Ritmia

Forse il mare, una dimenticata ma indimenticabile sintesi di folk italico

Successore di cornamusa e launeddas e, insieme, antenato di fisarmonica e concertina. Questo magico status di transizione, di snodo, di commistione tra ancestrale e moderno rende l’organetto diatonico, anche chiamato melodeon, lo strumento principe di canti e balli tradizionali dell’Italia centrale, meridionale e insulare. La sua incredibile popolarità spinge Riccardo Tesi - secoli dopo - a rilanciarlo con il massimo rigore in termini di filologia strumentale, ma pure esaltandone nuove e innate doti armoniche.

riccardotesi_600.Scoperto sul finire degli anni 70 da Caterina Bueno, massima etnomusicologa italiana, il musicista pistoiese si impone dapprima come esimio strumentista, rivelando un talento fuori dal comune, per poi divenire un Alan Lomax all’italiana, ossia etno-metodologo e appassionato ricercatore in perlustrazione per la penisola. Tesi registra sul campo, così, le gesta di importanti musicisti tradizionali, con le loro tecniche strumentali e i loro stili, e riesce perciò a incorporare e maneggiare un ampio spettro di stilemi assai diversi tra loro, dal saltarello dell’Italia centrale alla tarantella del sud, al ballu tundu sardo, fino al repertorio popolare della regione appenninica tosco-emilana. Tesi si porta oltre il normale revivalismo e la semplice fascinazione archeologica. Proprio grazie a questo accumulato bagaglio di ricchezze sviluppa una nuova tecnica strumentale e un proprio stile compositivo, fino a ergersi ad artista di punta del panorama folk italiano dei primi anni 80.

Sboccia, di concerto, anche il suo fiuto per le amicizie significative e la progettualità di ensemble e relativo interplay. Con il chitarrista Alberto Balia e il fiatista Daniele Craighead proveniente dai Whisky Trail di Antonio Breschi (i Clannad italiani), dunque aggiungendo anche un tocco di “irlandesità”, fonda un primo trio con cui registra un disco di balli tradizionali, “Il ballo della lepre” (1983), dove, proprio a dimostrazione delle sue accresciute capacità, figurano anche gli 8 minuti di “Saltarello per Eugenio”, di proprio pugno.

Il combo appena formato cambia poi marcia in Ritmia grazie all’insorgere di due fattori: l'entrata di un secondo chitarrista, il non meno talentuoso Enrico Frongia, e l'influenza di quel “Creuza de mä” (1984) di De André/Pagani frattanto occorso a scardinare nuove convenzioni nell’ambito del revivalismo folk dialettale.
Il loro “Forse il mare” (1986) sfoggia quattro scorse folk di marca latamente progressive, due per lato, potenti nella loro sintesi tra questa nuova sbrigliatezza strumentale e compositiva e un partecipato approccio anticonformista (ma non troppo) al patrimonio folk tradizionale dell’Italia mediterranea e appenninica. Che, purtroppo, sarà destinata a durare soltanto lo spazio di un 33 giri, progetti successivi a parte.

Nella prima “La stella e la luna” una toccata di fiati incrociati introduce una superba danza mozzafiato alonata di umori del Centritalia con appena due motti vocali (di pugno del nuovo arrivato e dunque unico momento creativo al di là dei traditional). Le improvvisazioni fluiscono, scorrono e ondeggiano, dall’organetto che introduce una più fosca variazione di chitarra e scacciapensieri, alle sole percussioni, sempre sulla sferza del folk lucanico, e infine rallentano su una polka di contrappunti piangenti. E’ un gioiello di 9 minuti, uno dei brani più articolati dell’album ma allo stesso tempo forte di una propria coesione tutta concentrica, a tratti vorticoso, a tratti melanconico, a tratti dolente, a tratti sfrenato.
Il gioco sta nell’unire, o perlomeno contaminare, una ricognizione a perdifiato della tradizione italica antica con qualche screziatura jazz-rock, che funziona però soprattutto a incastro, a orologeria, o ancor meglio come una mimesi, un illusionismo in grado di coinvolgere e vivificare ritmi articolati (da cui il nome del complesso), evitando allo stesso tempo di giustapporsi brutalmente allo scorrere terrestre e marino della musica, alla sua continua ma impercettibile ritrasformazione tra calligrafie e idiomi.

L’attinenza ai canti tradizionali, in questo senso, suona quasi posticcia. Per esempio, quello che fa da base all’altro capolavoro di 9 minuti della prima facciata, “Serenata mare”, diviene maestoso motto corale dato dalla recitazione ieratica del vocalismo dialettale, sempre sull’epica coloritura armonica del melodeon: le parole contano fino a un certo punto, conta ben di più la concertazione dell’insieme. Non a caso, subito dopo avviene l’apice emozionale dell’opera, una splendida, epica, gioiosa, pulsante rincorsa di arpeggi e glissandi della chitarra battente sulle movenze del ballo sardo, gli accenti delle nacchere, le polifonie rutilanti dell’organetto. Ben oltre un banale folklorismo, i Ritmia procedono per un intreccio di fantasia scombinante e rispetto di tutela del patrimonio tradizionale che li rende in automatico (ma purtroppo nascosti un po’ a tutti a guisa di formiche operaie), cruciali nella trasmissione e nella manutenzione del folk italico per le generazioni a venire.

Ancor più estesa è “Siscari”, ben 13 minuti di pizzica dei fiati all’unisono, un assolo spumeggiante dell’elettrica sui ritmi forsennati di organetto e dell’intrico di tamburelli e sonagli che conduce a una dilatazione luminescente con momento “gershwiniano” del clarino, e poi una ripresa delle danze con saltarello anelante. L’organetto di Tesi, in questa evoluzione, gioca davvero un ruolo di fuoco originario. Mai dei traditional avevano ricevuto tanto clima ritmico-armonico, e in fondo sta proprio qui la lezione fondamentale del complesso e dell’opera.
Ma anche quello di concepire le partiture come sensazioni e impressioni diventa fattore di grande importanza. Lo prova la doppia melanconica “Adieu Adieu/Moresca nuziale”, chiosa in forma d’appendice di stilnovismo rinascimentale, anche qui in solenne crescendo (dalle moine contrappuntistiche provenzali dell’attacco all’acceso tono arabo del rivolgimento finale).
Complessivamente meno spettacolare, questa seconda facciata conferma sempre e comunque l’attitudine focosa e l’affiatamento tecnico e spirituale del quartetto.

L’album, quasi totalmente incompreso, non riscuote il pur insperato successo e rimane fin dalla sua uscita relegato in uno dei meno visibili alvei delle chicche per appassionati. Troppo altrove si stava rivolgendo l’attenzione del pubblico musicale italiano, tanto che i nostri provano, tre anni dopo, una sua versione per il mercato estero, “Perhaps The Sea” (1989), sulla scia degli analoghi (e già fallimentari) esperimenti commerciali di ri-traduzione anglofona degli Lp di Battisti, un’operazione che confermerà lo scarso riscontro di pubblico. La portata dell’opera verrà riscoperta, superficialmente e incompiutamente, in epoca di folk-punk all’italiana nella prima metà dei 90.

r742190014412016877142_600A questo punto il gruppo si divide, Tesi e Craighead registrano “Anita Anita” (1988) con Patrick Vaillant e Jan-Maria Carlotti. Balia si aggiunge al Quartet del contrabbassista jazz Riccardo Lay, per “Totem” (1988). La collaborazione tra Tesi e Vaillant prosegue in “Veranda” (1990) e, insieme anche con Gianluigi Trovesi, in “Colline” (1994) e in un “Trio” (1997), ma il leader ha anche all’attivo un ambizioso “Trans-Europe Diatonique” (1993) con Kepa Junkera e John Kirkpatrick. Balia e Lay, insieme con l'altro chitarrista ex-Ritmia, Frongia, si riuniranno poi come Trio Argia per “Microcosmi” (1999).
La carriera solista di Tesi si attiva verso la fine dei 90 e comprende “BandItaliana” (1998), “Flatus Calami” (2002), “Acqua Foco e Vento” (2002), “Riccardo Tesi” (2007), “PresenteRemoto” (2008), “Cameristico” (2012) e “La giusta distanza” (2023), oltre a un omaggio alla sua matrigna artistica Bueno, “Sopra i tetti di Firenze” (2010) con Maurizio Geri, e ad alcuni dischi in collaborazione con Claudio Carboni.

Tra tutti però spicca ancora De André. La corrispondenza tra i due, prima solamente ideale e idealizzata, finalmente prende vita concreta quando il grande Faber lo arruola nella compagine del suo testamento “Anime salve” (1996) per incorniciare le chiuse strumentali di due dei suoi massimi capisaldi, “Khorakhané” e “Smisurata preghiera”.

Ritmia su OndaRock

Vai alla scheda artista