Risponde il critico

Pink Floyd - The Wall

Massarini: Il muro spartiacque del rock

di Claudio Fabretti

Nuova puntata, dedicata ai Pink Floyd e al loro monolite "The Wall", uno dei miti intramontabili della storia del rock. Per approfondire alcuni aspetti del disco, ho interpellato Carlo Massarini, conduttore televisivo e critico musicale.

Quarant'anni di “The Wall”. Cosa rappresentava quel muro allora e cosa rappresenta oggi, in un'epoca in cui alcuni muri sono caduti e altri ne vogliono costruire?
Lì erano gli incubi personali di Roger Waters che diventavano simbolo che raggiunge il punto più alto quando nel 1990 è portato in scena ad Alexanderplatz, di fronte al Muro di Berlino demolito appena un anno prima. Oggi i muri vengono eretti (o minacciati) per contenere, separare: è solo l’inizio dell’evoluzione della trama di Waters, chissà se il finale sarà altrettanto liberatorio, o solo una prosecuzione dell’incubo.

Il muro di Waters voleva anche esprimere l'incomunicabilità tra l'artista e il pubblico. Un muro che col passare del tempo si è arricchito nella testa del bassista, diventando emblema dell'alienazione a tutto tondo. Fu anche uno spartiacque nella storia dei Pink Floyd, finendo con il separare di fatto le strade del leader e del resto della band?
Lo spunto è proprio l’ultima tappa del tour precedente, quando Waters innervosito dalla caciara di alcuni spettatori in prima fila, sputa verso di loro e pensa che vorrebbe costruire un muro fra il palco e il pubblico. Due anni dopo, i rapporti erano ormai usurati, in parte anche per le difficoltà di realizzare un album di tal magnitudo. Paradossalmente, l’organista Wright, licenziato da Waters per poca collaborazione e assunto solo come musicista per il tour, dove non si parlavano più, fu l’unico a guadagnare. Lo show, per la sua grandiosità, perdette quasi mezzo milione di dollari (di allora). Inevitabilmente, è stato l’ultimo Lp di Waters con gli altri tre.

Lo show dal vivo e il film (ma direi anche la grafica, i video, il packaging) furono parte integrante del progetto. Fu una svolta anche questa nella storia della musica rock, un disco da leggere su più piani e più linguaggi, non solo musicali?
Sì, anche se non è stato il primo. Gli Who con "Tommy", dieci anni prima, e "Quadrophenia", avevano già declinato la storia su più medium: disco, teatro, cinema, colonna sonora ("The Wall" ha anche una versione operistica).

The Wall” è in fondo la colonna sonora che ognuno di noi può adattare ai momenti più difficili della propria vita. Un'opera con diversi livelli di interpretazione dove ognuno è libero di spaziarvi in superficie o di penetrarvi in profondità, trovando nuove chiavi di lettura. È anche questo il segreto che lo ha reso sempre moderno e attuale in tutti questi anni?
Sì, rimangono leggendari l’impianto mastodontico dal vivo, che Waters adesso porta in tour solista (maggior incasso di sempre di un singolo performer), e la complessità della scrittura. Vi si intrecciano tanti temi diversi: la solitudine, la guerra (da sempre un tema fondamentale di Waters, il cui padre è morto nello sbarco alleato di Anzio), l’alienazione della star, la rigidità del sistema scolastico inglese, i sistemi totalitari. E, infine, la redenzione attraverso la presa di coscienza. E’ un disco molto visuale, che ripercorre un viaggio interiore paranoico e disperato, dentro e fuor di metafora.

Ad esempio, “Another Brick In The Wall”, che nasce come una canzone di protesta degli studenti contro i metodi oppressivi di insegnamento, divenne anche una colonna sonora delle proteste anti-apartheid. Cosa significò, anche musicalmente, quella hit nel percorso dei Pink Floyd?
È un unicum –per arrangiamenti, ritmo- della loro storia. Molto lontana dagli inizi psichedelici. Non volevano farla uscire a 45 giri, non con quella base simil-disco. Fu il produttore Bob Ezrin a imporsi, ed è stata una delle chiavi del successo dell’album. Il brano –col coro di bambini che incalza- ha un’efficacia pazzesca.

The Wall” resta quasi l'ultima testimonianza di un'epoca d'oro del rock, quella degli anni 60-70. Perché dopo è diventato sempre più difficile realizzare concept album così ambiziosi e complessi?
Quelli erano gli anni dei “concept-album”, dischi con una trama e un pensiero unificante. Da “Sgt. Pepper’s” ai Pink Floyd è stata una stagione memorabile. Le rock operas non sono finite lì, ma ormai tutte le band che ne avevano i mezzi si erano già cimentate. È una buona idea, ma ambiziosa, complessa e perennemente a rischio di gigantismo e banalità insieme.

(Versione estesa di una intervista pubblicata sul quotidiano Leggo in occasione dei 40 anni di "The Wall", 25 novembre 2019)



Playlist
Piper At The Gates Of Dawn (Emi/Capitol, 1967) 
A Saucerful Of Secrets (Emi/Capitol, 1968) 
More (Emi/Capitol, 1969) 
Ummagumma (Emi/Capitol, 1969) 
Atom Heart Mother (Emi/Capitol, 1970) 
 Meddle (Emi/Capitol, 1971) 
Relics (anthology, Emi/Capitol, 1971) 
 Obscured By Clouds (Emi/Capitol, 1972) 
The Dark Side of The Moon (Emi/Capitol, 1973)  
Wish You Were Here (Emi/Capitol, 1975) 
Animals (Emi/Capitol, 1977) 
The Wall (Emi/Capitol, 1979) 
The Final Cut (Emi/Capitol, 1983) 
 A Momentary Lapse of Reason (Columbia, 1987) 
 Delicate Sound of Thunder (live, Columbia, 1988) 
 The Division Bell (Columbia, 1994) 
 Pulse (live, Columbia, 1995) 
 Is There Anybody Out There? (Emi, 2000) 
 Echoes (antologia, Emi/Capitol, 2001) 
 The Endless River (Parlophone, 2014)
 
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The Dark Side Of The Moon

(1973 - Emi)
Waters e compagni nel kolossal che li proiettò nel Guinness del rock

PINK FLOYD

Atom Heart Mother

(1970 - Emi)
Il disco della mucca, l'apoteosi orchestrale del Floyd-sound dei 70's

PINK FLOYD

Ummagumma

(1969 - Harvest)
Uno dei lavori più sperimentali e preveggenti del corso floydiano chiude il decennio 60

PINK FLOYD

The Piper At The Gates Of Dawn

(1967 - Tower)
L'epocale debutto della band capitanata dal genio folle di Syd Barrett

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