volta”.
Playlist
 Love And Theft (Columbia, 2001)

7

Live 1975 (live, Columbia, 2002)

7,5

 Live 1964 (live, Columbia, 2004)

6,5

 No Direction Home: The Soundtrack (antologia, Columbia, 2005)

6

 Modern Times (Columbia, 2006)

7

 Tell Tale Signs (antologia, Columbia, 2008)

6,5

 Together Through Life (Columbia, 2009)

6,5

 Christmas In The Heart (Columbia, 2009)

4,5

 The Witmark Demos: 1962-1964  (antologia, Columbia, 2010)

7

 In Concert - Brandeis University 1963 (live, Columbia, 2011)

6

 Tempest (Columbia, 2012)

7

 Another Self Portrait (Columbia, 2013)

6,5

The Basement Tapes Complete (Columbia, 2014)

8

 Shadows In The Night (Columbia, 2015)

6,5

 The Cutting Edge (Columbia, 2015)

8

 Fallen Angels (Columbia, 2016)

6

 Triplicate (Columbia, 2017)

6

 Trouble No More 1979–1981 (Columbia, 2017)

7,5 

 More Blood, More Tracks (Columbia, 2018)

8

 Travelin' Thru 1967-1969 (Columbia, 2019)6,5
Rough And Rowdy Ways (Columbia, 2020)  7,5
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