Sono sufficienti le poche note iniziali di "Felton Lonnin" per comprendere che non siamo di fronte al solito album di folk
revival. L’essenzialità del suono e la voce tagliente di Rachel, contrapposta a quella più oscura e morbida di Becky, sono espressione di un talento non comune.
Voce, piano, viola, violoncello e qualche sparuta comparsa di basso sono gli elementi base per il nuovo album di Rachel Unthank & The Winterset, “The Bairns”; e non cercate tracce di chitarra e batteria, il profondo minimalismo folk del gruppo si sviluppa su pochi elementi, resi vitali e vibranti.
La tradizione folk del Tyneside rivive quindi attraverso le splendide voci delle sorelle Unthank. Malinconia senza sentimentalismi, storie di sofferenza, abbandono, infanzia violata, abusi domestici, il tutto descritto con angoscia, ma senza rinunciare all’orgoglio che spesso ti porta fuori dal buio.
Il suono esprime tutta la forza e l’intensità descritte nei testi; tutto è semplice e possente, malinconico e poetico, essenziale e sontuoso, tradizionale e contemporaneo. “The Bairns” potrebbe essere l’anello mancante tra il folk più arcaico e la rivisitazione modernista di
Joanna Newsom.
Alcune canzoni stordiscono e lasciano senza fiato, come “Blue Bleezing Blind Drunk”, dall’incedere classico con venature blues-gospel, o la magica “Sea Song” di
Robert Wyatt, in cui Becky raggiunge vertici espressivi elevati, e dove le progressioni armoniche diventano più complesse, regalandoci un incantevole finale a quattro voci.
Non è un album di facile approccio, “The Bairns”. I contorni volutamente grigi diventano più definiti a ogni ascolto, mostrando tratti e sfumature che inizialmente sembrano invisibili. Ed ecco che “Blackbird”, ad esembio, si libra nell’aria mostrando tutta la leggerezza e la grazia di una moderna
pop-song, mentre “Blue’s Gaen Oot O’the Fashion” esprime il fascino dei
traditional, raccontando di soldati e marinai, e miscelando due brani popolari del Tyneside.
Le voci sorreggono la stesura dei brani di raccordo (“Lull 1, 2, 3, 4"), ma anche episodi più intimisti come “My Donald”, “I Wish I Wish” e "Ma Bonny Lad" raggiungono tocchi di rarefazione incantati e suggestivi. Il tutto ci trascina al finale di "Newcastle Lullaby”, dove su un impianto tradizionale si inseriscono elementi
prog e
avant-garde che aggiungono magia a uno dei piccoli capolavori di questo periodo.
Un grande album, pubblicato nel 2007 e ora finalmente sdoganato dal circuito più ristretto degli appassionati del folk.