Per decenni, gli R.E.M. hanno alimentato un piccolo mistero: nei loro dischi i testi quasi mai comparivano nei libretti, e Michael Stipe aveva l’abitudine di cantarli con una pronuncia distorta, rendendo difficile distinguere le parole. Non sorprende, quindi, che brani come “It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)”, uscito nel 1987 e diventato un classico del college rock, siano stati cantati da generazioni di fan con versioni “inventate” o adattate a orecchio. Su Internet circolano trascrizioni ovunque, ma Stipe ha appena confermato che la maggior parte di loro è sbagliata.
Lo scorso weekend, come ricordato dal sito Stereogum, l'ex-leader della band georgiana ha scelto Bluesky – social network che pare essere il suo prediletto – per fare chiarezza sull'equivoco.
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Prima Stipe ha postato un meme dei Simpsons, con cui ironizzava sul fatto di saper cantare perfettamente quel turbinio di parole, poi ha rivelato quale sia il passaggio incriminato del brano:
Left of west and coming in a hurry with the Furies breathing down your neck/ Team by team reporters, baffled, trumped, tethered, cropped/ Look at that low playing, fine, then
Le trascrizioni riportate su siti di testi, come Genius, Songfacts e persino su alcuni siti dedicati agli R.E.M., non corrispondono al testo reale. Stipe ha ricordato che, a volte, lui stesso ha eseguito il brano servendosi di versioni trovate online, quindi scorrette: accadde perfino durante l’Mtv Unplugged della band. Non tutti, però, hanno sbagliato: Spotify, grazie al database MusixMatch, ha diffuso la versione autentica.
Genius, ad esempio, riporta questi versi (sbagliati):
Left her and wasn't coming in a hurry with the Furies
Breathing down your neck
Team by team, reporters baffled, trump, tethered, crop
Look at that low plane, fine, then
Alla fine, poco cambia. Per molti ascoltatori l’enigma dei testi ha sempre fatto parte del fascino del pezzo, un collage caotico di riferimenti e immagini. La correzione di Stipe non toglie mistero, ma anzi conferma quanto il brano resti, a distanza di quasi quarant’anni, un terreno fertile per l’interpretazione.
Mai così logorroico e scatenato, Stipe s’inventa in "It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)" un’ode per la Fine del mondo. Snocciolando, a passo di rap, il suo personalissimo Subterranean Homesick Blues. Un mantra frenetico e apocalittico, che per molti diverrà “l’inno dell’America indipendente”. Se il talking blues dylaniano, con quel suo ricorrente “Look out kid” (“Stai attento ragazzo”) mirava a smascherare il sogno americano segnalando tutte le trappole disseminate nella società contemporanea, "It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)" è piuttosto una cronaca semiseria di un mondo in frantumi. Un pastiche ironico di frasi fatte, rime nonsense, citazioni e allusioni surreali, come la ricostruzione onirica di una festa per Lester Bangs, cui realmente parteciparono Buck e Stipe; nel sogno, il cantante è ossessionato dall’idea di essere l’unico invitato le cui iniziali non fossero L. B. (ecco, allora, i nomi in libertà di Leonid Breznev, Leonard Bernstein e Lenny Bruce).
That’s great, it starts with an earthquake, birds and
Snakes, an aeroplane and Lenny Bruce is not afraid
Eye of a hurricane, listen to yourself churn-world
Serves its own needs, dummy serve your own needs [...]
The other night I dreamt of knives, continental
Drift divide. Mountains sit in a line, Leonard Bernstein
Leonid Brezhnev, Lenny Bruce and Lester Bangs
Birthday party, cheesecake, jelly bean, boom!
You symbiotic, patriotic, slam book neck, right? Right
It’s the end of the world as we know it
It’s the end of the world as we know it
It’s the end of the world as we know it and I feel
fine... fine...
(It’s time I had some time alone)
Grandioso! Inizia con un terremoto, uccelli e
Serpenti, un aeroplano e Lenny Bruce non ha paura
Occhio del ciclone, ascolta il tuo ribollire il mondo
Bada ai suoi bisogni, non mancare di badare ai tuoi [...]
L’altra notte ho sognato coltelli, continenti
Alla deriva. Montagne che si agglomerano una accanto all’altra, Leonard Bernstein
Leonid Breznev, Lenny Bruce e Lester Bangs
Torta di compleanno, torta al formaggio, gelatina, boom!
Tu simbiotico, patriottico, forte del tuo sapere, giusto? Giusto!
È la fine del mondo come lo conosciamo
È la fine del mondo come lo conosciamo
È la fine del mondo come lo conosciamo e io sto
Bene... bene...
(È ora che me ne stia un po’ da solo)
Apocalisse, sì, ma attraverso piccoli segni premonitori (“it starts with an earthquake”), minuscole crepe di una società americana che sta allegramente impazzendo. L’unica chiave possibile per raccontarla, allora, è quella di un delirio incontrollato, dove i ricordi del sogno si mescolano alle allucinazioni della fine del mondo. Stipe snocciola il suo flusso di coscienza con inusitata foga declamatoria, sostenuto da fragorose chitarre jingle-jangle e da un ritmo forsennato. “Volevo che fosse la voce più altisonante che riuscissi a produrre”, racconterà. “Qualcosa che fosse completamente travolgente, che ti cadesse addosso e ti si appiccicasse ai capelli come una gomma da masticare”. E il brano, in effetti, è uno di quelli che non lascia scampo, conficcandosi per sempre nella mente dell’ascoltatore. Diventerà un classico, nonché un cavallo di battaglia nei concerti, la scarica di adrenalina finale che accompagna il commiato della band.
La cover di Ligabue, ahimè, ne tradirà completamente lo spirito, ma era difficile immaginare il contrario.
02/09/2025