Titolo: Yoko Ono. Brucia questo libro dopo averlo letto
Autore: Francesca Alfano Miglietti (Fam), Daniele Miglietti
Editore: Shake Edizioni (2025)
Pagine: 397
Prezzo: 25 €
L’arte è vita... si tratta di vivere,
ma è un modo di rendere la tua vita elegante
(Yoko Ono)
Se c’è un'artista degna a trecentosessanta gradi di essere definita tale, quella è Yoko Ono. E se c’è un'artista oscenamente fraintesa o banalizzata nel corso degli ultimi cinque decenni per una “semplice” storia d’amore, quella è ancora una volta Yoko Ono.
La bontà di far quadrato e sistemare i cassetti della memoria, quando si ha a che fare con l’arte iper-espansa della performer concettuale e musicista giapponese, naturalizzata statunitense, era di conseguenza a dir poco attesa, sia per i fan, sia, in particolare, per tutti gli altri, nello specifico quelli che hanno ancora una percezione elementarissima e circoscritta della dimensione dei mondi tracciati negli anni da Ono, purtroppo dipinta da tanti in passato come una sorta di strega. Ci hanno così pensato Daniele Miglietti (una laurea in giurisprudenza e una dedizione infinita per le culture giovanili) e la critica e teorica d'arte Francesca Alfano Miglietti ad approfondire a dovere l'arte e la musica di Yoko Ono, in un volume di quasi quattrocento pagine dal titolo "Yoko Ono. Brucia questo libro dopo averlo letto", edito per Shake Edizioni.
Ad alimentare il testo è, quantomeno in linea di partenza, la volontà di spiegare con accuratezza accademica le molteplici fasi della carriera di un'artista spesso stigmatizzata per razzismo e maschilismo, eppure seminale nello sviluppo della musica cosiddetta underground e della sperimentazione visiva, tanto da essere profondamente amata e seguita da personalità e band come John Cage, Ornette Coleman, Sonic Youth, Tricky e si potrebbe continuare per almeno un paio di ore, stilando una lista di nomi tanto insospettabili a primo acchito quanto stilisticamente eterogenei.
L’intento di Daniele e Francesca è raccontare cronologicamente l’evoluzione del pensiero e dell’approccio di Yoko Ono per unirlo alla sua trasversale concezione del mondo e dell'umanità nelle sue sfaccettature in apparenza più complesse. E' un accostamento tutt’altro che semplice, vista la mole di opere, poesie, dischi, parole e chi più ne ha più ne metta in campo. Citarli tutti in sede di recensione sarebbe praticamente impossibile e peraltro finirebbe per mandare in tilt anche la memoria di uno smartphone top di gamma, come amano chiamarli i millemila youtuber sparsi sul web.
Non si può, inevitabilmente, che procedere per snodi cruciali, come la serie di opere scultoree “Touch Me”, stando alle parole degli autori “attivate e completate dalla partecipazione tattile dell’osservatore, con la stessa semplicità concettuale che caratterizza gran parte dell’attività di Ono”, la quale nel corso del tempo ha sempre “trovato soluzioni pratiche per smantellare i muri che l’arte erige attorno ai suoi oggetti”.
La parte rivolta alle installazioni e alle istigazioni puramente concettuali della visionaria giapponese delinea più o meno la prima metà del libro, e non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che Yoko nasce innanzitutto come artista multidisciplinare. Mentre la sezione rivolta alle note e nel dettaglio alle provocazioni art-rock è tutta contenuta nel capitolo “Musica per la mente”, curato da Daniele con estrema minuzia e spirito critico.
Per scavare nei meandri del suono secondo Yoko Ono, Miglietti parte opportunamente dai fondamenti della filosofia annessa alla pratica Ono, il cui nome “Kanji”, manco a farlo apposta, è traducibile come “figlia dell’oceano”. L’immaginazione come strumento e atto politico è al centro dell’analisi sulla genesi del pensiero di Yoko Ono, il cui loft newyorchese “fu la mecca degli artisti avantgarde del tempo”, a cominciare dal movimento Fluxus.
Metti su nastro le voci dei pesci
In una notte di luna piena
Continua fino all’alba
(Yoko Ono)
Miglietti si focalizza poi sulla coscienza politica di Ono, avvolta così com’era all’epoca dal pacifismo, e in perenne rotta di collisione con i governi centrali occidentali e la loro visione bellica incomprensibile e scevra da ogni retrospettiva storica atta a scovare i mea culpa necessari. In questo spiritualismo di frontiera, a dirla tutta molto ghandiano, la centralità del silenzio, pavoneggiata da figure chiave come John Cage, è carburante di un processo di autocritica oltremodo salvifico e opportuno. La non art, a sua volta, composta “com’era da strisce a fumetti, réclame, e iconografie proprie dello star-system e del consumo di massa”, entra a gamba tesa nei dibattiti dei salotti più in vista dell’intellighenzia americana degli anni 70. In questo susseguirsi di approfondimenti storico-musicali, non poteva inoltre mancare il periodo londinese, vissuto dalla trentacinquenne Yoko con un istinto autodistruttivo che delineerà le opere successive, tra le quali il celebre “Symposium” a fungere da collante a tutto e il suo contrario.
Si arriva dunque al fatidico primo incontro con John Lennon, avvenuto quasi per pura fatalità, che riporta a galla il musicista inglese rapito dall’opera di Ono “Painting to Hammer a Nail”, tanto da chiedere alla “sconosciuta” Yoko di poterci mettere mano, per l’esattezza un chiodo “immaginario”, al prezzo di cinque scellini altrettanto “immaginari”, a valle di uno scambio di sguardi che segnò l’inizio di una delle avventure romantiche più fotografate e discusse del periodo: “Fu allora che ci incontrammo davvero. E’ stato allora che ci siamo guardati negli occhi e lei ha capito e io ho capito e basta”, disse Lennon.
Ammettiamolo, i Beatles erano una canzone folk del ventesimo secolo all’interno di una cornice capitalista, non potevano fare niente di diverso se volevano cominciare dentro quel contesto
(Yoko Ono)
Da qui prende via via forma la parte del testo legata ai due artisti, caratterizzata da una serie impressionate di dettagli tesi a esaltare l’ennesima emancipazione della visionaria nipponica, anima, cuore e spalla di Lennon nella tanto criticata fase di svolta della sua purtroppo breve carriera. Emerge a chiare lettere anche la concezione di John e Yoko come un unico corpo e come primo duo punk della storia, stando alle parole di David Sheff, in una retrospettiva che spazia dal “Wedding Album” ai tumulti della Plastic Ono Band ai concerti per la pace. E ancora “Fly” come “catabasi sonora di una mosca” e “Image” ispirata dal libro di Yoko, “Grapefruit”. Rimandi, annotazioni, voci dal coro, argute riflessioni sullo spirito talvolta sulfureo e imprendibile di Yoko si alternano in un testo che scandaglia tutto lo scibile legato alla galassia Ono alla stregua di un Losharick sul fondo dell’oceano che brama conoscenza e in qualche modo anche sacrosante verità da tramandare ai posteri e a tutti coloro che al cospetto di Yoko Ono hanno per fortuna un approccio lontano anni luce dal germe della banalità.
29/12/2025