High Rise

II, l'assalto psichedelico del noise-rock giapponese contro... la droga

Un nome che dice tutto

Il nome Psychedelic Speed Freaks era straordinariamente descrittivo, per il progetto musicale giapponese guidato dal bassista e cantante Asahito Nanjo e il chitarrista Munehiro Narita. Musica sicuramente
psichedelica, nell’accezione più heavy e spaziale, ma anche veloce e pazzoide. La band nasce a Tokyo nel 1982 ed è fortemente influenzata dalla musica angloamericana degli anni Sessanta e Settanta: Pink Floyd, Blue Cheer, Hawkwind, Grand Funk Railroad, Stooges, Mc5 e Jimi Hendrix. Però anche il punk, l’improvvisazione free e il noise-rock entrano nella loro formula, in modo quasi naturale e organico: volumi assordanti, jam esplosive e urgenza espressiva per rendere ancora più potente il risultato finale. Ma Psychedelic Speed Freaks passerà alla storia come il nome di un’etichetta cult di Hideo Ikeezumi, il cui impatto sulla scena nipponica è in parte riassunto nella splendida compilation “Tokyo Flashback P.S.F. - Psychedelic Speed Freaks” (2017) e per un esordio ufficiale serve qualcosa di diverso, anche per evitare confusione. Questo nome sarà comunque usato da Asahito Nanjo e Munehiro Narita per un breve live del 1984, un gorgo noise-rock disorientante.

Noise-rock psichedelico contro le droghe

Per il secondo album Nanjo e Narita cambiano nome in High Rise, ispirandosi all’omonimo romanzo di J. G. Ballard del 1975, edito in Italia come “Il condominio” o “Condominium”. Il titolo sarà semplicemente “II”, pur non essendoci di fatto un primo album attribuito alla band: è quel pizzico di caos che attraversa molta della discografia psichedelica giapponese. Cambia anche il batterista, con l’arrivo di Yuro Ujiie. Il suo ruolo, nel
sound dell’album, è al contempo marginale e fondamentale: sepolto nel fragoroso mix, dona comunque direzione ai brani e fa risaltare gli intrecci e le esplosioni degli altri due musicisti. Il suo groove è un punto di riferimento essenziale che non diventa mai protagonista, un posto lasciato al basso e soprattutto alla chitarra. I brani sono sei, a comporre un assalto feroce e inebriante, spesso sul limite del deragliamento totale. In una versione successiva saranno aggiunte due bonus track che diluiscono un po' l’impatto dell’opera e che qua non prenderemo in considerazione.

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In appena 53 secondi "Cycle Goddess" incendia le polveri: un turbine di batteria, una chitarra acida a sovrastare e un basso a spingere tutti alla corsa sfrenata. È un’ottima presentazione di come suonerà l’intero album, che con "Turn You Cry" definisce meglio un rock rumoroso, a volumi nocivi, sovrastato curiosamente da un canto melodico, reso ancora più dolce da un riverbero gentile. Appena c’è occasione, comunque, la chitarra incendia l’arrangiamento con assoli frenetici. È un basso distortissimo, invece, a introdurre "Cotton Top", altro show di Narita, con la voce più ficcante e aggressiva.
Una mitragliata di batteria fa esplodere "Last Rites", spaventoso rock’n’roll a velocità folle, totalmente strumentale. Nell’assalto senza sosta di “II”, gli ultimi due brani meritano comunque un posto d’onore: "Wipe Out" è quello forse più memorabile, nel senso che il suo
riff ha le caratteristiche di semplicità e potenza che servono ai classici heavy e soprattutto le divagazioni noise di Narita sono degne di un tarantolato della chitarra elettrica; "Pop Sicle”, con i suoi 13 minuti, è invece il classico “gran finale”, un lungo boogie esploso come “Sister Ray” che porta i volumi all’estremo, mentre la voce intona calma e ipnotica il suo canto.
Il rogo di rock assordante finisce in appena 29 minuti e mezzo, con la brevità compensata dall’intensità. 
Il fatto che i testi sembrino lanciare messaggi contro la droga, e siano sostanzialmente incomprensibili perché sommersi nell’arrangiamento, aggiunge un qualcosa di magnificamente inaspettato al tutto.

Altre visioni acide: gli album successivi e un live potentissimo

Il successivo album in studio “Dispersion” (1992) contiene lo show di Narita “Sadduccess Faith” (15 minuti), ma anche la più docile “Sanctuary” e la più corale “Mainliner” (10 minuti e mezzo), con un basso ossessivo. Rallentando, in “Eucharist”, rivelano un collegamento con i Black Sabbath e la loro progenie che non era facile individuare in “II”. Sono sfumature che rendono più complessa la loro musica: mentre l’album precedente suonava come un acido attacco assordante, questo si chiude con un trip schizifrenico come “Deuteronomy” (13 minuti), mezza melodia cullante e mezza esplosione chitarristica a volume impossibile. Non ha comunque l’impatto, la ruvida potenza e l'inarrestabile energia di “II”. Per ritrovarla tocca puntare semmai sulle registrazioni dal vivo, soprattutto l’impressionante agglomerato heavy-psych di “Live” (1994), probabilmente uno dei più potenti esempi di ultra-rock’n’roll mai registrati. Lo chiude, chiaramente, “Pop Sicle”, in una versione apocalittica.

Dopo i recuperi d’archivio “Acid Vision” e “Play Gaseneta”, arriverà “Disallow” (tutti e tre nel 1996). È ancora l’occasione per esplosioni rock orgiastiche come “Whirl” o “Ikon”, ma si tratta di un album relativamente più educato, per quanto ancora spaventosamente heavy, che si chiude con una “Grab” che ricorda più le sperimentazioni di Keiji Haino unite al “Machine Gun” di Peter Brötzmann: noise e free.
Tra altre pubblicazioni, compresi numerosi
live, la storia degli High Rise si conclude virtualmente nel 1998 con “Desperado”, un album di studio minore, con deviazioni jazz, per esempio in “Effing”, che conserva ormai poco nell’energia di quel “II” che ha rappresentato uno dei vertici dello rock psichedelico più assordante. Quello stile inarrestabile, poi, sarà portato avanti nel nuovo millennio da altre formazioni amanti di volumi nocivi e improvvisazioni travolgenti, in primis i connazionali Acid Mothers Temple e Boris, ma anche gli statunitensi Comets On Fire.

27/08/2025



Discografia

Pietra miliare
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