Se avete perso la speranza di ascoltare un cantautore degno di rilievo, è il caso che annotiate il nome di Jon Redfern sul vostro taccuino. Non è l’ennesimo
Nick Drake o il novello
Tim Buckley quello che si andrà a proporvi, ma un talento unico e pregiato, destinato a riempire le pagine migliori della musica del prossimo decennio. La sua voce è calda, corposa e non tradisce le strane origini di Jon (per metà cinese e metà inglese), mentre le sue canzoni sono poco accattivanti ma complesse, con testi sottilmente visionari e ironici.
“May Be Some Time” offre arrangiamenti sontuosi, soluzioni armoniche coraggiose che sembrano appartenere a vecchi album di
prog-folk fuori dal tempo, ma non segue l’essenzialità dei folk-revivalisti contemporanei, né la filosofia
low-fi tanto cara alle etichette indipendenti. Insomma, l’album suona come se i
Pink Floyd avessero realizzato un album folk. Ascoltate “Demons 1”, che su tempi in 7/8 e 5/8 inserisce chitarre acustiche incandescenti, o “Demons 2”, che snoda innumerevoli sequenze armoniche differenti (abbagliate dal suono malsano del sax di Roger Illingwort) per cogliere le peculiarità su descritte; e poi lasciatevi sconvolgere dalla apparentemente innocua
ballad “All This Time1” che stravolge con una sezione fiati la linearità del brano, spingendo sull’atonalità le armonie vocali, che sembrano ribellarsi allo stesso autore.
Ovviamente il solo ascolto della traccia iniziale già evidenzia il progetto musicale di Jon Redfern: dieci musicisti organizzano una piccola orchestra che smembra le peculiarità folk del brano, per far evolvere il tutto verso climi timidamente
smooth-jazz.
La successiva “Am I A Fool” è il brano più
catchy dell’album, esplicita canzone autobiografica dove l’autore rinuncia alla mistificazione del ruolo del musicista (“è facile essere matto, ma senza regole il mio mondo non gira, e se salverò questi attimi, essi funzioneranno”); genio e sregolatezza non sono sinonimi per Jon Redfern
.
Ambiziose e ricche di toni
avant-garde sono “Lost”, dove spadroneggiano le percussioni, e “All This Time 2”, per viola e violoncello. Oscura, malsana, la notturna “Give Away Your Heart 1” è sviluppata su tempi jazz, come la raffinata “I Love The Sun”, intenso elogio dell’amicizia, che trova spazio nella lunga stesura strumentale del brano.
“Can’t Take The Heat”, costruita su ritmi pianistici, sembra una innocua
pop-song, ma prima il violino e poi l’harmonium regalano quel tocco magico che accompagna tutti gli arrangiamenti dell’album.
I cinque minuti finali di “Somewhere” conducono la voce di Jon verso nuovi territori e ritmi, mentre i fiati sostengono il passo; un’eccellente chiusura per un album che difficilmente toglierete dal vostro lettore. Se poi avrete la fortuna di ottenere la
limited edition, vi attendono altri momenti intensi, non solo perché “Down The Line” e la
band version di “Can’t Take The Heat” mostrano i muscoli, ma anche perché con soltanto voce chitarra e sax, Jon esibisce la miglior
cover dell’anno, ovvero “Spencer The Rover”.
Le restanti
bonus track sono la
bluesy “Home At Last” e la strumentale “Departure”, dove le visioni psichedeliche di Jon si liberano realizzando un piccolo capolavoro di
art-rock.
Insomma, “May Be Some Time “ è un disco intenso e pregevole, e avrà un seguito nel 2008.
Jon ha dato alle stampe un lavoro acustico nel quale rivisita alcune delle tracce di quest’album (più quattro nuove canzoni che esplorano il versante intimista dell’autore) con piglio leggiadro.
Per i completisti, va segnalato infine che Jon Redfern ha fatto parte del gruppo dei Tarras, realizzando due album di folk-rock celtico di discreto livello.