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Il rinascimento prog degli anni Novanta

di Marco Sgrignoli

New prog. Alzi la mano chi, davanti a questa espressione, non pensi immediatamente al suono scintillante e ottantiano di Marillion, IQ, Pallas, Twelfth Night. Vi capisco. Succede anche a me. Di tutto il percorso del prog revival successivo agli anni Settanta, tendiamo a ricordare principalmente quella brevissima fiammata isolata, in cui quattro band apparentemente fuori dal tempo riuscirono a fare breccia nelle classifiche britanniche con una versione aggiornata e immediatamente riconoscibile del sound Genesis/Camel/Pink Floyd.
Ma se affermassi che quella piccola parentesi, il cosiddetto neoprog, non è indicativa delle sorti del genere nei decenni che le sono seguiti? Che il motivo per cui ancora adesso, ogni anno, vengono pubblicate centinaia di dischi progressive che si rifanno agli anni Settanta va ricercato in un differente punto di svolta?
Di “rinascimento anni Novanta”, fuori dai circoli dei fan, si è ancora scritto poco. Eppure le dinamiche che hanno caratterizzato il filone negli ultimi venti-trent’anni sono molto più frutto del boom di uscite per appassionati registrato nei Nineties che della fugace affermazione presso il grande pubblico di Marillion e compari.

 

Il rifiorire del prog sinfonico ha ragioni e caratteristiche specifiche. Fra le prime, l’avvento del compact disc e l’ondata di ristampe che permette la ridiffusione di album storici ai cultori vecchi e nuovi. Poi la riduzione dei costi di registrazione e pubblicazione, e l’affermarsi di nuove etichette dedicate al settore (Mellotronen, Mellow, Musea, InsideOut…). Infine, il sorgere grazie a internet di community transnazionali di appassionati, più efficaci delle fanzine postali per costruire una rete informativa alternativa alla critica musicale, avversa al genere almeno dalla metà degli anni Settanta.
Le principale peculiarità musicale è invece un notevole allargamento di orizzonti rispetto al neo-progressive ottantiano: qualcuno continua a rifarsi principalmente ai “big” sinfonici della prim’ora (integrando con maggior frequenza anche Jethro Tull, Yes, King Crimson, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant fra le influenze), ma non è raro incontrare altri riferimenti. Il prog-folk dei Gryphon e dei Comus, l’hard prog venato di dark di Atomic Rooster e Black Widow, o gli artisti delle scene nazionali che avevano caratterizzato gli anni Settanta. Anche il livello di “fedeltà” agli originali è variegato: ci sono gruppi che si esercitano a saltare con disinvoltura fra copie anastatiche di Yes, King Crimson e Gentle Giant (vedi alla voce Flower Kings) e band che coniano stili del tutto originali, per i quali individuare paralleli storici non è semplice. Fra gli esempi, l’heavy prog ipermellotronoso degli Anekdoten, il chamber rock sintetico degli After Crying, il suono ambientale dei Sezhon Dozhdei, il suggestivo dark-post degli Areknamés, o il prog strumentale anatolico degli İhtiyaç Molası.
Si può poi discutere di geografia, e osservare come la nuova ondata revivalistica coinvolga artisti sparpagliati nei luoghi più svariati: importanti i contributi britannici, statunitensi, italiani, svedesi, norvegesi, ma nella mappa rientrano anche progetti ungheresi (After Crying), giapponesi (Motoi Sakuraba), russi (Sezhon Dozhdei), indonesiani (Discus), turchi (İhtiyaç Molası). Ad alcune scene locali corrispondono scelte stilistiche riconoscibili: tra le più evidenti, la propensione per l’heavy prog virato folk diffusa nel “rinascimento scandinavo” (insieme alla passione per le strumentazioni vintage come Mellotron, Hammond e Clavinet) e il riallacciarsi italiano alla scuola Banco/Pfm/Orme.

La playlist qui proposta spazia su trenta brani, organizzati grosso modo per raggruppamenti stilistici e geografici. Oltre ad artisti che abbiano debuttato negli anni Novanta, sono incluse anche proposte più recenti, per mostrare gli sbocchi successivi delle “continuità” nate in quel periodo. La scelta è stata di puntare dove possibile su episodi brevi, e di concentrarsi esclusivamente sul sound sinfonico. Gli anni Novanta hanno visto anche il fiorire del prog-metal alla Dream Theater, del post-prog di Archive e No-Man, del brutal prog di Ruins e consociati. E poi l’avvento degli apprezzatissimi Porcupine Tree e lo sviluppo delle prime derive progressive in ambito post-rock e post-hardcore: tutti fattori che hanno gradualmente portato entro la fine del millennio il numero di uscite progressive rock ai livelli dell’apice settantiano (per poi doppiarlo una ventina d’anni dopo). Alcuni di questi filoni sono già stati approfonditi su OndaRock con articoli a tema; per altri c'è solo da attendere!