Cinquant’anni fa, nell’agosto del 1975, si consumò uno dei divorzi più celebri e traumatici della storia del rock: quello tra Peter Gabriel e i Genesis. L’addio del frontman e leader carismatico della band inglese chiudeva una delle stagioni più straordinarie della storia del progressive rock. La notizia arrivò alla fine di un lunghissimo tour mondiale, seguito all’uscita del monumentale “The Lamb Lies Down On Broadway”, e fu uno shock per i fan. Lo fu meno, forse, per i protagonisti stessi, che avevano ormai da tempo intuito l’inevitabilità di quella frattura.
Durante la realizzazione dell’album, Peter Gabriel - alle prese con problemi familiari (una gravidanza difficile della moglie) - si era sempre più isolato e così i componenti del gruppo si erano divisi la lavorazione: il cantante a scrivere le liriche e gli altri a comporre, ma questo, oltre a separare nettamente per la prima volta le due anime, creò difficoltà inevitabili, a cominciare dai ritardi del leader nella stesura dei complicatissimi testi, più del solito pieni di citazioni letterarie e riferimenti mitologici, ricchi di pathos e allo stesso tempo necessariamente descrittivi della vicenda di Rael, il protagonista del concept. Il gruppo ormai contestava apertamente il modo di lavorare di Gabriel e i litigi erano all'ordine del giorno: “Peter era molto indietro con i testi, così arrivava dopo e cantava su tutto, anche su quelli che dovevano essere passaggi strumentali. Per me era come se qualcuno avesse preso un quadro che avevo appena dipinto imbrattandomelo tutto di vernice rossa”, rivelerà con amarezza il chitarrista Steve Hackett.
A questo si aggiunsero in seguito le frustrazioni dovute alle errate attribuzioni di pubblico e critica, che misero quasi tutto in conto a Gabriel, relegando gli altri al ruolo di comprimari. Il colossale tour che seguì l’uscita del disco negli Stati Uniti e in Europa, e nel quale le vicende di Rael venivano rappresentate integralmente con spettacolari trucchi teatrali, proiezioni video e Gabriel armato di costumi sempre più astrusi, non fece che peggiorare la situazione. Il pubblico accorse in massa, ma la popolarità acquisita si ritorse contro il gruppo, alimentando invidie e rancori verso il cantante, ormai protagonista assoluto della scena. “Pete stava diventando troppo grande per il gruppo. Era descritto come 'the man', e non era giusto”, ricorderà il tastierista Tony Banks, che proprio di recente è tornato in studio con Gabriel per il remissaggio della nuova edizione di “The Lamb Lies Down On Broadway” per il cinquantennale del disco.
Così alla fine di un lunghissimo tour mondiale di quasi un anno, da ottobre 1974 a maggio 1975, Peter Gabriel ad agosto lasciò i Genesis, congedandosi con una lettera aperta in cui spiegava le ragioni dell’addio: “Lo strumento (la band) che abbiamo costruito come una cooperativa al servizio della nostra vena di compositori è diventato il nostro leader e ci ha intrappolato nel successo che avevamo voluto – scriveva Gabriel - Ha condizionato l'atteggiamento e lo spirito della band. La musica non ha perso valore e ho rispetto per gli altri musicisti, ma i nostri ruoli sono diventati troppo rigidi". La rottura, dolorosa ma lucida e forse inevitabile, metteva fine a un ciclo irripetibile, segnato da dischi fondamentali come “Trespass”, “Nursery Cryme”, “Foxtrot”, “Selling England By The Pound” e appunto “The Lamb...”, l’opera più ambiziosa e divisiva del gruppo.
Tuttavia, non ci furono mai fratture personali insanabili. I rapporti, pur diradati, rimasero buoni. E la separazione, in realtà, si rivelò un punto di svolta fruttuoso per tutti. Gabriel intraprese una carriera solista coraggiosa e innovativa, distante anni luce dai suoni del prog, aperta alla world music, alla sperimentazione e all’elettronica. I Genesis, dal canto loro, decisero sorprendentemente di proseguire senza cercare un nuovo cantante: dopo infinite audizioni, fu lo stesso batterista Phil Collins a salire al microfono. Il risultato, “A Trick Of The Tail” (1976), sancì l’inizio della loro seconda vita, che – a dispetto dei luoghi comuni – non rinunciò a molte delle suggestioni prog del periodo gabrieliano. Nei lavori seguenti, in ogni caso, le sonorità si fecero via via più accessibili, e il successo commerciale esplose. Collins diventò una star planetaria, anche da solista, Banks consolidò il proprio ruolo, Mike Rutherford trovò un secondo slancio con il side-project Mike and the Mechanics. Più defilato Steve Hackett, che lasciò il gruppo nel ’77 e visse una carriera solista di tutto rispetto, sempre coerente e apprezzatissima dai fan del gruppo.
“Aver lasciato la band è stata la scelta giusta”, ha dichiarato Peter Gabriel con lucidità anni dopo. “Ha dato a tutti più spazio, e ha permesso a Phil di diventare il fulcro del progetto.” Nessuna amarezza, nessun rimpianto. Phil Collins, dal canto suo, ha sempre mostrato rispetto per la decisione di Gabriel, riconoscendone il talento visionario, la teatralità magnetica e la forza narrativa dei testi. I due hanno mantenuto rapporti cordiali, tanto che nel 1980 Collins suonò batteria, percussioni e drum machine su alcuni brani del terzo album solista di Gabriel, incluso il potente singolo “Biko”. “Peter se n’è andato nel 1975 e non si è mai voltato indietro - ha detto Collins - Ha costruito una carriera solista di enorme successo”.
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Negli anni, le ipotesi di una reunion della formazione storica non sono mai diventate realtà, anche se il rispetto reciproco non è mai venuto meno. A testimoniare l’assenza di rancori tra Gabriel e i suoi ex-compagni c’è un episodio rimasto leggendario. Nell’ottobre del 1982, in occasione della seconda edizione del Womad, festival dedicato alla world music e ideato da Gabriel, l’iniziativa rischiava il fallimento per mancanza di pubblico e fondi. Fu allora che Collins, Rutherford, Banks e lo stesso Hackett - che aveva lasciato i Genesis nel ’77 - decisero di intervenire. Pur impegnati in una serie di concerti a Londra, organizzarono una reunion straordinaria con Gabriel per sostenerlo economicamente. La performance, tenutasi di fronte a 47.000 spettatori a Milton Keynes, si aprì in modo ironico con Gabriel che compariva sul palco calato in una bara. “Ho passato gli ultimi sette anni cercando di non essere più un Genesis”, disse con la consueta autoironia, “e credo che neanche loro avrebbero voluto lavorare con me in questa fase della loro carriera. Ma sono profondamente grato per quello che hanno fatto”. Un gesto di amicizia e di rispetto che suggellava un legame mai realmente spezzato, al di là delle scelte artistiche divergenti.
Nel 2022, al concerto d’addio dei Genesis a Londra, Gabriel era tra il pubblico. “C’ero alla nascita, mi sembrava giusto esserci alla fine. È stato un rito di passaggio”, ha detto. Nessuna nostalgia amara, piuttosto la consapevolezza di aver chiuso un ciclo nel momento giusto. “Lasciare è stata la scelta migliore”, ha ribadito, “Ha dato a tutti più spazio”.
Cinquant’anni dopo, quella decisione sembra ancora oggi uno snodo epocale. Non solo per la storia dei Genesis, ma per tutto il rock. Con l’addio di Gabriel finiva l’età dell’oro del progressive e si apriva una nuova stagione del rock, ugualmente ricca di coraggio e sperimentazione, come avrebbero testimoniato sia i lavori successivi dei Genesis, sia quelli da solista del loro ex-leader. Poi però spunta quella foto – Peter Gabriel e Tony Banks insieme in studio a Londra, di nuovo alle prese proprio con “The Lamb Lies Down On Broadway” – e la nostalgia (canaglia) torna a chiedere il conto ancora una volta.
19/07/2025