Tori Amos - In Times Of Dragons

2026 (Universal Classics)
baroque-rock, songwriter
I knew a girl who wrote
‘Silent all these years’
Where is she?
Ce lo siamo chiesti anche noi, dove fosse finita quella ragazza che in pochi anni cambiò per sempre il cantautorato con i suoi piccoli terremoti. Dopo le cadute fragorosissime dell’attuale millennio, accogliemmo la ritrovata compostezza avviata con Deutsche Grammophon ed evolutasi nel buon “Unrepentant Geraldines”, livellandosi tuttavia su una prudente e pigra sufficienza negli anni successivi.
In questo scenario di aspettative contenute, come non reagire con rinnovato timore alla notizia di un titanico concept di diciassette tracce? Una dichiarata invettiva politica, territorio raramente congeniale alla rossa di Newton, accompagnata da un immaginario fantasy popolato da demoni rettiliani, figure sacre, comunità ribelli e trasformazioni mitologiche.
Eppure, sin dai primi ascolti, “In Times Of Dragons” lascia emergere qualcosa di profondamente diverso. Non tanto per la rinnovata ambiziosità del progetto quanto per la sensazione di trovarsi finalmente davanti a un’opera davvero ispirata e sentita. L’atmosfera è plumbea, oppressiva, spesso dolorosa; le composizioni si allungano in strutture circolari, cavalcate ritmiche e derive evocative che chiedono pazienza all’ascoltatore, ma restituiscono a ogni passaggio nuovi dettagli e connessioni nel suo labirinto.

Tutti gli album di Tori Amos possiedono una componente concettuale, ma raramente questa era stata esibita con tale premeditata evidenza narrativa. Il world building di “In Times Of Dragons” ruota attorno a una protagonista intrappolata sotto il dominio di un tirannico marito rettiliano, costretta a confrontarsi con desiderio, vergogna, repressione e perdita della propria identità. Comunità queer, figure femminili oppresse, mitologia irlandese e simbolismo cristiano si intrecciano in un racconto che può certamente essere letto in chiave politica tra derive autoritarie, erosione dei diritti civili e isolamento della verità incarnato dalla figura di Cassandra.
L’unico punto di rottura con l’allegoria viene concesso al brano più politicamente esplicito: la ballata “Ode To Minnesota” trova posto nella tracklist all’ultimo momento dopo l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti durante le operazioni dell’Ice nello stato americano, contrapponendo acutamente il gelo della repressione al fuoco del cambiamento (“Ice breathes in Fire's wind”).

In realtà, il concept trova il suo vero nucleo nel corpo femminile e nelle sue trasformazioni: diventare donna, moglie, madre e affrontare il difficile rapporto con il tempo e le sue sfide. Santa Teresa d’Avila, le cacce alle streghe, Santa Cecilia: tutte queste figure finiscono per convergere in una riflessione sul desiderio femminile e sulla paura di perderne la voce, in senso sia metaforico che letterale. Quando Tori canta “With St. Cecilia whispering: ‘Without a voice he won't hear you scream’”, sembra appellarsi alla protettrice dei musicisti per affrontare il suo dramma personale, il più terribile per una cantante: la perdita dell’estensione di un tempo sotto i colpi della menopausa, come confidato negli ultimi tempi al momento di annunciare il tour mondiale. Il concept diventa così anche profondamente autobiografico nel confronto con la propria immagine artistica.

La forza del disco sta proprio nella coerenza con cui questi contenuti si fondono alle soluzioni musicali. Negli episodi più confusi del suo recente passato, le tematiche sembravano quasi dei pretesti per giustificare composizioni irrisolte; qui invece ogni scelta sonora contribuisce a dare corpo alla narrazione. Il giro di accordi minaccioso di “Shush” apre immediatamente uno scenario di disagio e controllo soffocante, mentre “St Teresa” avvolge l’ascoltatore in synth caldi e sensuali che trasformano l’estasi mistica della santa in esperienza quasi carnale. “Gasoline Girls”, sospinta dal basso di Evans e dalla batteria del dinamico Chamberlain, trova invece un perfetto equilibrio tra rock muscolare e spirito comunitario, incarnando la libertà selvaggia della sua confraternita di motocicliste emarginate.

Anche i momenti più eccentrici riescono finalmente a trovare una funzione narrativa credibile. Il vaudeville sghembo di “Fanny Faudrey” evita il disastroso effetto caricaturale di certi esperimenti passati, mentre le risate condivise con la figlia Tash alleggeriscono in vista della delicata “Strawberry Moon”. Splendido valzer al chiaro di luna, ricorda episodi come “Not The Red Baron” e ci dimostra l’alchimia della cantautrice con l’ormai vocalmente matura Hawley che la affianca come in passato, stavolta con esiti apprezzabili.
In tutto il disco riaffiorano rimandi al passato: le atmosfere notturne di “Boys For Pele”, l’impostazione on the road di “Scarlet’s Walk”, certi frammenti armonici, immagini o citazioni testuali che sembrano dialogare apertamente con la propria storia artistica. Tuttavia, l’innegabile autoreferenzialità non appare come un mero fan service ma risulta funzionale al tema, evocando il recupero della propria identità smarrita.

Sorprende soprattutto la misura con cui l’artista americana mette in equilibrio un materiale sonoro tanto vasto quanto rischioso. Le produzioni recenti - anche negli episodi più riusciti - lasciavano spesso l’amaro in bocca di una gestione troppo domestica. Più volte su queste pagine si è auspicato il ricorso a una produzione esterna che potesse favorire un miglior lavoro di selezione. Nonostante l’insistere nell’autoproduzione nel suo studio in Cornovaglia, affiancata dai soliti noti, stavolta ritroviamo in lei un rigore stilistico ormai dimenticato. Il clavicembalo riappare centellinato con intelligenza teatrale senza cedere alla tentazione revival, gli archi sostengono senza prevaricare, le chitarre del marito Mark Hawley restano contenute e funzionali. Persino gli scricchiolii del Bosendorfer, il “tlak!” del rilascio dei tasti del clavicembalo, il battere delle bacchette o piccoli rumori lasciati volutamente in presa diretta contribuiscono a creare un suono vivo e fisico, quasi live.

Può intimorire la durata monumentale dell’opera, la quale avrebbe senz'altro beneficiato di maggior sintesi, ma contrariamente al passato non si ha quasi mai la sensazione di trovarsi davanti a dei riempitivi che rovinino la tensione emotiva. Qualche passaggio non scorre a dovere - il bridge di “Veins” resta inutilmente ridondante – ma sono sbavature di un disco che ritrova nel suo percorso slanci memorabili e capacità evocativa.
Momenti come il muro sonoro che travolge “Shush” al pronunciare della parola “meat”, l’ingresso improvviso del clavicembalo in “Provincetown”, il pizzicare in sottofondo dell’arpa in “Song Of Sorrow” o l’accelerazione pianistica in avvio (e conclusione) di “Tempest” restituiscono una potenza drammatica che non trovavamo in lei e con tale continuità da decenni.

Eppure il vero vertice arriva nelle ultime battute. “Blue Lotus” rappresenta probabilmente il picco compositivo dell’intero lavoro: una sinuosa ballata alle tastiere Rhodes dal raffinatissimo chorus, impreziosito da un clavicembalo settecentesco. La straordinaria sensibilità ritmica di Chamberlain guida la maestosa fuga del brano. Qui il nuovo timbro di Tori Amos trova piena espressione. Grave, ruvido, meno incline al virtuosismo ma deciso a esplorare il registro più basso con personalità e ricerca, sgravandosi di alcuni eccessi melliflui e acquistando peso e profondità. 
Nella successiva “Stronger Together” confluisce la chiave di volta del concept con un altro riuscito duetto con Tash. Brano che, pur non toccando le vette dei due tra i quali si colloca, propone una transizione funzionale verso il gran finale di “23 Peaks”, indiscutibile apice emotivo del disco. Le orchestrazioni sintetiche sospese e quasi celestiali accompagnano il canto di Amos verso le impervie Crazy Mountains del Montana in un finale che riesce a essere epico, immaginifico e devastante.
L’esito cinematografico del viaggio non concede mezze misure: sopravvivere non significa eliminare il dolore ma accettare la sofferenza come parte inevitabile del proprio cambiamento.
But the truth
The truth is, darling one
You will suffer
They'll grow back every time
Because you need
You just need to accept
That this will be
This will be
Quando la voce si spezza nell’ultima strofa, il brano tradisce la sua genesi in presa diretta e lontana da un freddo studio di registrazione, svelando il segreto della sua magia e di una verità emotiva che non avrebbe sfigurato in uno dei suoi quattro grandi capolavori degli anni Novanta.

Il terribile e crudele prezzo pagato alla tirannia del tempo avrebbe potuto distruggere qualsiasi artista. Tori Amos lo ha affrontato dopo una carriera dove più volte si è persa e artisticamente contraddetta. Quando pochi avrebbero più scommesso su di lei, in un’epoca sempre più spietata nei confronti dei deboli e delle persone in difficoltà, ha deciso che non sarebbe rimasta in silenzio.
Al termine di questo viaggio dell’eroe dai mille volti, non è tornata la donna di un tempo, ma un'artista trasformata e rinvigorita, autrice del lavoro più convincente, urgente e importante dei suoi ultimi 25 anni.