Approfondimenti

Gli anni selvaggi di Tom

Waits compie 70 anni

di Giuseppe Gaetano
Non tutti negli anni 70 avrebbero scommesso che Tom Waits sarebbe arrivato a 70 anni. Del resto non l'avrebbero detto neanche del suo grande amico cattivo, Keith Richards. Qualcuno, di quella generazione di artisti maledetti, ce l'ha fatta alla fine a vedersi da vecchio, mezzo secolo dopo. Ma se per il chitarrista degli Stones bisogna invocare qualche miracolo biologico, va detto che quello del cantautore americano è stato sempre e solo un bellissimo personaggio, uno splendido cartoon. La cicca incollata alle labbra, la camicia fuori dai pantaloni sgualciti, lo sguardo torvo di chi ha fatto le ore piccole e dormito poco, l'andatura claudicante e la gestualità della marionetta tenuta in piedi dal nodo allentato della cravatta al collo. E ancora quel cappello in bilico sul ciuffo ribelle, il mento caprino ad affilare ancor più il muso, la voce sempre più scartavetrata di disco in disco: Waits ha perennemente recitato, consegnandoci una maschera su cui fantasticare. Prova ne è il crescendo registrato dalla parallela attività di attore, che oggi lo impegna molto più della musica. Una lunga serie di cammei in film partiti con le migliori intenzioni, a fianco di grandi nomi - Jarmusch e i Coen, Stallone e Redford, Nicholson e Benigni - e finiti spesso e immeritatamente in flop al botteghino. Con prestigiose eccezioni: il cult movie “Daunbailò”, il corale “America Oggi”, il “Dracula” di Coppola, fino alla “Ballata di Buster Scruggs”. Le parti sono diventate via via più consistenti.
Prova ulteriore della finzione artistica il fatto che, poco più che 30enne, si sia accasato mollando Rickie Lee Jones e l'appartamento al Tropicana Hotel di Los Angeles, dove componeva col pianoforte piazzato in cucina, cominciando a figliare con quella che ancora oggi è sua moglie e musa: Kathleen Brennan, a cui è rimasto fedelmente accanto, coinvolgendola sempre più nelle sue produzioni e allestendo una sorta di impresa musicale familiare composta da amici e parenti stretti (pure lo storico contrabbassista Greg Cohen è diventato suo cognato sposando la sorella).

Certo, agli inizi di birre e sigarette ne ha consumate parecchie, specie sul palco, quando ancora si poteva fumare al chiuso. Ma non è andato molto più in là, e non per molto tempo. Quella vita disgraziata da nottambulo tormentato l'avrà realmente fatta solo per qualche anno. Proprio come certi attori, seguaci di Stanislavskij, che sperimentano personalmente ruoli e situazioni nella vita reale, rubare espressioni e dettagli dalla quotidianità altrui, per calarsi poi con maggiore verità nei panni da interpretare. L'aver più volte dichiarato d'aver chiuso con alcol e tabacco non ha però permesso alla voce di schiarirsi, anzi ha misteriosamente proseguito la sua discesa all'Ade diventando anch'essa cartoonistica, grottesca ed esasperata come il burattino da cui esce, precipitando in un abisso infernale di ruggine e catrame. La trasformazione di tono e registro è quasi incredibile, specie nei primi Lp dove, da un anno all'altro, si stenta a credere che si tratti dello stesso cantante.
Waits ha dato una new coat of paint alla poetica urbana, alimentando e ridipingendo con le sue storie e le sue musiche una nuova mitologia metropolitana cominciata all'inizio del XX secolo, incarnando scenicamente una dimensione esistenziale: quel mondo nascosto, sottoterra, in cui però - in una società ormai totalmente alienante - è possibile ancora scovare un ultimo brandello di umanità, il fuoco fatuo della poesia, innamorarsi. Già il titolo “Closing Time”, paradossale per un disco d'esordio, è emblematico dello sguardo rivolto fin dall'inizio all'indietro, a un universo in bianco e nero, e culturalmente contro le mode del momento. Uno stile evocativo di un'epoca intera, dei cui elementi si è riappropriato in maniera autonoma, rielaborandoli e riattualizzandoli in una produzione originale e inimitabile. Più che Conte, a cui è stato associato, in Italia fu Buscaglione l'artefice di un'operazione simile.

Ma se la vita è fatta di incontri, per imbattersi nel fantasma del sabato sera, bisogna incontrare a un certo punto qualcuno che metta un suo cd: Waits non può rappresentare il punto di partenza di un libero ascolto musicale, ma solo un punto di arrivo di una fitta rete di riferimenti culturali che si rimandano tra loro spaziando da Armstrong al mariachi, da Sinatra all'heavy metal, da Bukowski al valzer: una coreografia di generi e arrangiamenti esplosa con “Swordfishtrombones”, tutti messi di fronte allo specchio distorcente dell'estro dell'autore, unico collante a tenere insieme brani e album: le rauche e inconfondibili corde vocali, capaci di amalgamarli in un calderone ribollente. A conferma dell'insopprimibile dimensione teatrale dell'opera di Waits, il micidiale trittico di album degli anni 80 doveva chiudersi proprio con una messinscena, “Frank's Wild Years”: un musical stile Broadway, non un concerto solitario nei pub, in cui agli inizi - lo si vede in vari video su YouTube - si faticava a distinguerlo da un avventore. Finirà per diventare la più grossa delusione della sua carriera, per le difficoltà soprattutto economiche di realizzazione. Se ne ricaverà quello che è tutt'oggi l'unico Dvd live, “Big Time”: la Grande Occasione, sfuggita a lui stesso come ai suoi protagonisti. In quel caso sì, la realtà s'affiancò davvero alla fantasia di Waits-Frank, perdente e romantico, che d'ora in poi sarebbe andato ufficialmente in scena come rappresentazione, su un palco con quinte e proscenio, non confuso tra i tavolini di un night club tra 9th e Hennepin.

Via coppola e cravatta, largo a borsalino e ombrello. Del vecchio look restano giacca, scarpe a punta e una mosca sotto il labbro. Cambiano anche i testi: la celebrazione della fuga alla Kerouac, della vita di strada alla ricerca del sogno a stelle e strisce, cede il posto al ritorno a casa. Il rain dog riscopre il calore del focolare domestico in pezzi da brivido come “Train Song” e “House Where Nobody Lives”. Il pessimismo si dilata, dai reietti e vagabondi delle città americane diventa universale: lo sguardo malinconico e rassegnato di Waits si estende all'umanità, soprattutto nei lavori recenti: “God's Away For Business” e “Misery's The River Of The World” sono titoli che parlano da soli.
Diventa addirittura politico, nella stessa direzione dell'altro suo grande amico, quello buono, Bruce Springsteen: ne sono esempi “Day After Tomorrow”, “Road To Peace”, l'anno scorso perfino “Bella Ciao”.
Waits ha stravolto l'immagine del pianista ubriaco, avvolto in una nuvola di fumo ed eccentricamente retrò in cui, lamentava, l'aveva impagliato la Asylum (che, pur negandogli sperimentazioni e contaminazioni nel sound, ebbe almeno il merito d'aver creduto ciecamente in lui per un decennio nonostante le scarse vendite) modificandola in una ancora più estrema e favolistica: il burattinaio infernale che tira i fili di quella fauna underground di cui lui stesso faceva parte, il diavolo folle di quel sottobosco di citazioni letterarie, teatrali e cinematografiche, riorchestrate dalla sua bacchetta magica. La mutazione ha contagiato anche la casa discografica, con il passaggio a cavallo del millennio dalla faraonica Island alla minuscola ANTI-Records (altro nome che dice tutto): etichetta indipendente dal catalogo punk che nel 2002 assecondò la stravagante anti-commercialità di Waits, facendo uscire contemporaneamente sul mercato due cd separatamente (le soundtrackBlood Money” e “Alice” per altrettanti spettacoli firmati Bob Wilson); salvo, 4 anni più tardi, pubblicarne uno triplo, di canzoni rimaste “Orfane” nella lunga trasformazione del Mulo in centauro. A ormai 9 anni dall'ultima fatica, “Bad As Me”, (e ancor più dall’ultimo tour) la metamorfosi di un artista assoluto in icona vivente, simbolo di creatività, può dirsi conclusa. Forse.
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