Approfondimenti

Roberto Masotti

Un obiettivo puntato sulla musica

di Fabio Zuffanti
Ha attraversato la storia musicale del nostro paese sin dai primi anni 70, collaborando con autentiche istituzioni come la Cramps Records di Gianni Sassi, gli Area, Demetrio Stratos, John Cage e moltissimi altri. Una sua foto di Franco Battiato caratterizza il disco pop italiano per eccellenza, “La voce del padrone”. È tra i fautori della mitica rivista Gong, ha lavorato con l'etichetta tedesca Ecm e (in coppia con la moglie Silvia Lelli, anche lei apprezzata fotografa) per La Scala. Ma è soprattutto il jazz che gli ha dato grandi soddisfazioni, col suo obiettivo ha ritratto gente come Miles Davis, Archie Shepp, Carla Bley, Sam Rivers, Cecil Taylor, Charles Mingus, Ornette Coleman e Keith Jarrett. Con quest'ultimo ha instaurato un rapporto speciale sfociato nel volume “Keith Jarrett, a portrait”, edito da Seipersei e disponibile da gennaio 2020. Il libro fotografico è già in prevendita in una prima tiratura limitata di 150 copie autografate e numerate, acquistabili a questo indirizzo.
Roberto Masotti ci parla del suo ultimo lavoro e fa un excursus sulle esperienze che lo hanno portato a essere uno dei fotografi musicali italiani più apprezzati a livello internazionale.

Raccontami del tuo rapporto con Keith Jarrett, come e dove lo hai conosciuto, cosa ti ha attratto della sua musica.
Fu la commissione da parte di Arrigo Polillo (direttore di “Musica Jazz”) che nel 1973 mi invitò a realizzare un ritratto del pianista per la copertina delle rivista, che poi fu puntualmente pubblicato. Eravamo a Bergamo, in Città Alta, mentre si svolgeva il Festival del Jazz in cui Keith suonò uno dei suoi proverbiali piano solo. “Facing You” era stato pubblicato l’anno prima e c’era molta curiosità attorno al personaggio. Qui l’ho conosciuto, mentre fai ritratti devi interagire del resto. A un certo momento, verso la fine del servizio, Jarrett mi chiese di sottoporre le foto a due diverse case discografiche selezionando due diversi gruppi, la Impulse e la Ecm. Aveva intravisto che forse stavo combinando qualcosa di buono, evidentemente. Bontà sua. Da li è iniziata la mia relazione con Manfred Eicher e la Ecm che mi ha portato a realizzare migliaia di foto a tantissimi artisti e ripetutamente a Jarrett, appunto. Lo avevo già fotografato con il gruppo elettrico di Miles nel 1971 a Berlino e Milano e alla sua prima uscita europea come leader di un trio a Bologna nel 1969. Come vedi la storia è lunga. Il suo modo di suonare, i suoi gesti ed espressioni mi hanno sempre affascinato, il tocco, la precisione, la densità.

foto_2jazzCosa mi puoi dire del personaggio Jarrett? Lo si dipinge come artista scostante, con il quale non è facile interfacciarsi. Nel vostro rapporto tutto è sempre filato liscio?
Ho conosciuto una persona gentile e determinata, molto disponibile e malleabile, pur estremamente partecipe e controllata. Capivi che era esigente e che valeva la pena di impegnarsi. Poi si diventa miti e qualcuno ti dipinge come divo. Subentra in modo subitaneo la malattia, la sofferenza, il carattere si indurisce, diventi intollerante. Io sono stato sempre il benvenuto a prove e concerti, con le solite restrizioni per il piano solo, ho potuto fare cose esclusive. Alcune volte Jarrett mi ha addirittura sollecitato a essere più libero e disinvolto, ti immagini? Quando 6 anni fa Keith ha visto il libro Arcana lo ha giudicato il miglior regalo per il suo settantesimo compleanno.

Immagino tu abbia assistito a molte performance del nostro, ce n'è una (o più di una ) che ti è rimasta nel cuore?
Il solo di Villalago nell’ambito di Umbria Jazz nel 1974, il quartetto “americano” a Bregenz nel 1976 e quello “europeo” a Zurigo l’anno successivo, poi il trio a Ravenna nel 1985, ma stai sicuro che scordo qualcosa, sono tanti i concerti suoi cui ero presente.

foto_3jarrettCome nasce l'idea del volume a lui dedicato?
C’è stata una prima idea e un primo risultato 6 anni fa con Arcana Edizioni per un album fotografico che copriva 40 anni di fotografie al personaggio, con tanti musicisti e situazioni diverse in tutta Europa. Il testo era solo mio, erano soprattutto le foto a raccontare. Il nuovo libro è più stringato, meno foto e solo in bianco nero, più essenziale e raffinato a mio modo di vedere e a quello di Stefano Vigni di Seipersei, che tra l’altro aveva impaginato il primo e quindi conosce molto bene il materiale. Ci sono più testi, sempre brevi, di Geoff Dyer, di Franco Fabbri e uno mio. Come nel primo, le foto sono la parte principale del volume. Un format simile si ripeterà per John Cage che sarà il secondo titolo della serie “:a portrait”.

foto_4__jazz_areaNel 2019 hai pubblicato (sempre con Seipersei) “Jazz Area”, con tuoi ritratti di personaggi come Miles Davis, Archie Shepp, Carla Bley, Sam Rivers, Cecil Taylor, Charles Mingus, Ornette Coleman... Come è nato questo progetto?
Nel 1973 fui invitato a fare una mostra alla prima edizione di Umbria Jazz. La ripetei in altre sedi ma non divenne mai una pubblicazione, poco male, ho avuto molte occasioni editoriali cartacee e discografiche negli anni. A lungo ho ritenuto di non dover fare altre mostre finché Roberto Valentino non ne sollecitò una per Pavia alla rassegna Jazz per Due. Questa mostra per come era strutturata era difficilmente traducibile in un libro e così si “limitò” a viaggiare in molte sedi con molta fortuna. Poi un senso di sfida e la sollecitazione dell’editore hanno fatto si che anche questo supporto o contenitore mi potesse affascinare. Ma soprattutto è stato il taglio autobiografico a rivelarsi fondamentale. È la mia storia con il jazz e non una storia del jazz. Sarei assai presuntuoso a concepirla. Nel libro c’è il mio sguardo allargato sul jazz con molte sfaccettature e attraversa mezzo secolo ma soprattutto gli artisti, i musicisti e la relazione tra di loro e gli strumenti. Una storia complessa, realmente affascinante.

Il tuo lavoro spazia a 360 gradi tra il jazz, la classica, l'avanguardia, l'improvvisazione, il rock... Quale è il genere al quale ti senti più vicino?
Tendenzialmente sono molto selettivo sulla qualità della musica, ma non scelgo un genere, ne accolgo molti. Con Silvia Lelli abbiamo composto il lavoro MUSICHE che è proprio un manifesto della musica a 360°, esposto a Palazzo Reale a Milano l’anno scorso e lo riteniamo molto importante perché ricco di riferimenti molteplici oltre che di foto selezionatissime e molto evocative. Detto questo, la cosa che mi interessa di più in assoluto è l’ambito dell’improvvisazione, non solo perché ho sviluppato un’attitudine a seguire le esperienze più radicali, ma anche perché mi sono messo in gioco direttamente tramite il video, e tramite questo mezzo e in compagnia di Gianluca Lo Presti improvviso con musicisti. L’anno scorso a Napoli, ad esempio, lo abbiamo fatto con Barre Phillips, un gigante del contrabbasso, su invito di Angeli Musicanti ed è stato bellissimo. Da ripetere, anzi.

foto_5_silvia_lelliMi racconti dei tuoi esordi nella fotografia? Cosa ti ha spinto a questo mestiere?
Mi ha spinto la curiosità, compresa quella di esplorare la relazione tra fotografia e musica, cosa che continua tuttora. Ho iniziato a fare foto a concerti rock e jazz: Ornette Coleman, Charles Mingus, Canned Heat, Van Der Graaf Generator, Frank Zappa... per dare un’idea. In anni recenti ho realizzato che le mie foto migliori di allora sono i ritratti fatti a Silvia, moglie e collega, veramente, ancora studenti. Contemporaneamente lo studio di Industrial Design a Firenze mi ha portato a studiare fotografia nei suoi vari aspetti e soprattutto a usarla. Mi sono laureato con una tesi sul punto di vista nella fotografia di oggetti. Ancor prima di terminare ho aperto uno studio a Ravenna con un collega e poi a Bologna, prima del salto definitivo a Milano.

C'erano difficoltà nell'imporsi come fotografo musicale ai tempi nei quali hai iniziato?
A ripensarci non tante difficoltà, se non quelle legate alla libera professione, al rischio, all’investimento, le solite cose. Ponendomi come professionista all’inizio degli anni Settanta non c’era poi così tanta concorrenza e i giornali, in confronto ad ora, erano più curiosi e accettavano proposte particolari. All’inizio, per Ciao 2001 ho fatto dei reportage da Montreux niente male. Il famoso foto-testo! Sulla qualità dello scritto, lasciamo perdere, poi ci ho preso un po’ la mano.

foto_6__gongDurante gli anni 70 il tuo nome ha segnato in maniera indelebile l'assetto fotografico di una storica rivista come Gong, che ricordi hai di quell'esperienza?
Con alcuni amici avevamo iniziato con Muzak, che nasceva a Roma, poi decidemmo di fare da soli e nacque Gong, un’avventura tanto meravigliosa, non tanto seminale dato che è rimasta un unicum. Si facevano servizi esclusivi, tanti musicisti in studio (Herbie Hancock, Nico, Popol Vuh, Kevin Ayers, Area, Pfm...) viaggi come quello a Londra all’esplodere del punk... la collaborazione con Mario Convertino che sapeva bene come usare le fotografie ed era decisamente un visionario. Poi scrivevano Fumagalli, Bertoncelli, Pellicciotti, Ungari, Delconte, Cella, Bolelli e nominandoli penso che già troppi ci hanno lasciato.

Nel tuo lavoro c'era (e c'è) anche una componente politica?
La musica come fenomeno sociale, i raduni, le trasformazioni, i cambiamenti, come si fa a non essere attenti, a non osservarli, interpretarli. Cercare di produrre buone immagini corrisponde a un atteggiamento politico culturale che naturalmente ho sempre avuto. Fotografare aiuta a comprendere, è pur sempre un atto del conoscere.

Com'era collaborare con Gianni Sassi?
Una figura carismatica, un professionista esigente, un agitatore culturale che però lasciava spazio, dava fiducia, e soprattutto valorizzava le foto, non solo inserendole in un impianto grafico di grande livello, ma lanciandole come meccanismo di comunicazione, puntando su alcune di esse scegliendole con grande determinazione. Puoi immaginarti che soddisfazione!

Durante l'epoca d'oro del prog italiano i tuoi lavori sono diventati iconici, specie i progetti legati alla Cramps. Cosa mi dici ad esempio del lavoro per gli Area e per Stratos?
Li definirei prima di tutto amici, c’era molta complicità (per usare una parola cara a Sassi), sintonia, voglia di fare cose assieme, di parlarne, di discutere, ascoltare assieme. Poi gli Area non sono proprio prog, lo sappiamo, non estranei ma neanche dentro. Dirò di più, lo confesso, non sono mai stato un fan del prog, un po’ come dei cantautori. Paradossalmente apprezzo di più ora qualcosa qua e là.

foto_7__battiatoUn altro artista che ha legato la sua musica alle tue immagini è Franco Battiato, un rapporto che è iniziato nel periodo delle sue scorribande sperimentali ed è andato avanti fino alla tua foto di copertina del disco pop per eccellenza: “La voce del padrone”.
Purtroppo il periodo “Pollution” me lo sono perso ma da “Sulle corde di Aries” è stato un gran bel viaggio. Franco è un altro amico, abbiamo prodotto tante sessioni fotografiche nelle situazioni più disparate.
Poi quando Silvia e io diventammo i fotografi ufficiali della Scala, la relazione rallentò per forza, ma ci incontravamo spesso in teatro, lui arrivava con Roberto Calasso e Fleur Jaeggy. Quando finì il rapporto con la Scala lui mi disse: “Bene, ricominciamo da dove ci eravamo lasciati”. Carino no?

foto_8__cageTra gli artisti storici con i quali hai stretto un rapporto particolare, non può mancare John Cage.
L’incontro con Cage risale al 1977, l’anno del “concerto” al Lirico a Milano. Si ritorna al rapporto con Sassi e Cramps. L’anno successivo ci fu il Treno, “Alla ricerca del silenzio perduto” tre giorni di viaggio tra Bologna, Porretta Terme, Ravenna, Rimini, poi a casa sua a New York e in tante altre situazioni. Il rapporto con lui è stato immediato, ho prodotto molto in un numero limitato di anni, è morto lo stesso anno in cui se ne è andato mio padre. È successo in un modo simile con Arvo Part, personaggi carismatici, molto intensi che non intimidiscono ma che fanno in modo che tu agisca con molta partecipazione, essendo conscio dell’importanza di ciò che stai facendo. A John dedicherò il secondo dei libri che sto facendo, dopo quello di Jarrett, entro il 2021.

foto_9__lelliTua moglie, Silvia Lelli, è un altro grande nome della fotografia italiana. Come è nato e come si è sviluppato il vostro rapporto artistico?
Intanto è utile sapere che ci conosciamo dal 1966, ci siamo sposati nel 1972, siamo colleghi fotografi dal 1974, l’anno del nostro trasferimento a Milano. Anche lei ha iniziato a usare la fotografia alla facoltà di Architettura, a Firenze, e una volta a Milano ha deciso di provarci. Poche mosse ed era già in pista, attratta dal teatro, dalla danza, dalla musica. Ha lavorato anche lei per Gong, ma poi è nata “Musica Viva” fondata da Lorenzo Arruga e lei è stata la fotografa ufficiale dall’inizio. Più tardi è arrivata la Scala ed è nata la Lelli e Masotti. Abbiamo lavorato a quattro mani per coprire quell’impegno gravoso e complesso, ma abbiamo anche concepito lavori realizzandoli assieme, pur conservando l’indipendenza di ciascuno che ha portato a opere importanti per ciascuno, sempre muovendoci all’interno delle arti performative, quasi esclusivamente.

Come hai vissuto il passaggio tra l'impegno dei 70 e il riflusso degli 80?
I Settanta sono stati anni di una creatività difficile da immaginare se non da chi li ha vissuti. L’impegno era altrettanto tangibile e, come dicevo prima, c’era una gran voglia di testimoniarlo producendo materiali da pubblicare, da condividere. Il lavoro sulle avanguardie e sulle punte estreme della espressione artistica è andato diminuendo con gli anni 80 e 90, ma se vogliamo non ho mai perso la voglia di impegnarmi e di seguire gli esperimenti che non hanno mai smesso di essere prodotti e proposti dagli artisti. La grande massa si distrae, pochi rimangono concentrati.

Il lavoro con la Scala insieme a Silvia, dai torridi mondi del jazz e del rock a quello austero della classica.
Prima l’ho definito un compito gravoso e complesso, andava svolto in due, non di meno. Silvia mi ha cooptato, era stato chiesto a lei. Poi, se vogliamo, aggiungiamo anche assistenti che pure sono stati importanti. Abbiamo portato dentro alla Scala uno spirito da reportage, mosso e curioso, che derivava proprio dalle nostre esperienze precedenti, il jazz, il teatro d’avanguardia, la performance art. Abbiamo cambiato, credo, l’immagine dell’opera lirica, della musica classica sino allora paludata e statica. I giornali hanno cominciato a pubblicare molte foto, cosa che prima non accadeva. È cambiato lo stile dei programmi di sala, dove per la prima volta apparvero foto di prova. Una piccola rivoluzione, insomma. Noi continuavamo a essere freelance e a seguire, nei limiti del possibile, i nostri interessi.

E il tuo rapporto con Manfred Eicher?
È sempre stato molto semplice e amichevole. Gli piaceva il mio modo di fotografare e la relazione che instauravo con i musicisti. Ero rispettoso e discreto, soprattutto in sala di incisione, un luogo dove è necessaria pazienza e dove bisogna essere molto accorti e silenziosi. Sembra impossibile, ma ci si riesce, anche se con il fiato sospeso. Dalle prime foto pubblicate nel 1973, quelle di Jarrett realizzate a Bergamo di cui ti parlavo all’inizio, si è passati a un ritmo pieno nei decenni successivi che comprendeva anche l’attività di promozione dell’etichetta in Italia, incarico iniziato nel ‘75. Sono stato l’uomo Ecm per quasi quarant’anni finché ho lasciato per dedicarmi alla mia opera fotografica con mostre e pubblicazioni, cura dell’archivio (nel frattempo riconosciuto dal Mibact), vendita di foto tramite la collaborazione con la galleria 29 Arts In Progress di Milano. Sento ancora fortissimo il legame con l’etichetta e con Manfred, dato che buona parte della mia vita è passata da Monaco di Baviera e per quelle strade sonore. Del resto, a dimostrazione del legame stesso il libro su Jarrett sarà proposto sul loro sito.

Tra le tante cose sei anche musicista con Tai No-Orchestra, di che tipo di esperienza si tratta?
È un collettivo informale cui fanno capo tra i migliori improvvisatori italiani, storici e più giovani. Abbiamo realizzato rassegne, pubblicato due dischi per Setola di Maiale, realizzato video. Sempre l’anno scorso c’è stata la partecipazione al festival di Roccella Jonica con il progetto “Una fetta di limone” per tre trii e proiezione video, poi dopo poco si è bloccato tutto, come sappiamo. Stavamo per replicare all’interno della rassegna di “Città Sonora”, associazione di cui faccio parte, all’auditorium di Radio Popolare, poi anche li, blocco delle attività. Mi domando cosa ne sarà di queste forme musicali più marginali se continua così. L’improvvisazione ha veramente bisogno di pubblico, poco magari, ma persone presenti. Io comunque sono un “non musicista”, prego!

Progetti per il futuro?
Con Città Sonora c’è il progetto di una mostra/installazione su John Cage e anche di un documentario, oltre che il libro di cui parlavo prima. Sempre con l’associazione si cerca di esorcizzare i vari blocchi con delle call for works che facciano rimbalzare sul pubblico dei social i contributi che sollecitiamo agli artisti che di volta in volta vogliamo raggiungere. Il 21 dicembre, anniversario zappiano, vanno sul canale YouTube dell’associazione una serie di video di chitarristi e bassisti, un caleidoscopio inedito e originale. Personalmente voglio tornare ad occuparmi il prima possibile di un lavoro sulla natura e paesaggio che ho costruito negli anni e che non ha ancora una forma definitiva. Il titolo è Naturae Sequentia Mirabilis. Ci sono poi alcuni progetti video... ma ne parliamo un’altra volta.
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